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Panella: «L’Iran vuole esportare la rivoluzione con fini apocalittici»

gennaio 13, 2012 Leone Grotti

L’Iran, giorno dopo giorno, sta facendo salire la tensione annunciando nuovi siti nucleari e la chiusura dello stretto di Hormuz, fondamentale per l’economia della regione. Intervista al giornalista e scrittore Carlo Panella: «Le guerre non si fanno per il Pil, l’Iran è più forte di prima e bisogna capire qual è il quadro in cui agisce: quello apocalittico»

«L’escalation di tensione che sta caratterizando l’Iran ha un solo scopo: volontà di potenza regionale e nazionale unita a dinamiche di esportazione della rivoluzione con fini apocalattici e religiosi». Così Carlo Panella, scrittore e giornalista esperto di scenari internazionali, spiega a Tempi.it gli ultimi fatti che riguardano il paese degli ayatollah. Dalla minaccia di chiudere lo stretto di Hormuz, vitale per la prosperità della regione, all’annuncio dell’apertura di un nuovo sito nucleare sotterraneo fino alla condanna a morte di una presunta “spia” americana.

Molti analisti sostengono che l’innalzamento della tensione in Iran sia voluto dal regime per nascondere i problemi economici interni.
«Che l’Iran abbia un grave problema economico è evidente ma non è un paese democratico, le sanzioni che l’Occidente prenderà faranno male, ma colpiranno il popolo. Bisogna pensare però che in Iran almeno 15 milioni di persone hanno votato Ahmadinejad, che in Occidente è considerato meno di un impiegato dell’Upim, ma che ha costruito una solida rete di alleanze internazionali per cui l’Iran non è più un paese isolato. La verità è che le guerre non si fanno per il Pil, questo la maggior parte degli analisti non lo capisce».

Per che cosa si fanno allora?
«L’Iran per un motivo ben preciso: vogliono esportare la rivoluzione in senso trotzkista, legato alla fine del mondo, come recita la loro Costituzione. Nessuno ne tiene mai conto quando parla dell’Iran ma questo è il quadro dentro al quale si innestano tutte le loro azioni. La nazione iraniana esiste da tremila anni, hanno un forte spirito nazionalista, ma lo scopo della rivoluzione che ha preso il potere nel paese è quello di ricostruire l’uomo islamico ed esportare nel mondo la rivoluzione».

Minacciando di costruire la bomba atomica?
«La bomba è il mezzo per esportare la rivoluzione. Se tutto questo è possibile è solo per l’ingenuità e la stupidità di Obama, che lascia agire l’Iran indisturbato, perché non capisce questo disegno e pensa che Khamenei voglia solo un potere nazionale, ignorando, come fanno tutti i democratici, l’essenza ideologica e il fine apocalittico del nemico. Cosa che rende l’Iran più pericoloso di tutti gli altri Stati».

Perché?
«I nordcoreani, ad esempio, provocano un’escalation di tensione per ottenere più aiuti quando arrivano a trattare con la Cina o gli Stati Uniti. L’Iran, invece, non vuole trattare. Quando avrà la atomica, cioè tra un anno o due, non la lancerà subito, aspetterà per fare deterrenza e allargare la rivoluzione. Questa è la grande novità dell’Iran. Ahmadinejad vuole portare l’Iran ad essere una potenza regionale e nazionale, Khamenei vuole usare la bomba per esportare la rivoluzione. In questo modo hanno conquistato il Libano e Hezbollah, ma anche Hamas e Gaza, che pure sono sunniti, mentre in Iran comandano gli sciiti».

Con la crisi della moneta iraniana, il regime non rischia di crollare? È ancora forte o si è indebolito da quando è riuscito a reprimere l’Onda verde?
«Il regime è forte, più forte di quando ha sconfitto i ragazzi dell’Onda verde, i precursori della Primavera araba. Ma l’Onda verde ha perso per due motivi: il regime controllava il consenso della parte consistente del paese, in più l’Onda era rappresentata da personaggi improponibili, con le mani grondanti del sangue della prima dirigenza rivoluzionaria che è stata esiliata o impiccata».

Si parla molto di un dispiegamento di forze americane in Israele. Lo scoppio della guerra è uno scenario possibile?
«Io non credo che Israele attaccherà l’Iran. In Occidente c’è un’onda di antisemitismo molto diffusa, tutti se ne fregano perché pensano che tanto dell’Iran se ne dovrà occupare Israele. Credo che Israele non attaccherà perché se ne parla troppo e perché tutti i dirigenti israeliani stanno disperatamente chiedendo al mondo di farsi carico del problema. Obama, invece, ha tutti i piani pronti per un eventuale attacco militare, ma non si muove da incorreggibile democratico. I democratici sono sempre a favore del dialogo a oltranza, poi all’improvviso diventano i più grandi guerrafondai, come Roosevelt. Quindi, l’unica cosa che si può temere è che, fuori tempo massimo, Obama decida di bombardare l’Iran senza avere prima costruito il contesto politico, che è la cosa più difficile».

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