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Pasolini, Sodoma e il fascismo dei diritti

luglio 1, 2013 Olivier Rey

«Meglio essere nemico del popolo che nemico della realtà». Così PPP smascherò il conformismo sadico (e in fondo nichilista) dei “disobbedienti” e dei “rivoluzionari”

Anticipiamo ampi brani di un saggio inedito su Pier Paolo Pasolini scritto da Olivier Rey, filosofo, ricercatore al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs) e professore all’Università Paris 1 Pantheon-Sorbona. Il saggio apparirà in Francia il prossimo novembre in Radicalité. 20 penseurs vraimente critiques, volume edito da L’Échappée, Parigi. Ospiterà interventi di autori vari e sarà curato da Cédric Biagini, Guillaume Carnino e Patrick Marcolini. Rey è stato invitato al Meeting di Rimini domenica 18 agosto. 

Quasi quarant’anni dopo la sua scomparsa, è soprattutto come cineasta che Pier Paolo Pasolini è ancora conosciuto in Francia. Si sa anche che fu vittima, nel 1975, di un assassinio sordido su una spiaggia di Ostia. I suoi film più spesso citati sono quelli degli inizi – Accattone (1960), Mamma Roma (1961) – così come Teorema e il sempre “sulfureo” Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975), per lo scandalo provocato alla loro uscita. Di fatto, Pasolini si espresse, oltre al cinema, con altri mezzi: fu anche poeta di prim’ordine, romanziere, drammaturgo e saggista politico molto importante. È su quest’ultimo aspetto che intendiamo insistere – un aspetto che la figura di Pasolini cineasta permette in genere di minimizzare, o di ignorare completamente. Dopo la sua morte, lo si è imbalsamato come artista. Artista lo è incontestabilmente; ma tale etichetta non deve servire ad attenuare la portata politica del suo pensiero, che non viene trascurata perché superata, ma perché in grado di descrivere fin troppo bene quello che ci capita.

All’indomani della Seconda Guerra mondiale, il giovane Pasolini (nato nel 1922) aderisce al Partito comunista italiano. Vi resta solo due anni, ma non è una controversia ideologica che lo induce ad abbandonarlo. È infatti in seguito a uno scandalo sessuale (durante una festa di paese aveva avuto relazioni con adolescenti) che perde il posto di lavoro come professore di lettere e viene espulso dal partito. Pasolini attraversa allora un periodo estremamente duro, anche se alcune delle sofferenze che conosce in questo tempo sembrano risparmiargliene altre in seguito. Diventa infatti chiaro che il malinteso con il Partito comunista è destinato a scoppiare un giorno o l’altro. Il bersaglio principale del partito era infatti la detenzione privata del capitale, alla quale doveva essere sostituita la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Per Pasolini, tuttavia, la proprietà collettiva delle fabbriche poteva avere senso solo se avesse portato al loro smantellamento.

Lo iato della rivoluzione industriale
È quel che si evince da un testo del 1975, nel quale l’intellettuale si rivolge a Gennariello, un adolescente immaginario che ha scelto di far vivere a Napoli perché, scrive in Lettere Luterane, «preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana». Malgrado la vicinanza che sente con questo ragazzo, Pasolini è cosciente del baratro che meno di quattro decenni sono bastati a scavare tra loro, per il semplice avvento della rivoluzione industriale. «Nel parlarti, potrò forse avere la forza di dimenticare, o di voler dimenticare, ciò che mi è stato insegnato con le parole. Ma non potrò mai dimenticare ciò che mi è stato insegnato con le cose. Quindi, nell’ambito del linguaggio delle cose, è un vero abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi. Ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a me è assolutamente diverso da ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a te. (…) La qualità misteriosa (delle cose, ndr) era quella dell’artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi anni Sessanta è stato così. Le cose erano ancora fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. (…) Il salto tra il mondo consumistico e il mondo paleoindustriale è ancora più profondo e totale che il salto tra il mondo paleoindustriale e il mondo preindustriale». Questo capovolgimento Pasolini lo deplora, e pensa che non bisogna rassegnarsi alla ragione che sarebbe il senso della storia. «Non è vero – scrive ancora in Lettere Luterane – che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua “accettazione realistica” è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti» (…)

Pasolini non ha smesso, all’inizio degli anni Settanta, di attirare l’attenzione sulla gravità del processo in corso, con la sensazione, che numerose volte ha dovuto sconcertarlo e atterrirlo, di essere uno dei pochi a prendere coscienza di ciò che peraltro andava saturando l’intero spazio. Da qui la veemenza dei suoi discorsi, come uno dei passaggi degli Scritti Corsari: «Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. (…) Il che significa, in definitiva, che questa “civiltà dei consumi” è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la “società dei consumi” ha bene realizzato il fascismo».

Contro quell’antifascismo
L’utilizzo che Pasolini fa del termine “fascista” è contestabile. Una preoccupazione di igiene concettuale consiglierebbe di riservare la parola alla designazione di un complesso di idee abbastanza preciso, e ai regimi che lo hanno incarnato in Europa negli anni Trenta. Senza di che, diventa un’invettiva che gli avversari possono rivolgersi per squalificarsi reciprocamente, e che non ha più un gran senso (ai giorni nostri si è sempre il fascista di qualcuno). Le differenze tra il fascismo e la società dei consumi nella quale viviamo sono considerevoli, anche solo, come nota J. C. Michéa rifacendosi a Mona Chollet, perché «il capitalismo contemporaneo funziona ormai molto di più sulla seduzione che non sulla repressione». Del resto, Pasolini ne era un po’ più cosciente, perché è proprio in questo arruolamento attraverso la seduzione che identificava il carattere più temibile, sotto le sue arie bonarie, della società di consumo. Il ricorso al termine “fascismo” era innanzitutto, per lui, di ordine tattico. Esulcerato com’era nel vedere i suoi contemporanei sbagliare nemico, che persistevano nel credere che la più grave minaccia da scongiurare fosse un ritorno del fascismo precedente alla guerra, considerava questo atteggiamento di antifascismo archeologico come un eccellente pretesto per vedersi assegnare un brevetto di antifascismo reale. «Si tratta – scrive ancora negli Scritti Corsari – di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. (…) Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo o è stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo». Peggio: è un antifascismo che dispensa dall’affrontare il vero avversario, che permette anche di collaborare senza troppi sentimenti o anche ardentemente con esso. Se Pasolini ha qualificato come “fascista” la società dei consumi, è perché si confrontava con persone che non potevano concepire altro nemico che il fascista. E allora che almeno imparassero a intendere, con questa parola, quello che era divenuto il vero mostro col quale confrontarsi.

I bambini tiranni in salotto
D’altronde, per quanto differente sia la società dei consumi dal fascismo, essa ne condivide alcuni tratti. Una forma di oscenità, per esempio, o il voler confinare gli esseri nell’immaturità, nonché la mobilitazione dei più giovani a sedere nel suo regno. Nel suo libro La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel terzo Reich, pubblicato nel 1938, Erika Mann riporta una scena agghiacciante, in cui un moccioso di quattordici anni, poiché detiene un certo grado nell’ambito della “Jungvolk”, è in grado di dettare legge a un padre di famiglia nella sua casa. Un parallelo si impone con la situazione presente, in cui la società dei consumi intende passare al di sopra della testa dei genitori, per rivolgersi direttamente ai bambini e far di loro, all’interno dei focolari, dei rappresentanti tirannici. Paragonando questa società a un penitenziario, Pasolini osservava, sempre nelle Lettere Luterane, che «i personaggi principali di questo penitenziario sono i giovani» – più prigionieri maltratti, che guardiani feroci. È facile, infatti, come nota Claude Alzon «per un manipolatore abile far nascere nel bambino qualsiasi desiderio conforme ai suoi interessi. Un tempo erano i genitori che si incaricavano di questo gioco di prestigio. Adesso che anche loro sono stati ridotti allo stato infantile dal capitale, e quest’ultimo si incarica di manipolare direttamente tutti, i piccoli come i grandi» e «l’adolescenza, che una volta era un’entrata nell’esistenza, è divenuta semplicemente un’entrata nella voglia», già effettuata in larga parte sin dalla più tenera età. «Nei paesi occidentali – rincara Jean-Claude Michéa – quasi il 70 per cento degli acquisti operati per la famiglia avvengono ormai sotto la pressione morale e psicologica dei loro bambini. Se le parole hanno un senso, ciò significa che l’addestramento spettacolare e commerciante della giovinezza si è già rivelato così efficace che una gran parte di quest’ultima assume senza alcun sentimento il suo nuovo ruolo di occhio del sistema all’interno della sfera familiare» (…).

Pasolini ha visto costituirsi, prima e dopo il 1968, uno “spirito di ribellione” falsamente contro il sistema, in realtà parte integrante del sistema e agente della sua infinita estensione. «Per tutti questi giovani – nota Pasolini nelle Lettere Luterane – vale la figura o “modello” del “disobbediente”. Non c’è nessuno di essi che si consideri “obbediente”. In realtà, semanticamente, le parole hanno rovesciato il loro senso scambiandoselo; in quanto consenziente all’ideologia “distruttrice” del nuovo modo di produzione, chi si crede “disobbediente” (e come tale si esibisce) è in realtà “obbediente”, mentre chi dissente dalla suddetta ideologia distruttrice – e, in quanto crede nei valori che il nuovo capitalismo vuole distruggere, è “obbediente” – è dunque in realtà “disobbediente”». Nei fatti i contestatori spesso non hanno fatto altro che accelerare la dinamica dominante, hanno avuto l’impressione di strappare al sistema quel che in verità aveva bisogno che prendessero senza osare darglielo.

L’ambiguità delle liberazioni
Da qui la profonda ambiguità di innumerevoli “liberazioni”, che sono anche alienazioni rinforzate. Così, al fine di far abbassare i salari, per una concorrenza accresciuta tra gli iscritti alle liste di collocamento, il sistema economico aveva interesse a lanciare in massa le donne sul mercato del lavoro; per far aumentare la domanda, aveva tutto l’interesse a liberare il bambino dall’influenza degli adulti perché divenisse, sin dalla più giovane età, un consumatore di pieno diritto. Attraverso la legislazione del divorzio in Italia, Pasolini ha identificato da una parte «un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso, per cui l’italiano accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese: perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore» (Scritti Corsari). Più generalmente, lui, che mai si riuscirà a dipingere come pudibondo, sia per le sue opere che per le sue numerose e consapevoli relazioni con dei ragazzi, ha percepito quel che la “liberalizzazione” dei costumi poteva avere di falsamente emancipatore e di veramente distruttivo. «Rivoluzione sessuale piège à cons» diceva Maurice Clavel, e Pasolini condivideva questo giudizio nelle Lettere Luterane: «La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi». «Oggi – scrive anche negli Scritti Corsari –la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. (…) Il risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria e generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza».

Perché Pasolini ha girato Salò o le 120 giornate di Sodoma? Per mostrare, a un’intellighentsia irresponsabile che credeva di aver trovato nella trasgressione alla Sade un modello di rivolta contro la morale borghese e l’ordine fascista, che, così facendo, contribuiva a rovesciare gli ultimi ostacoli che si opponevano ancora a una mercificazione integrale del mondo (…). Pasolini ha letto Sade. E quel che ha trovato non è l’uomo totale ma l’uomo ributtante, per il quale gli altri non sono e non possono essere che strumenti. Sì, Salò o le 120 giornate di Sodoma è un film atroce, inguardabile. Ma tale è la sua funzione. La sua concezione della sessualità Pasolini l’ha espressa nella sua Trilogia della vita (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Le mille e una notte). Ha realizzato Salò come lavoro ingrato: per rispondere, in modo conseguente, ai “rivoluzionari” alla Vaneigem, e ai libertari che si immaginano di portare dei colpi di incredibile audacia alla società del loro tempo con le loro apologie della trasgressione, mentre in realtà non fanno che stimolare e confermare la sua dinamica. Condurla più in fretta e più efficacemente verso il nulla morale, in cui tra gli esseri rimangono solo rapporti di strumentalizzazione e di consumo (…).

L’equivoco su ciò che è moderno
Sin dall’indomani della Seconda Guerra mondiale, Dwight Macdonald proponeva di sostituire la distinzione classica tra “sinistra” e “destra” con una nuova distinzione tra “progressisti” e “radicali”, spiegando a quale tipo di confusione ci si condannava persistendo a interpretare gli avvenimenti a partire dalla griglia di lettura sinistra/destra. Di fatto, l’opposizione tra sinistra e destra è sempre più esclusivamente un’opposizione all’interno di uno stesso movimento, quello di una perpetua “modernizzazione” concepita come andante sempre “nel giusto senso”. Pasolini aveva compreso che la destra moderna non ha più nulla di conservatore e che l’intestardirsi a considerarla come guardiana dell’ordine antico è un errore patetico (o un comodo alibi), che conduce la sinistra (o l’autorizza) a un perpetuo rilancio sulle trasformazioni alle quali pretende di opporsi. Ha assistito costernato all’annientamento, in nome del progresso, delle culture popolari, annientamento tanto più catastrofico quanto vedeva giungere, sin dagli inizi degli anni Settanta, il momento in cui convulsioni economiche avrebbero riportato una gran parte della popolazione verso la povertà, in un mondo segnato – dopo questo intervallo – dalla degradazione di città e di paesaggi, dalle devastazioni di uno «sviluppo» mancato trasformatosi in disastro ecologico, e dall’affossamento dei valori che permettevano di vivere una vita autenticamente umana nella frugalità. Un mondo di lavoratori precari o senza lavoro, di consumatori frustrati, che la propaganda sulla felicità del consumare ha reso inadatti a sopportare il fallimento, il denudamento, la privazione. Cristopher Lasch non aveva paura ad affermarlo: «La convinzione che per certi aspetti il passato fosse un periodo più felice non si basa affatto su una illusione romantica; e non porta necessariamente a una visione reazionaria e astorica che paralizza la volontà politica». Ciò non vuol dire che occorra ritornare indietro, il che è comunque impossibile. Non vuol nemmeno dire che prima tutto andasse bene – i difetti degli antichi tempi non sono che troppo massicci. Ciò significa che il modo in cui ci si è impegnati per migliorare le cose era cattivo, o lo è divenuto. Al punto in cui siamo un rapporto critico, ma più positivo, rispetto al passato, è necessario per evitare un futuro disastroso. Pasolini non si lasciava intimidire da quel che chiamava lo «scandalo dei pedanti», pronti a tacciarlo di passatista, di reazionario, di nemico del popolo per perseverare nella loro menzogna o accecamento. Pensava – come scrisse nelle Lettere Luterane – che sia «meglio essere nemico del popolo che nemico della realtà».

Traduzione dall’originale francese a cura di Flora Crescini

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