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Olivero (Acli): «Il nuovo modello di welfare ai tempi della spending review»

luglio 9, 2012 Chiara Rizzo

«Il sistema del welfare a carattere risarcitorio non è più praticabile. Bisogna recuperare le risorse all’interno delle comunità, come le aziende che offrono la mutua ai dipendenti e i fondi interprofessionali»

«Anche noi negli anni scorsi chiedevamo un welfare a carattere risarcitorio, ma questo non è più possibile. È un sistema da superare: bisogna ripensare spesa e risorse. Il che non vuol dire affatto cancellarle a livello pubblico, ma ritrovarle anche dentro le comunità». A parlare così è stato Andrea Olivero, presidente nazionale delle Associazioni cristiane lavoratori d’Italia (Acli), durante un convegno sul welfare lo scorso fine settimana a Palermo. «È nella vocazione delle Acli costruire democrazia e oggi ciò si traduce nel creare nuovi modelli di welfare condivisi» dice Olivero a tempi.it, introducendo la sua ricetta per un sistema sociale efficiente anche in tempo di crisi, e di fronte ai tagli introdotti dalla spending review.

Cosa intende concretamente per “modelli di welfare condivisi”?
Il punto è che oggi abbiamo un welfare prevalentemente incentrato su un servizio pubblico reso dallo Stato o dagli enti locali: welfare condiviso è invece quello in cui la comunità è l’artefice dei servizi, è lei che valuta quali debbano essere i servizi che devono rimanere in capo all’ente pubblico, e quali invece possano essere gestiti a partire dal principio di sussidiarietà anche da privati a servizio del pubblico. È miope oggi pensare che il welfare debba rimanere solo al pubblico: i soggetti privati quando cooperano portano un contributo, anche in termini di risorse economiche, perché ne portano di nuove, e in questa fase ciò è di per se stesso un valore per la comunità. È un nuovo mutualismo quello che serve.

Ci fa degli esempi concreti?
Un caso è quello dell’assistenza domiciliare, per la quale molte volte si sono trovate soluzioni utili in una compartecipazione tra Stato e famiglie. Molti servizi, infatti, vengono erogati dallo Stato non sotto forma di servizio in sé, ma come voucher ai cittadini che possono scegliere così anche il servizio offerto dal privato sociale (cooperativa, associazione di volontariato, etc.). È stato creato con la modalità dei voucher un progetto organico di assistenza, cioè un progetto che parte da risorse pubbliche e familiari integrate, verso un soggetto che agisce per un servizio pubblico. Pensiamo poi al caso del “babyparking”, cioè agli asili nido: anche in questo ambito il contributo pubblico si integra con le risorse private a tutto vantaggio delle famiglie, per un servizio migliore. Oppure pensiamo al nuovo mutualismo nella sanità integrativa, che va a coprire quei bisogni che il pubblico non è più in grado di soddisfare, ma che danno pure qualità alla vita delle persone. Ad esempio, nell’ambito sanitario per alcuni servizi come la neuropsichiatria infantile nel pubblico c’è il problema di lunghissime liste d’attesa, a fronte dell’urgenza per le famiglie. Creare nuovo mutualismo in questi casi è molto utile perché riduce i costi e dà servizi che altrimenti non verrebbero forniti adeguatamente. Non è questo un welfare privato che si contrappone, ma un’opportuna integrazione che soppperisce alle mancanze esistenti e dà ai cittadini risposte adeguate e a un costo accessibile.

Si parla dei tagli anche drastici nel settore pubblico, incluso anche il welfare. Cosa ne pensate, e quale ricetta proponete?
Innanzitutto è importante rimarcare che la spesa per il welfare non va tagliata ma ridefinita, bisogna andare a spostare risorse esistenti da alcuni ambiti tradizionali ad altri. La spesa sanitaria è pressapoco in linea come costi a quella di altri paesi, mentre quella previdenziale connessa ad aspetti risarcitori (i classici assegni di accompagnamento o disabilità) è superiore di un terzo alla media europea. In maniera equivalente, nell’ambito dell’assistenza abbiamo una spesa statale di un quinto inferiore alla media europea. Bisogna riequilibrare allora questa spesa, andando a reperire risorse in una nuova modalità di finanziamento. Se in passato lo Stato si limitava a dare un assegno a fronte della difficoltà manifestata dal cittadino, per risarcirlo visto che non era in grado di fornire servizi, oggi non è più possibile. Perché questo sistema ha portato alla diffusione gigantesca degli assegni ma anche degli abusi (pensiamo al caso dei “falsi invalidi”, ma non solo): oggi dobbiamo pensare a costruire nuovi servizi, in modo che sia il cittadino a scegliere. Il voucher potrebbe essere uno strumento utile, in modo che i fondi siano vincolati al servizio effettivo, e non ad una fonte generica di reddito.

In che modo però il privato sociale può aiutare a reperire risorse, secondo voi?
Il tema delle risorse esiste, ma non è l’alibi per una riforma del welfare. Innanzitutto c’è il concorso dei privati, cioè delle famiglie: le spese sono cresciute enormemente per quanto riguarda la voce servizi welfare, ma chiediamo di qualificare meglio questa spesa e di inserirla in un progetto complessivo, per evitare il welfatre fatto in casa (come ad esempio con un badantato anche poco qualificato). Un altro aspetto è invece quello di reperire nuove risorse dal mondo del lavoro. Penso all’esempio del welfare aziendale, con imprese che propongono delle coperture assistenziali ai dipendenti in precisi campi. Ci sono aziende che forniscono l’accesso agevolato ad asili per l’infanzia o alle colonie estive per i figli dei lavoratori; oppure forniscono servizi di mutua sanitaria pagata dall’azienda che si somma al servizio sanitario nazionale. Sono piccoli o grandi servizi che l’azienda decide di fornire nelle trattative con i sindacati. Questa risorsa può essere ulteriormente “aggregata” a quelle che vengono dai lavoratori stessi: i fondi interprofessionali sono un esempio di queste risorse. Questi fondi hanno portato ad accrescere la possibilità di formazione professionale senza costi aggiuntivi, in un momento dove è necessaria una continua formazione del lavoratore per rimanere appetibile sul mercato.

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