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«Il cristianesimo è condividere il destino tra amici». Gli incontri di Filonenko, il filosofo che si stancò dell’ateismo “noioso”

agosto 20, 2013 Leone Grotti

Al Meeting il filosofo Aleksandr Filonenko racconta il suo percorso da «ragazzo sovietico modello» alle «braccia del Signore». «Prego perché mi dia sempre qualcuno da seguire»

Rimini (dal nostro inviato al Meeting). «Più che un incontro questa sarà una chiacchierata amichevole», premette Aleksandr Filonenko (nella foto, © Meeting), autore al Meeting della seconda testimonianza dopo quella di ieri del filosofo cinese Tianyue Wu. «Fisico nucleare per formazione, teologo per passione e filosofo per professione», così l’ha introdotto in Auditorium l’insegnante Franco Nembrini, il docente di filosofia ucraino ha mantenuto la promessa raccontando la sua vita attraverso gli incontri che l’hanno cambiato.

«RAGAZZO SOVIETICO MODELLO». «Nato nel 1968 nello stesso ospedale di Gorbaciov» e cresciuto come «un ragazzo sovietico modello seguendo tutte le fasi dell’educazione comunista», Filonenko ha fin dal principio rigettato il cristianesimo, ritenuto troppo noioso: «Ci avevano insegnato che la religione era niente più che una forma di compensazione. Se eri malato e debole, avevi bisogno della stampella della religione per camminare, se eri ateo, invece, potevi farne a meno. E io mi sentivo forte».
Qualcosa cambia a 20 anni dopo la lettura della storia di padre Pavel Florenskij, il filosofo, matematico e sacerdote russo condannato a dieci anni di lager e poi trasferito in un campo di prigionia presso le isole Solovki, il primo terribile gulag comunista. «Leggere come padre Pavel fosse riuscito a mantenere la sua vitalità di studioso e creativo persino nel lager mi ha profondamente colpito. Addirittura, prima di essere mandato alle Solovki, scriveva alla famiglia: “Venite qui perché è un posto molto interessante”», racconta il docente ucraino, che oggi insegna e vive a Char’kov. «Non ho potuto fare a meno di domandarmi: da dove viene la sua vitalità? E quando ho scoperto che veniva dal rapporto con Cristo, ho pensato: “Se anche lui è un malato, un invalido, allora anch’io voglio stare con gli invalidi e non con gli atei, che sono infinitamente più noiosi”».

I PRIMI INCONTRI. Così comincia la ricerca di «qualcuno da seguire che mi conducesse a Cristo, perché non sapevo come arrivarci da solo». E quando un amico per caso nel 1997 gli fa ascoltare una cassetta con un discorso del Metropolita Antonio di Surozh, fondatore della chiesa ortodossa in Inghilterra, Filonenko capisce che la persona tanto cercata poteva essere lui e decide di incontrarlo: «Dopo averlo conosciuto ho colto il cuore del suo messaggio: se vuoi conoscere Cristo, devi essere disponibile ad un incontro, da cui nasce la fede. La fede nasce dalla gioia causata dal riconoscimento che Dio ci chiama per nome».
Da quei primi due incontri e dall’abbraccio del cristianesimo ortodosso, per Filonenko ne sono scaturiti tanti altri (tra cui quello con «gli amici di Comunione e Liberazione»), «che io non mi sono andato a cercare, ma che sono accaduti».

EMMAUS. Così, ad esempio, quando un amico gli chiede di aiutarlo con alcuni bambini disabili per i quali lo Stato non prevede alcun tipo di assistenza, Filonenko, che non avrebbe mai «immaginato di occuparmi di queste cose», fonda l’associazione socio-culturale “Emmaus”: «C’era una ragazza con gravi problemi che tutti dicevano incapace di studiare. Quando ce l’hanno presentata aveva come unico orizzonte quello di essere portata a vivere in una casa per anziani. Noi, anche se tutti ci dicevano che era impossibile, l’abbiamo aiutata a studiare: è riuscita ad entrare in un istituto tecnico e ora è stata accettata all’università».

SOCIETÀ MALATA. «Ce n’era un’altra», racconta ancora, «che non aveva più i reni e doveva fare la dialisi ogni due giorni. Parliamo di un’operazione di sei ore. Tutti l’avevano sempre considerata una ragazzina cattiva, arrabbiata. Un giorno mi ha chiesto di vedere con lei il suo album di fotografie di famiglia, un album terribile con immagini di persone alcolizzate e una casa distrutta. Non voleva altro da me, solo condividerlo e nessuno l’aveva mai fatto prima di quel momento. E io ho capito da questo incontro che il cristianesimo è semplicemente la possibilità di condividere il destino tra amici».
Una scoperta che potrebbe sembrare banale, «ma nella nostra società malata, la società post-sovietica, questa possibilità è una rivoluzione perché tutti guardano ormai con sospetto all’idea del “collettivo”. Tutti sono allergici».
Lo stesso vale per il concetto di “padre”: «Nella nostra storia recente abbiamo avuto padri cattivi e terribili. Oggi nessuno vuole più saperne. Io avevo intuito che c’è bisogno di un padre ma non sapevo che cosa fosse la “paternità”, almeno finché Dio non ci ha mandato Franco Nembrini». «È lui infatti», continua Filonenko dopo aver lanciato un’occhiata di intesa all’insegnante seduto di fianco a lui, «che ci ha fatto capire che il padre è chi testimonia per cosa vale la pena vivere. E anche se sbaglia non conta, perché i figli perdonano, ma c’è una cosa sola che è difficile perdonare: la mancanza di speranza».

«CONDIVIDERE LA GIOIA». In questo modo, prendendo le mosse dagli incontri «inaspettati» che gli sono capitati, Filonenko affronta in Ucraina “l’emergenza uomo”, consapevole che «noi cristiani siamo quelli che possono ridare un volto alle persone, facendole uscire dall’anonimato», ma sapendo anche che «questa non è una cosa che si può organizzare»: «Per questo io prego sempre il Signore che mi prenda per fare di me le sue braccia, dandomi però sempre qualcuno da seguire».
Ma Filonenko non è venuto al Meeting per insegnare niente: se sono «così contento di essere tra voi stamattina, è per quello che dice san Paolo ai Corinti: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia”. Ecco, io sono venuto a condividere questa gioia con voi».

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