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Sei contro l’ideologia del global warming? «Sei come Hitler». Intervista a Bjørn Lomborg

giugno 29, 2012 Leone Grotti

Intervista all’ambientalista scettico Bjørn Lomborg, paragonato dall’Onu a Hitler perché sostiene che «il global warming esiste, è causato dall’uomo ma non è la fine del mondo».

Pubblichiamo l’articolo uscito sul numero 26/2012 di Tempi.

Adolf Hitler. È a lui che nel 2004 Bjørn Lomborg è stato paragonato da Rajendra Pachauri, scienziato indiano a capo della Commissione internazionale sul cambiamento climatico dell’Onu (Ipcc). Lo stesso organo che nel 2007 aveva minacciato: «Entro il 2035 i ghiacciai dell’Himalaya si scioglieranno». Al di là della sparata, per cui l’Ipcc nel 2009 ha dovuto fare pubblica ammenda, quando il capo dell’organo di punta dell’Onu sul clima paragona al più famoso assassino di tutti i tempi uno scienziato politico danese, vuol dire che c’è in ballo qualcosa di grosso. Questo qualcosa è il global warming, il riscaldamento globale, espressione che nei manuali indica l’aumento della temperatura media della Terra a partire dal tardo 19esimo secolo, mentre nell’immaginario pubblico rappresenta alluvioni, tsunami, siccità e ghiacciai che si sciolgono. E così Bjørn Lomborg, che nel 2001 ha pubblicato il best seller L’ambientalista scettico, considerato dal Time «una delle 100 persone più influenti del mondo», dal Guardian «una delle 50 persone che possono salvare il pianeta» e da Foreign Policy «uno dei 100 migliori intellettuali del globo», e che per di più è a capo del Copenaghen Consensus Center, think tank che individua le priorità del mondo, si è beccato dell’Adolf Hitler per aver sostenuto che «il global warming esiste, è causato dall’uomo ma non è la fine del mondo». Diffidare delle classifiche dei giornali e dei think tank troppo pretenziosi è cosa buona e giusta, ma non c’è dubbio che «quando parli di ambientalismo ci sono cose che puoi dire e altre che non puoi dire». Lomborg predilige le seconde e a pochi giorni dalla chiusura del summit internazionale sull’ambiente “Rio+20” spiega a Tempi perché «la conferenza è stata l’ennesima occasione sprecata» e perché «le politiche ambientaliste degli ultimi 20 anni hanno il pregio di farti sentire molto bene, ma la pecca di essere inutili».

Perché parla di occasione sprecata?
I soloni dell’Onu in giacca e cravatta hanno obiettivi bellissimi, ma hanno sbagliato tutto di nuovo. Per due motivi. Rio+20 è un incontro sull’ambiente ma si è concentrato ancora sul global warming, che non rientra tra i tre problemi ambientali primari del nostro pianeta. Si dice che il riscaldamento terrestre provochi alluvioni e siccità ma nessuno dice che tutto questo causa solo lo 0,06 per cento delle vittime dei paesi in via di sviluppo. In Brasile dovevano occuparsi dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, che causa il 14 per cento delle vittime del Terzo mondo. Ma sono considerati problemi vecchi, senza più appeal.

E il secondo motivo?
Se proprio non possiamo fare a meno di parlare di global warming, almeno siamo onesti: riconosciamo che l’approccio usato fino ad oggi si è rivelato un fallimento. Invece il motto di Rio è stato: “Affrontiamo il global warming nello stesso identico modo fallimentare con cui l’abbiamo affrontato negli ultimi vent’anni”.

E quale sarebbe?
È il modello proposto nel famoso protocollo di Kyoto del 1997, il modo più incredibile di sprecare una montagna di soldi senza ottenere alcun risultato. L’obiettivo è abbattere le emissioni di gas serra, come la Co2, del 20 per cento rispetto ai valori del 1990 entro il 2020. Ma per farlo, nella migliore delle ipotesi, il mondo intero dovrà spendere 180 miliardi di dollari all’anno, in Pil mancato, da qui alla fine del secolo. Il tutto per ridurre la temperatura di 0,05 gradi.

Centottanta miliardi di dollari all’anno per 88 anni è una bella somma.
Sì. Il ragionamento è questo: le emissioni di Co2 causano molti problemi all’ambiente, abbattiamole. È una meravigliosa formula magica, ma noi non possiamo bloccare le emissioni di Co2 solo perché ce lo dice Al Gore o perché ce lo consiglia il movimento ambientalista. La Co2 viene prodotta dai carburanti fossili, la fonte di energia più economica che ci permette di produrre tutto quello che riteniamo indispensabile per vivere.

Sì, ma a quale prezzo?
Secondo Al Gore il mondo finirà in modo apocalittico per colpa del global warming. Basta guardare il trailer del suo film, Una scomoda verità: alluvioni, catastrofi a ripetizione, terre sommerse dalle acque. Se gli effetti fossero davvero questi, faremmo bene a preoccuparci. Peccato che quel film sia incredibilmente stupido.

Quindi non dobbiamo preoccuparci, come suggerisce il suo film Cool it?
L’informazione racconta solo una parte della storia e spesso la esagera pure. Io nel film, come nell’omonimo libro, dico che il global warming è un problema, che ha effetti positivi e negativi, soprattutto negativi, e per questo ce ne occupiamo, ma non è la fine del mondo. Dal punto di vista economico, ad esempio, l’impatto negativo del global warming alla fine del secolo ci costerà da uno a cinque punti di Pil mondiale. Alla fine del secolo però, secondo le stime dell’Onu, saremo anche 23 volte più ricchi di adesso. Perciò il mondo sarà del 2.300 per cento più ricco ma dell’1 per cento più povero per il global warming. Non è poco ma non è neanche una tragedia.

Il caldo però ha anche costi umani.
È vero. Ma anche qui non si dice tutta la verità. Ci saranno più ondate di caldo e per questo morirà più gente. È una cosa grave e bisogna dirlo. Ma non dimentichiamo che ci saranno meno ondate di freddo e che nel mondo muore più gente per il freddo che per il caldo. Non solo: il caldo rappresenta un serio problema mortale nei paesi più poveri, che hanno meno tecnologie per affrontarlo. Se nel futuro avremo più mezzi, come le previsioni dimostrano, allora sapremo anche affrontare meglio il problema.

E le alluvioni?
Idem come sopra.

E la siccità?
È un luogo comune: più caldo significa anche più precipitazioni.

Come “ambientalista scettico”, lei è perfetto.
Ripeto: il global warming è un problema ma non è la fine del mondo. Per sconfiggere le ondate di caldo, ad esempio, non è necessario spendere un sacco di soldi e tagliare le emissioni di Co2, piuttosto diminuiamo nel breve e medio periodo nelle città l’asfalto e le superfici scure, da una parte, dall’altra piantiamo più alberi e provvediamo perché sia più diffusa l’aria condizionata. Spenderemo molto meno.

Perché secondo lei si parla solo delle tragedie?
Perché fanno più notizia. È la regola dei giornali.

Ha fatto molto scalpore anche la notizia che lei abbia cambiato idea. Anni fa negava il global warming, mentre ora dice che c’è ma non è la fine del mondo.
Sono stufo di questa storia. Io non ho mai cambiato idea. Da quando ho cominciato a occuparmi di questo problema, 12 anni fa, dico che il global warming esiste, che è causato dall’uomo ma che non moriremo tutti per questo. Con buona pace di Al Gore.

Quindi non ha mai cambiato idea?
C’è una cosa su cui il mio pensiero è diverso: come combattere il global warming. Nel 2000 non avevamo controproposte a Kyoto. Oggi, invece, dopo anni di ricerche, abbiamo in mente soluzioni migliori e più smart, più intelligenti.

Sentiamo.
Basta con le misure che ci “fanno sentire” bene, mettiamo in atto soluzioni che “fanno” bene. Questa differenza è fondamentale. Ogni anno, ad esempio, si chiede a tutte le persone del mondo di spegnere per un’ora la luce al sabato sera. Questo ci fa sentire incredibilmente bene ma non ha nessun impatto sulle emissioni di Co2. Perché se da un lato spegni la luce, dall’altro non spegni quello di cui hai veramente bisogno, come il computer o la lavatrice. Molti dei miei amici accendono le candele. Ma il fumo delle candele fa enormi danni all’ambiente. Non solo: ti fanno credere che per combattere il global warming basti una lampadina in meno. Così quando la spegni, ti senti bene e dici: “Ok, anche quest’anno ho fatto la mia parte, ora posso prendermi una vacanza e andare in Thailandia”, ma l’aereo produrrà moltissima Co2.

Qual è la sua ricetta?
Non è una ricetta, ma abbiamo i soldi contati. Io penso che nel breve e medio periodo bisogna puntare a risolvere con la tecnologia e le scoperte moderne problemi specifici come le ondate di caldo o la diffusione delle malattie infettive. Nel lungo periodo, invece, si deve investire nella ricerca, nell’energia pulita e combattere la povertà.

Anche l’Onu vuole installare pannelli solari dappertutto.
Sì, ma senza preoccuparsi del fatto che oggi costano troppo. In Germania, il più grande consumatore di energia solare pro capite, lo 0,3 per cento dell’energia totale è prodotta da pannelli solari. Per arrivare a questo record ha speso 130 miliardi di dollari, che corrispondono però ad appena 12 miliardi di energia. Nessuno può permetterselo in un periodo di crisi ed è per questo che io propongo di investire sull’innovazione. Se l’energia solare o eolica fosse davvero competitiva, potremmo stare sicuri che nessuno punterebbe più sui carburanti fossili.

La crisi economica però non favorisce gli investimenti.
Vero, ma la crisi non va sprecata. Per quanto sia dura, ci costringe a trovare modi nuovi e più efficienti per affrontare i problemi. Il protocollo di Kyoto vuole che spendiamo inutilmente i nostri soldi, la crisi può farci cambiare rotta. Secondo uno studio canadese, se noi investissimo nella ricerca e nell’innovazione per rendere l’energia solare più economica, potremmo risolvere il global warming spendendo 500 volte di meno. È questo che io propongo: basta fissarci sul taglio delle emissioni di Co2, più innovazione, più tecnologia, più energia pulita e combattiamo la povertà.

È la seconda volta che lo ripete, perché combattere la povertà dovrebbe risolvere il global warming?
Ci sono 1,2 miliardi di persone che vivono con un dollaro al giorno, 3 miliardi cucinano e si riscaldano in casa con il carburante, 1,3 miliardi non hanno l’elettricità e 2,5 miliardi non hanno accesso a servizi igienici e a una vera sanità. Quando una persona non riesce a dare da mangiare ai suoi figli o vede che muoiono per le malattie infettive o che non hanno accesso all’educazione, perché mai dovrebbe preoccuparsi dell’ambiente? Sfrutterà male le risorse della terra, pur di sopravvivere. A una persona con questi problemi non gliene frega niente del global warming. Tanto meno dei pannelli solari che gli vuole rifilare l’Onu. Invece che buttare i soldi per tagliare le emissioni di Co2, investiamone una parte per risolvere i problemi di questa gente e avremo miliardi di persone più disposte a rispettare l’ambiente.

Aiutare l’uomo aiuta l’ambiente?
Esatto. Il movimento ambientalista si è dimenticato dell’uomo e con il taglio delle emissioni di Co2 lo penalizza. Ci sono soluzioni invece che non sacrificano né l’uno né l’altro.

Se la strada del protocollo di Kyoto è sbagliata, perché nessuno se n’è accorto in 15 anni?
L’ambientalismo a volte è simile a un’ideologia. Si possono dire solo certe cose, tutte politicamente corrette, e questo è uno dei motivi per cui mi hanno paragonato a Hitler. Ma l’ideologia si combatte con proposte intelligenti, come ho detto prima. Quando mi sono trovato a discutere faccia a faccia con Pachauri, era d’accordo con me su quasi tutte le proposte che ho fatto.

Chi partecipa ai congressi dell’Onu è stupido o ideologico?
È tutta gente intelligentissima. Ma hanno un problema: sono scienziati e ambientalisti. Non sono economisti.

Che c’entrano gli economisti?
C’entrano. Noi chiediamo la soluzione giusta alle persone sbagliate: se vuoi sapere che cosa accade a causa del global warming, interpella un climatologo. Ma se vuoi sapere come affrontare i problemi causati dal global warming, chiedi a un economista. Gli ambientalisti propongono di tagliare le emissioni di Co2 senza pensare che questo distruggerà l’economia mondiale in tempo di crisi. Un economista invece consiglia di investire nella ricerca e nella tecnologia per ottenere lo stesso risultato ma spendendo meno.

Non si può parlare di global warming senza accennare agli orsi polari. Scompariranno?
Mi turba che i paesi ricchi si preoccupino più degli orsi che degli uomini. Ad ogni modo, negli ultimi 50 anni la popolazione degli orsi polari è quadruplicata, ma è vero che per colpa del global warming morirà un orso polare in più all’anno. Questo è un problema grave e io voglio davvero salvare quell’orso, ma invece che spendere 180 miliardi di dollari, che mi sembra un po’ eccessivo, perché non impediamo che i cacciatori ne uccidano tra i 300 e i 500 all’anno? Non so se questo ci farà sentire più buoni, di sicuro farà molto bene agli orsi polari.

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3 Commenti

  1. ragnar scrive:

    Il ragionamento non fa una grinza. Piccola postilla: è vero che in un pianeta più caldo l’umidità relativa media sarà più alta (in accordo con l’equazione di Clausius-Clapeyron), tuttavia tutti i modelli climatici sono concordi che le zone umide oggi saranno ancora più umide in un pianeta caldo, mentre le zone aride diverranno ancora più aride.
    Dunque non è del tutto vero che quella sulle carestie è una scemenza

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