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La grave risoluzione dell’Unesco e la furbizia da quattro soldi dell’Italia

ottobre 28, 2016 Renato Farina

I voti non possono cambiare la realtà, che è testarda, ma non possiamo scherzarci su, poiché causano eventi futuri, spostano gli equilibri. Bisogna dire la verità

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Chiedo a Boris se ha capito, ma capito sul serio, quale sia la posizione italiana su Israele e su Gerusalemme. Per chi non fosse informato, spiego. L’Unesco, ramo culturale dell’Onu con sede a Parigi, ha votato una risoluzione secondo cui Gerusalemme è patrimonio palestinese, e il muro del pianto e quello che gli sta intorno appartengono storicamente, culturalmente, moralmente ai musulmani. Sintetizzo, non uso le parole giustamente arabe del dispositivo ufficiale. Ma la sostanza è quella. Con ogni evidenza in questo consesso di sapienti ha prevalso la negazione dell’evidenza. Forse credono di essere come il Piccolo Principe, che vede le cose dal di dentro rifiutando l’apparenza. Ma anche se ci fosse un Piccolissimo Principe e vedesse il cuore del cuore delle cose, dovrebbe constatare quanto segue.

Cos’è Gerusalemme? Oggi è una città crocevia di tre religioni, ma è ovvio che, vedi Davide e Salomone, è sorgivamente ebraica, alveo sacro di insediamento del popolo di Israele (che è Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo). E il muro del pianto è il luogo dove i sopravvissuti della Shoah offrono e scrivono i loro desideri a Jahvè.

Detto questo, neppure l’Unesco, con i cervelloni che la comandano, è in grado di modificare ciò che è stato, l’essenza spirituale che la attraversa. Sarebbe come se i rappresentanti delle nazioni avessero stabilito a maggioranza che Gesù non è esistito. I voti ovviamente non cambiano la realtà, che è testarda, ma non bisogna scherzarci su, poiché causano eventi futuri, spostano gli equilibri. In questo caso legittimano non già le richieste di una composizione delle diverse anime che si affacciano su Gerusalemme, ma le pretese violente di Hamas e dei terroristi, i quali ancora in questi giorni circolano pugnalando ebrei. Come si può capire, il fatto è grave. E sulla nostra coscienza pesa enormemente il voto del rappresentante italiano. L’Italia che ha fatto? Non ha detto di no, come gli Stati Uniti e l’Olanda, come la Germania e il Regno Unito. Non ha neppure detto di sì come la Giordania, il Qatar e l’Egitto. Ha detto nì, si è astenuta, con una furbizia da quattro soldi.

Proprio in quei giorni Il Fatto aveva provato a far polemica riferendo che il governo Renzi è troppo vicino al Mossad, cioè ai servizi segreti israeliani, a causa di Marco Carrai, suo amico e amico degli ebrei, ed è una vergogna eccetera. In quel momento ecco il voto che capovolge la frittata. Risultato: non siamo equi-distanti, e neanche “equi-vicini” come diceva Andreotti, ma equi-voci. Equi-stronzi, come ha scritto Vittorio Feltri. Boris condivide.Si scusi la volgarité, ma qualche volta bisogna scrivere in francese per farsi capire.

I governi italiani, e in particolare i ministri degli Esteri, sono stati capaci, in passato, di tener conto di tutti i fattori in gioco, rispettando giustamente i diritti di tutti, in un difficile lavoro di tessitura e di protezione della nostra sicurezza. Non possiamo permetterci di avere il mondo arabo e/o musulmano che ci guardi in cagnesco. E non ci va che i popoli vivano in campi profughi, allora e oggi. Ma esiste il diritto e il dovere di dire la verità. La verità fa liberi, non l’inganno, che è sempre foriero di morte. E la verità parla a Gerusalemme: non è musulmana, non è araba. Non possono esserci segni e appartenenza riferite solo al Corano e alla nobilissima nazione palestinese. Dopo il voto disgraziato, cosa è successo? Renzi ha contestato duramente la decisione espressa dal suo ambasciatore all’Unesco, il quale dipende dal ministero degli Esteri. Rammendare la scorlera, la smagliatura delle calze di nylon, come si dice in milanese, è impossibile. Ma Renzi ci prova: così dice che si è sbagliato perché l’Italia era abituata a votare così, e non si è fatto in tempo a dare indicazioni nuove al diplomatico. Magari un po’ di televisione in meno e una telefonata in più, non ti è venuto in mente di farla, gentile signor Premier? Ora pure il ministro Gentiloni, che è il capo di quello che ha votato nì, dice: «Decisione assurda, ma si ripete da anni». Sembra un po’ la scusa dei ladri seriali e pure dei killer professionisti: ho sempre fatto così, mi è sempre andata bene. Quella di Gentiloni sembra piuttosto la giustificazione degli alcolisti: è l’ultima goccia, la prossima volta, giuro, voto no. Che pena, dice Boris.

Foto Ansa

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