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Angelo Scola è il nuovo arcivescovo di Milano. Ecco chi prende il posto di Dionigi Tettamanzi

giugno 30, 2011 Luigi Amicone

A mezzogiorno è uscito il bollettino della Santa Sede che indica il card. Angelo Scola come nuovo arcivescovo di Milano, dopo Dionigi Tettamanzi. Ripubblichiamo un’intervista del 2007 del direttore Luigi Amicone all’allora patriarca di Venezia. Scola: «Questo paese ha bisogno di ritrovare la grande tradizione che si è interrotta negli anni 70. Quando il gratuito era alla radice dell’impegno e la politica era radicata fra la gente»

Il card. Angelo Scola è il nuovo arcivescovo di Milano. A mezzogiorno è uscito il bollettino della Santa Sede con l’indicazione ufficiale. Fortemente voluto da papa Benedetto XVI, il patriarca di Venezia prende dunque il posto di Diongi Tettamanzi.   Ripubblichiamo un’intervista del 2007 del direttore Luigi Amicone ad Angelo Scola.

Il traffico sul Canal Grande è quello fantasmagorico dei vaporetti di linea. La lunga teoria di gondole cariche di turisti giapponesi sembra creata apposta per incorniciare la cartolina di Venezia. Toccata e fuggita in una splendida giornata di sole e di leggera brezza sulla laguna. Stracarichi battelli traslocano masserizie. Barche di ogni dimensione, tipo e colore inventano sui rii e canali un traffico pieno di animazione teatrale. Unico al mondo. Incredibile che una città data per morta e che contro ogni logica ospita uffici statali e istituzioni regionali, brulichi così tanto di vita. Non si capisce dove inizia il fondale dello spettacolo del turismo che deve andare avanti. E dove finisce il quotidiano tran tran delle poche migliaia di indigeni che ancora risiedono nel caravanserraglio di una perenne expò universale.

Bene. Non potevamo certo immaginare di rivedere proprio qui il giovane prete, figlio di un camionista e di una casalinga lecchesi, che in una sera d’inverno del 1975 avevamo incontrato per la prima volta in via Nava, Milano, a casa della cara Gabriella Dell’Acqua. In cinque o sei, matricole dell’università cattolica, a pendere dalle labbra di un giovanottone dai capelli e il ciuffo sulla fronte rossi, la parlantina da leader sessantottino, la passione per le istanze popolari e capo degli universitari di Comunione e Liberazione. Il flashback non finisce qui mentre attraversiamo piazza San Marco in compagnia dell’uomo che il 30 maggio 2007 siamo venuti a cercare nella veste di cardinale. E cardinale patriarca della città porta dell’Oriente, da dove la Chiesa cattolica si proietta ad abbracciare simbolicamente l’intera ecumene (non a caso appena arrivato in Serenissima, da Patriarca ha fondato la rivista internazionale Oasis). Don Angelo Scola adesso lo ricordi più facilmente in quel palazzetto dello sport di Varese. Affollato all’inverosimile. Mentre arringa giovani con la sua voce possente e dialettica da capopolo.

Una volta sentimmo dire a don Luigi Giussani che era colpa sua, del Gius, se quel suo fuoriclasse di teologia non aveva fatto la carriera che si meritava di fare: «Colpa mia, l’ho buttato troppo in prima linea». Che Giussani si fosse sbagliato, allora, lo dice il senno di poi. La carriera, straordinaria e avventurosa, di questo allievo di Gustavo Bontadini, che dopo gli anni di studi in Svizzera, la rivista Communio, il sodalizio con teologi come Henri De Lubac, Hans Urs Von Balthasar e un certo Joseph Ratzinger, gli studi filosofici parigini alla scuola di pensatori come Althusser, Derrida e Lacan, lo vide professore di Antropologia teologica alla Pontificia Università Lateranense, consultore della Congregazione per la dottrina della fede, vescovo di Grosseto. Poi, di nuovo romano rettore della Pontificia Università Lateranense, patriarca di Venezia (5 gennaio 2002) e infine (28 settembre 2003) cardinale di Santa Romana Chiesa. È stato considerato uno dei grandi elettori di papa Ratzinger. E non è certo un segreto per nessuno che oggi Benedetto XVI lo consideri uno dei suoi più fidi e intelligenti scudieri. Non a caso Scola è anche uno dei grandi divulgatori della lezione ratzingeriana. Uno che è capace di sintesi efficaci come questa: «Il filo rosso che lega i primi due anni del magistero di Benedetto XVI? A mio giudizio, a partire dall’enciclica Deus caritas est il Papa scioglie il nodo di un lungo dibattito teologico sull’essenza dell’amore, afferma che l’amore è uno, senza opporre eros ad agape, e lega il tema ellenico della ragione (logos) a quello giovanneo dell’amore: la ragione percossa dall’amore è il Verbo (logos) che si è fatto carne».

Se Dio diventa una parola
La Chiesa non fa politica, però, come vescovo che sta tra la sua gente, anche lei si sarà fatto un’idea di quanto è emerso nel paese in queste ultime elezioni amministrative. Oltre che un’espressione di severa critica a questo governo, cosa legge negli esiti di questo voto? «Guardi, io penso che questo paese abbia bisogno di ritrovare, naturalmente secondo forme nuove, la grande tradizione sociopolitica che si è interrotta negli anni Settanta. Quando il gratuito era alla radice dell’impegno sociale e centinaia di migliaia di uomini e di donne nel movimento operaio e nel movimento cattolico hanno dato la loro vita per servire i loro paesi e le loro città. Da quando si è perduto questo e, diciamo così, la politica si è professionalizzata, noi abbiamo assistito a una crescita di competenze, ma anche a una caduta di radicamento popolare. Dobbiamo tornare a quel radicamento di popolo. Certo, si deve tener conto che oggi viviamo nel regno della telecrazia e che il radicamento popolare non può più essere concepito come al tempo in cui c’erano le parrocchie e i partiti che costruivano convivenza civile e davano il senso della vita buona alla gente. Dopo la metà degli anni Settanta tutto questo è finito. E oggi, soprattutto tra la fascia che va tra i quindici e i cinquant’anni, è tragicamente finito. È come se la gente oggi fosse sopraffatta dal mestiere di vivere e non riuscisse più a percepire la bellezza della vita comune».

Perdoni, ma non pensa che ci siano responsabilità precise anche da parte dei capi del popolo cattolico? «Sì, noi siamo un popolo cattolico che, per dirla in termini calcistici, ha perso i fondamentali e perciò non riesce più a far gioco. Se non conosci i fondamentali, il tocco di palla, il passaggio, il tackle, la squadra non gira, non funziona, non fa risultato». E quali fondamentali avremmo smarrito, noi, come cattolici? «Per esempio il senso autentico dell’amore, il cuore dell’amore. Che è la fedeltà. Mentre oggi si pensa che la fedeltà sia una proprietà aleatoria. L’amore sarebbe la pura passione e poi si può tentare di essere fedele, se uno se la sente e se ci si riesce». E perché anche i cristiani avrebbero perso questo fondamentale? «Perché Dio è diventato una parola. L’intenzione estrema del momento sfavorevole, non una presenza normale. Di qui si è scolorito l’altro. L’altro al massimo lo subisco. L’altro è un pretesto, un’occasione, uno strumento del mio godimento. Questo si vede benissimo sia nell’oscenità dei consumi che nell’oscenità dei costumi. Osceno vuol dire “di cattivo augurio”. Infatti, non c’è niente di più cattivo augurio del consumismo e dell’erotismo pervasivo oggi dominante. Intendiamoci: non mi scandalizzo che anche la massa dei cristiani patisca questi difetti».

Dunque? «Credo che abbiamo bisogno di testimoni». Non ce ne sono? «Ce ne sono e c’è, comunque, un riferimento popolare al cristianesimo ancora imponente. Pensi che in una realtà come quella veneziana, che ha tradizioni marcatamente laiche, siamo al 19 per cento della frequenza domenicale. Un veneziano su cinque viene a Messa tutte le domeniche. E poi c’è quell’87 per cento di italiani che si dichiara cattolico». Allora qual è il punto? «Il punto è chiedere allo Spirito che susciti luoghi in cui si possa dire: “Vieni e vedi”. E “vieni e vedi” è una vita umana, una vita conveniente, una vita in cui alle parole corrisponde la realtà. Cioè se ti dico “ti amo”, ti amo e tu puoi fare affidamento su di me. Se ti dico “ti do un mano”, ti do una mano. Se arriva la malattia e ti dico “guarda si può stare dentro anche questa cosa in una maniera diversa”, si deve poter vedere questa novità. Insomma, c’è bisogno di luoghi in cui di fronte al bene e al male si possa trovare una ragione che serva il presente e tenga aperta la speranza sul futuro».

Noi infingardi postmoderni
Il Family day ha dato un’impressione quasi visiva di questo. Eppure, dalla cattolicissima Rosy Bindi al Cacciari amicissimo di teologi e cardinali, anche davanti all’evidenza hanno detto: «È stata una manifestazione sbagliata». Cosa ne pensa? «Penso che le manifestazioni di popolo non vadano mai giudicate, ma vadano interpretate. Prima che il Family day si svolgesse ognuno poteva dire la sua opinione, giusta o sbagliata che fosse. Ma quando un fatto accade, contra factum… Bisogna solo cercare di capire». E lei come ha capito il Family day? «Come un soprassalto di desiderio di testimoniare che l’amore tra l’uomo e la donna, pubblico, fedele, aperto alla vita, è una cosa bella e praticabile».

E del fenomeno di questo Papa il cui magistero accende serrate discussioni, in Italia, come un po’ ovunque nel mondo occidentale, e che sembra perfino dividere il mondo laico tra teisti e ateisti con una radicalità mai vista prima, che pensa? «Penso che questa divisione non sia l’effetto del magistero del Papa. Penso che sia nell’inevitabile logica delle cose. Diciamo che già un paio di anni, dopo l’ebbrezza della caduta dei muri, questa divisione era già visibile. Forse non nei termini così marcati e,  lo dico con rispetto, con quel rischio di banalità dei testi di Piergiorgio Odifreddi e Michel Onfray. Cosa è in atto? Secondo me si è sviluppata una reazione alla postmodernità. Alla fine degli anni Cinquanta tutti teorizzavano una secolarizzazione che avrebbe condotto al cosiddetto mondo-mondano in cui la religione sarebbe sparita e l’uomo non avrebbe più avuto bisogno neanche del linguaggio religioso. È successo esattamente il contrario. Adesso siamo in un’epoca di esplosione di sacro selvaggio. Il tentativo di teorizzare l’ateismo è l’antidoto che si produce dall’interno del sacro selvaggio. In un certo senso è il tentativo del sociale di neutralizzare un sacro che non trova più un ordine e un cosmo. Per questo non bisogna usare il magistero del Papa per polarizzare la situazione ma, al contrario, per pacificarla in senso profondo. Cioè senza rinunciare alla verità e alla inevitabile dimensione di spada contenuta nella verità. Ma facendo vedere che la proposta cristiana è certamente esigente ed è un dis-crimen, tuttavia è anche capace di accogliere tutto l’umano. In effetti è una controfigura del cristianesimo quella che attaccano i neoateisti. Comunque, ripeto, per me il problema è che a un eccesso di forme di sacro selvaggio corrisponde il bisogno di teorizzare l’ateismo. Allora si capisce la grande risorsa che è questo pontificato. Là dove il sacro è ordinato e contenuto l’ateismo è pratico, non genera libri, non fa teorie, è un modo con cui l’uomo, tutti noi, parlo anche di me, per la sua infingardaggine, si illude che sia più comodo svignarsela».

Severino e la tecnica onnipotente
Nel suo ultimo intervento sul Corriere della Sera Emanuele Severino sostiene che la fede non ci darà mai pace. Siccome la fede religiosa (ma anche quella scientifica, artistica eccetera) «è volontà che il mondo abbia un certo senso piuttosto che altri, la fede produce irrimediabilmente conflitto», siccome «la radice di ogni conflitto è l’esistenza stessa delle fede» e «la fede più potente è la tecnica», la pace è impossibile. Cosa risponde? «Rispondo anzitutto che Severino stesso – penso al suo volume di filosofia della prassi che discutevamo da giovani – mostra che è impossibile un moto ultimo e rigoroso del logos che non sfoci nella fede come sua dimensione critica. Il problema è che la fede non può essere pensata come estrinseca alla ragione. Come tutto ciò che non è ragione. E, viceversa, la ragione come tutto ciò che non è fede. Fede e ragione non sono due sfere che si toccano senza potersi compenetrare. Sono un intero dentro il quale la ragione mantiene la sua autonomia e in ultima istanza anche nel moto più elementare di conoscenza la ragione alla fine compie un atto di fede. Non solo un atto di credere (è la vecchia storia che noi siamo qui quieti, seduti in questa stanza, perché ci fidiamo dell’architetto che ha fatto il soffitto) ma molto di più: qualunque realtà con cui entro in relazione è simbolo che veicola l’essere tutto intero. Per dire che questo è un libro rendo omaggio comunque all’essere che attraversa questo libro. Quindi ho in qualche modo sempre bisogno di un atto di fede. Neanche la conoscenza più elementare lo può escludere. Si dovrebbe poi aprire con Severino il problema di cosa sia la fede religiosa e in particolare la fede cristiana. Penso che per lui valga ancora l’obiezione del nostro comune maestro Bontadini: bisogna salvare i fenomeni, bisogna salvare il divenire, bisogna salvare il divenire relativo. Capisco che, detto così, è troppo grossolano e troppo rapido. E lui avrebbe un buon vantaggio a obiettare a questa mia obiezione. E comunque, le dirò, la provocazione che Severino continua a gettare nel dibattito contemporaneo, per me cattolico mantiene un elemento di grandissimo interesse. In un mondo in cui tutto fluttua, che ci sia qualcuno che pone qualcosa di duro mi sembra una sponda interessante».

«Gesù non ci ha presi a servizio»
Il nostro incontro con il patriarca aveva avuto inizio nella chiesa di San Moisè, dove Scola aveva celebrato una funzione con i poveri e gli emarginati della parrocchia. Aveva detto al suo uditorio di derelitti e volontari: «I cristiani debbono volersi bene gli uni gli altri. Il potere di Gesù è il dono di sé. Questo è ciò che domina sul dominio del potere di ieri e di oggi. Non siamo ingenui. Sappiamo benissimo come il potere può dominare e condurre le masse verso l’errore. Ma non può, il potere, toccare il fondo della libertà dell’io. Mettiamo davanti a Maria potentissima il desiderio sincero che Gesù ci riabiliti per riscattarci da ogni aspetto della nostra vita che non vada bene. I volontari siano dono di sé e non si riempiano la bocca con la parola “servizio”. Noi siamo stati presi a servizio da Gesù».

Un’ora dopo il patriarca era a teatro, scortato da Giovanni Reale e Armando Torno a presentare il suo ultimo libro-intervista, edito in questi giorni da Bompiani. E dove il grande professore di Filosofia antica alla Cattolica recita la parte dell’allievo interrogante. Il patriarca quella del saggio che risponde. Reale spiega che ha accettato questa sfida con Scola per due ragioni. «La prima è che ci conosciamo da quando lui era un brillante allievo di Bontadini, dunque la radice metafisica è la stessa. E poi è un uomo di autentica fede». Reale non nasconde lo sgomento da cui nasce il titolo del libro. In effetti Il valore dell’uomo e il suo contenuto di riflessioni esistenziali una volta sarebbe sembrato un titolo po’ pleonastico. Mentre adesso, osserva Reale, «quando sollecito i giovani a stare di fronte alle grandi domande della vita non mi sento rispondere negativamente, mi sento rispondere che semplicemente quelle domande non esistono nel loro orizzonte. Cancellate. Ti dicono: “Grazie professore, a noi la vita non interessa interrogarla, interessa godercela”. Sconvolgente. Ma quando vi ritroverete appassiti, ho domandato a certi giovani, e non riuscirete più a godervi così tanto la vita, che farete? “Ah, non c’è problema”, mi sono sentito rispondere, “allora ci spareremo”. Nietzsche ci aveva profetizzato due secoli di nichilismo. Il primo lo abbiamo visto. Ho l’impressione che anche per il secondo avesse ragione lui».

Scola era partito da lì, nella sua presentazione, dando la sensazione di un Sisifo a cui, comunque vada la storia, il suo mestiere di uomo impone di ripartire di lì. «Sono le grandi domande della vita che confluiscono tutte in quel “che” leopardiano dell’“e io, che sono?” interrogante la luna in cielo. Sono le domande che l’uomo reale ha dentro fin dal risveglio di ogni mattino». Si ferma un nanosecondo Scola. Poi, chiude la frase: «Ogni mattino, dopo la strana parentesi del sonno». La strana parentesi del sonno. Che bella espressione. Ma Scola è pieno di belle espressioni. Nell’omelia in san Moisè, a un certo punto aveva parlato di Venezia quasi come di una Madonna. «Una città bella e addolorata». Poi, a tu per tu, nella saletta al primo piano, gli abbiamo domandato il perché di questa immagine.

I palazzi del Canal Grande
«Addolorata perché una città che nasce dalle acque deve fare i conti con un ferita originaria. Del resto lo dice anche quella bellissima poesia di Ezra Pound: cosa abbiamo mai fatto o Dio per meritarci una bellezza così straordinaria e cosa dobbiamo aspettarci come prova per aver avuto in dono una bellezza così straordinaria. È addolorata strutturalmente Venezia. Ed è ferita per quella che io chiamo una crisi antropologica, non puramente demografica. C’è un calo di voglia di vita che è legato all’invecchiamento della popolazione e a tanti problemi che la città fatica a risolvere e che potrà risolvere solo se si pensa secondo una nuova fisionomia. Bella e addolorata: basta vedere i suoi colori, un tramonto dal ponte dell’Accademia, le stesse fattezze dei palazzi del Canal Grande dicono di questa lotta che continuamente Venezia deve sostenere. Perciò bisogna che il cuore dei veneziani si lasci stupire di nuovo dal dono che ha avuto e che Venezia è per l’umanità intera. Come testimonia ogni giorno la presenza quasi incontenibile di visitatori».

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