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Oltre i Masaniello ma anche oltre le élite

febbraio 13, 2017 Carlo Lottieri

Il primo errore è fare di tutti i demagoghi un fascio. È la logica con cui un ceto politico in declino si scava la fossa invece di cogliere l’occasione per cambiare

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La categoria del populismo ha in sé qualcosa di sfuggente. Non è facile, in effetti, raggruppare in un medesimo orientamento figure assai diverse come Marine Le Pen, Donald Trump, Nigel Farage, Pablo Iglesias e Beppe Grillo… Questa formula è venuta però ad affermarsi nel momento in cui si è allargata la distanza tra il cittadino qualunque e le istituzioni.

Nella loro propaganda i movimenti detti populisti tendono a opporre la società civile e l’establishment. Quello che Pier Paolo Pasolini chiamò “il Palazzo” è un facile bersaglio per quanti si fanno interpreti del senso comune, dando voce a profonde frustrazioni. Dopo una crescente espansione dei poteri pubblici (che hanno monopolizzato scuola, sanità, pensioni, banche eccetera), chi si candida a dare voce al popolo oggi ha successo: anche in considerazione del fatto che il quadro generale è dominato da inquietudini e paure.

In un certo senso, i nodi stanno venendo al pettine. Quando il ceto politico – quella che è stata ribattezzata “la Casta” – controlla più della metà delle risorse prodotte e quando in tal modo soffoca la libera iniziativa di imprese, individui e comunità, la crisi è inevitabile. Ed è su questo dissesto che la nuova politica sta costruendo la sua fortuna. Il problema non è comunque nella semplice contrapposizione tra élite chiuse nei loro ristretti circoli e movimenti volti a interpretare opinioni diffuse. Se il populismo fosse solo questo, sarebbe da salutare con soddisfazione: quale occasione per un rinnovamento delle istituzioni.

Il rischio della fase che stiamo vivendo, però, è legato al sovrapporsi dello sfascio complessivo dei regimi attuali e dell’emergere di gravi difficoltà (economiche e non solo). In tale situazione, infatti, è comprensibile che si affermino prospettive irrazionali – si pensi al sovranismo e pure al rigetto della globalizzazione in nome una nuova autarchia (come se la lezione di David Ricardo fosse passata invano) – e che da una crisi generata da una progressiva divinizzazione dello Stato si voglia uscire grazie a un rafforzamento dello Stato medesimo.

In questi tempi difficili, allora, è bene cercare di tenere fermi alcuni princìpi (a partire dal primato della persona) e la capacità di ragionare e dialogare. Per respingere l’irrazionalità demagogica dei nuovi Masaniello è quindi opportuno distinguere caso da caso, rifiutando la logica delle élite in declino, per le quali Farage, Le Pen e Trump sono la stessa cosa. Non è così e ogni fenomeno va valutato diversamente.

Più realtà, meno dogmi
La Brexit, ad esempio, potrebbe rivelarsi assai più positiva di quanto non si creda se, avendo impedito un’unificazione politico-tecnocratica del Vecchio Continente, dovesse permettere il ritorno a un’Europa delle libertà individuali e degli scambi culturali. Anche lo slogan trumpiano “America first”, se non servirà soltanto a promuovere politiche commerciali autolesionistiche, potrebbe produrre buoni effetti qualora servisse a ridurre la presenza degli Stati Uniti in molti teatri di guerra. E ugualmente positivo sarebbe il populistico successo di rivendicazioni territoriali (a partire dalla Catalogna) che conducano al superamento dello Stato nazionale.
Ciò che vi è di pericoloso nel populismo, allora, lo si inizia a sconfiggere guardando la realtà fuori da schemi dogmatici. Riuscendo a relativizzare anche quanto vi è di ideologico nella demonizzazione stessa del populismo.

Foto Ansa

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