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Restare umani, tornare divini

ottobre 16, 2017 Alessandro Giuli

Il cavaliere non gioca più a scacchi con la morte, la compagna che apre il varco; combatte contro il disanimato metallo della intelligenza artificiale

intelligenza-artificiale

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Programma per il futuro: restare umani. È già molto, visti i tempi. Certo bisognerà accordarsi su ciò che è l’uomo, il quale transita dall’umidità della generazione (homo-humus) ma non si esaurisce lì. Anzi: l’uomo è un pro-getto, una scommessa della natura stellare la cui ragion d’essere sta nel trascendersi e accrescere la consapevolezza totale del vivente che lo circonda; se si ferma, regredisce nell’informe, nel promiscuo, nell’animale. Ma non perché l’uomo derivi dalla scimmia, casomai è il contrario: chi ama la teoria dell’evoluzione finirà nel paradiso dei quadrumani; contento lui. Se esistesse la reincarnazione, direi che ci si reincarna nelle proprie inclinazioni.

Dicono i saggi che nell’uomo è contenuta in forme ascendenti ogni altra possibilità del regno animale, ogni variante relativa della vibrazione assoluta. Di qui lo spirito guida, l’animale totemico delle tribù e delle antiche coorti, tatuato, dipinto, effigiato nel cuore prima che sul bronzo degli scudi. La lealtà ferina del lupo, l’impeto del cinghiale, la tenacia indomita del toro. Ma al tempo stesso nei cinque petali della rosa selvatica s’annuncia l’uomo cosmico di Leonardo, nell’interno dell’albero frondoso abita l’automatismo cosciente del nostro sistema linfatico, nella nudità levigata della pietra c’è il biancore delle nostre ossa, nella serpe e nel sauro dorme l’abissale sapienza delle nostre forze riproduttive. Tutto è nell’uomo, e l’uomo è un tutto speciale, rivolto al cielo per trionfare sulla propria origine. Il divino realizza l’umano, l’umano libera il divino. Questo, nelle civiltà tradizionali.

Il mondo moderno ha offerto esempi numerosi di una tendenza opposta, quella dell’autotrascendimento discendente di cui sopra: l’uomo si arresta, sopraffatto dalla forza di gravità della materia, retrocede nel preforme amniotico, il suo processo d’individuazione subisce una sincope e riemerge dalla latenza la possibilità animale. È la via del subumano. Si estinguono le tigri, s’imbestia l’uomo, si conferma la legge di conservazione dell’energia. Ma in fondo – dicono ancora i saggi – e per quanto svilente sia l’involvere, l’uomo decaduto rimane pur sempre nello spartito della natura, precipita di alcune ottave ma conserva un posto nell’ordine vibratorio.

Il mondo contemporaneo sta facendo peggio. Ha aperto il varco a energie disgregatrici che attentano alla natura umana, ne spostano altrove il centro profondo, ibridandolo con la natura innaturale della tecnoscienza liberata da vincoli. L’ingegneria genetica, la manipolazione dei sessi e la volatilizzazione del mondo-ambiente analogico a beneficio del non-luogo digitale, esprimono un urto tra campi di forze in una dimensione remota, nella sede ideale in cui il cavaliere non gioca più a scacchi con la morte, la compagna che apre il varco; combatte contro il disanimato metallo dell’intelligenza artificiale che gli restituisce l’immagine della sua imminente mutazione antropologica. È la via del disumano, la via del Golem.

Nessun dio potrà salvarci? «Immaginiamo un assalto. Come un’impresa di conquista. Un gruppo di forze, strette in unità, affrontano il pericolo, volgono verso lo scopo. S’impegna la lotta. Sul fronte scoperto gli uni cominciano a cadere, gli altri avanzano. S’incontra la resistenza, s’impegna la mischia. L’impeto flette. Pochi riescono a mantenere la posizione originaria… Il gruppo dei superstiti tien fermo, avanza ancora: sempre combattendo, giunge ad aprirsi una via, sbocca infine sulla posizione che era meta dell’impresa, la conquista, la mantiene, pianta in essa la propria insegna» (Arvo, Contro l’evoluzionismo, 1929). Così è nato l’uomo, così vincerà.

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