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Quei comunisti falce e manganello

ottobre 2, 2017 Alan Patarga

Non è un percorso ideologico. È proprio un tipo di umanità quello che accomuna il numero uno del Cremlino ai nostri Minniti e De Luca. Gente di sinistra che piace (quasi) più a destra

minniti-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Si trattasse di un indovinello, suonerebbe più o meno così: nato comunista, cresciuto funzionario, finiti i tempi dell’ideologia gli sono rimasti il culto dello Stato e una passione sfrenata per l’intelligence. L’aiuto per indovinare è che l’uomo misterioso non è russo e non si chiama Vladimir Putin. È italiano, per la precisione di Reggio Calabria. Di nome fa Domenico Luca Marco, ma tutti lo chiamano Marco. Di cognome, Minniti.

Ci sono i putiniani d’Italia, solitamente di destra: politici affascinati dal mito dell’uomo forte al comando e dall’allure reazionaria che il numero uno del Cremlino emana a piene mani. E ci sono i Putin italiani, che a differenza dei primi hanno poco o nulla in comune con il presidente russo sul piano ideale, ma che dell’ex agente del Kgb condividono il tratto biografico e il piglio decisionista. Niente vite parallele, piuttosto un retaggio culturale e metodologico che accomuna un certo tipo umano di postcomunisti. Il tipo umano di chi, nel Pci come nel Pcus, è stato abituato a operare nell’interesse del Partito (con la “p” per forza di cose maiuscola), prima ancora che del comunismo. E che, finito il Partito, ha traslato questo atteggiamento nelle istituzioni. La politica come ragion di Stato. E una disciplina militare a sostenerla.

Minniti, di questi tempi, è il ritratto perfetto di questo tipo umano. Ma è una storia, la sua e non soltanto la sua, che viene da lontano. «La cultura del comunismo è di per sé una cultura militare», dice a Tempi Lodovico Festa, giornalista, un passato da dirigente nella sinistra milanese, fondatore del Foglio con Giuliano Ferrara e molte altre cose ancora. «Si può dire anzi che il comunismo sia la trasformazione del movimento socialista in una logica del comando dall’alto. Non a caso Lenin era un grande studioso di von Clausewitz». Nel caso di Minniti, figlio e nipote di alti ufficiali dell’aeronautica, anche il retroterra familiare aiuta. Aiuta, ma da solo non spiega. Su Lettera43, poco più di un mese fa, Peppino Caldarola, ex dirigente comunista e direttore dell’Unità, scriveva, relativamente al giro di vite sui migranti deciso proprio dal ministro dell’Interno: «Contesto l’affermazione che [Minniti] sia diventato di destra. La verità è un’altra: la polverizzazione delle ideologie, la cui compattezza ha prodotto il lascito di molte scorie, nel caso del comunismo e anche del comunismo italiano ha lasciato nell’aria l’idea dello Stato forte, dell’innamoramento della forza come macchina di giustizia. Gli uomini che si occupavano di sicurezza nel Pci erano intoccabili, a cominciare dal mitico Ugo Pecchioli, che tuttavia mai avrebbe pensato che il suo rigore e anche la sua mentalità militare potessero essere messe al servizio di una guerra ai poveri. Il comunismo in polvere ha prodotto invece questo ultimo risultato e Minniti è il portatore di questa scoria impazzita che gli è rimasta addosso».

Al di là della metafora para-ecologista, Caldarola fissa l’identikit di chi, come Minniti, è figlio di una disciplina di partito sopravvissuta al Partito stesso. Dice ancora Festa: «A un certo punto, caduto il Muro di Berlino, schiantata l’Unione Sovietica e archiviato lo stesso Pci, succede che di tutto quel che c’era prima resta la forma ma si perde la sostanza. Nel ’92-’93 prevale a sinistra la tentazione di vivere di rendita, rinunciando a fare quel che fecero altre forze europee mettendo le basi di un nuovo socialismo: il dramma della sinistra italiana è proprio in questa rinuncia, che lascia sul campo solo la forma senza più le idee. Resta in fin dei conti il solo pragmatismo leninista. In una battuta, direi che la cosa più simile ai comunisti italiani, nel mondo, sono stati i comunisti congolesi, diventati filoamericani dalla sera alla mattina».

I nostalgici e i cinici
C’è chi, poi, nell’album di famiglia della sinistra italiana, individua tre tipi di possibili Putin d’Italia. «C’è il tipo un po’ folcloristico alla Marco Rizzo», suggerisce un ex dirigente che preferisce non essere nominato. Il segretario del nuovo Partito comunista «ama Putin perché è russo e questo gli ricorda l’Urss e poi perché stare con Mosca, anche oggi, significa pur sempre ostacolare in qualche modo l’imperialismo americano». Basta scorrere un po’ di lanci d’agenzia, non è difficile trovare elogi – magari indiretti – dello stesso Rizzo al leader del Cremlino. Diceva nel 2014 a proposito del braccio di ferro internazionale che ha portato la Russia ad annettersi la Crimea: «Il referendum in Kosovo (sostenuto dalle potenze occidentali nel 2008, ndr) usciva da qualunque accordo precedente e i terroristi kosovari sono riusciti a prendersi lo Stato. In quel caso è intervenuta qualche forza? (…) In Crimea quando un popolo pacifico vota l’indipendenza ti fanno le sanzioni. (…) Premesso che la Russia di Putin non è l’Urss, è chiaro che si adottano due pesi e due misure diverse». Putiniano, Rizzo, in un certo qual modo, anche quando, candidato sindaco a Torino, diceva no al velo per le donne musulmane e alla costruzione di moschee, anche se il no era motivato dal fatto che si trattava di “diritti borghesi” legati alla religione, e quindi da respingere in nome dell’ateismo marxista.

Ma se per Rizzo e altri la somiglianza apparente è dettata più da un trasporto sentimentale per Mosca e per quel che fu, in altri casi la linea che ha portato a sviluppare una certa politica senza la politica, nel mondo postcomunista, ha altre origini. Da Togliatti fino a D’Alema, è l’idea di una politica come politica di potenza, il pragmatismo (qualcuno direbbe il cinismo) che vince ogni remora, che spinge il capo del Pci ad amnistiare i fascisti o il primo presidente del Consiglio ex comunista a dare il via libera a bombardamenti Nato sui Balcani ex socialisti, nonché a perorare la causa della famosa merchant bank di Palazzo Chigi dove non sarebbe servito parlare inglese per fare affari. Minniti, a quei tempi (1998-’99) era proprio a Palazzo Chigi, nel circolo ristretto dei cosiddetti Lothar, i consiglieri del premier ribattezzati così perché tutti calvi (lo stesso Minniti, Claudio Velardi, Fabrizio Rondolino, Nicola Latorre) come l’assistente di Mandrake. Aveva l’ufficio a pochi metri da quello di D’Alema, ed era sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti. Una competenza maturata per passione, lui aspirante latinista laureato in filosofia, e forse per osmosi con gli amici frequentati negli anni dello scoutismo in Calabria: Arturo De Felice, ex direttore della Dia e appena nominato prefetto di Caserta; il neo questore di Milano, Antonio Cardona; Nicola Calipari, l’agente del Sismi rimasto ucciso nel 2005 in Iraq durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.

L’ala “militare”
Negli anni dell’esecutivo D’Alema, nato con l’apporto determinante dell’Udr di Francesco Cossiga, Minniti stringe amicizia proprio con l’ex capo dello Stato, altro cultore di apparati di sicurezza (e trame oscure). Insieme, dieci anni più tardi, fonderanno un centro studi, la Fondazione Icsa, “Intelligence Culture and Stategic Analysis”.

Minniti va al governo con D’Alema, è dalemiano (salvo arrivare a una rottura plateale con l’ex premier diversi anni più tardi), ma non è D’Alema. Se quest’ultimo è l’erede del cinismo togliattiano, l’attuale ministro dell’Interno è più un figlio – come suggerisce Caldarola – di quell’ala “militare” del Pci che la sinistra gruppettara e movimentista, ieri e oggi, non ha mai digerito. Il parallelo con Pecchioli, coniatore dell’immagine di un Partito comunista «di governo e di lotta», è azzeccato. Ugo Pecchioli fu il dirigente comunista che non permise mescolanza alcuna tra il Pci e l’extraparlamentarismo. Fu l’uomo della fermezza del Pci nei confronti delle Brigate rosse, ai tempi del sequestro Moro.

E certo, forse è meno low profile, però un altro ex comunista “legge e ordine” è Vincenzo De Luca, oggi governatore della Campania, già “sindaco sceriffo” di Salerno. Non che sia stato l’unico, a sinistra, a usare il pugno di ferro quando necessario. A Padova, Flavio Zanonato (poi brevemente ministro), per isolare un turbolento quartiere a maggioranza straniera fa costruire un muro, a Bologna la tolleranza zero diventa il metodo di governo dell’ex leader Cgil Sergio Cofferati. De Luca incarna però più di tutti l’archetipo dell’amministratore locale che nasce nel Pci, perde nel tempo i connotati ideologici (oggi si definisce «liberale gobettiano») e finisce per mettere in atto una politica che qualche ex compagno di strada definirebbe “reazionaria”.

Pol Pot e agenti segreti
A Salerno, a un certo punto, l’allora sindaco regalò manganelli ai vigili urbani. Degli immigrati clandestini si narra abbia detto: «Li prenderemo a calci nei denti e li butteremo a mare». Da giovane segretario della Federazione salernitana del Pci, De Luca aveva due soprannomi: per i seguaci era “o’ professore”, per gli avversari “Pol Pot”, nome da dare a uno che di solito non fa prigionieri. Per i nemici è corrotto, cementificatore, decisionista al limite del dittatoriale. Chi lo apprezza, al di là dei modi spicci, vede la capacità di cambiare radicalmente una città, Salerno appunto, e di costruire un consenso molto trasversale. Colpa doppia, se possibile, a sinistra.

Succede, con stile e carattere assai diversi, anche a Minniti. Che da ministro dell’Interno prende decisioni più dettate dalle esigenze di ordine pubblico che dall’ortodossia di partito, che piace (quasi) più a destra che a sinistra. Che ama gli 007 e quando parla dei corpi speciali dice “noi”. Che gira le università per reclutare nuovi agenti segreti e che un giorno, un paio d’anni fa, si è sentito chiedere dall’avvocato di Totò Riina, che l’aveva chiamato a deporre nel processo sulla strage del treno 904, se per caso lui, Domenico Luca Marco Minniti, detto Marco, nel 1984 non fosse «già nei servizi segreti», lasciando intendere che tanta passione nascondesse un passato da spia. Una calunnia, certo. Che però in qualche modo accomuna questo ex funzionario del Pci a quell’ex agente del Kgb che ormai da quasi vent’anni è lo zar di tutte le Russie.

Foto Ansa

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