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«Marò, anche l’Italia ha le sue colpe. Servono tre mosse per risolvere la situazione»

febbraio 4, 2014 Chiara Rizzo

Fabrizio Cicchitto ha incontrato i due militari e spiega cosa si può fare per dare una speranza a Latorre e Girone

Il giorno in cui in India si registra l’ennesimo stop alla vicenda giudiziaria dei due marò, il presidente della commissione Affari esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto (Ncd) traccia un amaro bilancio parlando a tempi.it: «La responsabilità della situazione che vivono Salvatore Latorre e Massimiliano Girone è anche nostra. Siamo debitori nei loro confronti, perché lo Stato ha fatto una lunga serie di errori». E poi annuncia: «Ora la soluzione è l’internazionalizzazione della vicenda, con un ricorso ad un tribunale internazionale se l’India non risolve lo stallo, e di fare tornare in Italia i marò».

Onorevole Cicchitto, lei è appena tornato da una missione in India assieme ad altri deputati e senatori. Come avete trovato i marò e cosa vi hanno detto?
Li abbiamo trovati in lucidi e in grado di affrontare la situazione. Anche nei dibattiti avuti con i giornalisti, Latorre e Girone sono stati molto bravi, misurati e capaci di capire che la situazione in cui sono non richiede manifestazioni sopra le righe. Nello stesso tempo, sono due persone che si ritrovano appese da due anni ad una situazione assurda, dato che non è stato nemmeno detto qual è l’incriminazione nei loro confronti. Sottolineo anche che noi siamo debitori nei loro confronti: lo Stato italiano ha fatto una lunga serie di errori, perché dal momento in cui i due marò erano in missione antipirateria nessuno da noi ha scritto che la nave avrebbe dovuto tornare in un porto indiano, che Latorre e Girone avrebbero dovuto scendere da quella nave e che avrebbero dovuto essere rimandati in Italia per ogni giudizio. Gli indiani si sono comportati in maniera protervia, ma a monte ci sono stati anche errori nostri. Adesso occorre concentrarsi sulle soluzioni.

Quali sono quelle che si delineano in modo più concreto?
Ci sono due ipotesi, la prima è l’internazionalizzazione della vicenda, la seconda di farli tornare in Italia. La via maestra devo dire che è la prima, un ricorso alla giurisdizione internazionale: o all’Onu o al Tribunale del mare che ha sede ad Amburgo.

È una strada realisticamente percorribile?
Sì, quest’ultima soluzione anzi sarebbe ad hoc: i tribunali internazionali nascono proprio per dirimere problemi irrisolti tra due stati. I due marò erano in missione anti-pirateria, la vicenda è avvenuta in acque internazionali. La giurisdizione avrebbe dovuto essere italiana. Invece noi siamo andati in contraddizione con questa linea e abbiamo ceduto all’India, che prometterva di risolvere tutto rapidamente. E invece…

Invece oggi lo stesso governo indiano è diviso, con il ministero degli Esteri che, da una parte, ha assicurato che i marò non rischiavano la pena di morte e, dall’altra, con i ministeri dell’Interno e della Giustizia che vogliono applicare la legge anti-pirateria. Che situazione avete trovato in India?
È vero, in realtà il governo si trova in piena crisi. Perché c’è l’inghippo sull’applicazione della legge anti-pirateria, ma anche perché, sullo sfondo, tutto avviene in una situazione di grande incertezza a campagna elettorale in corso. Sulla vicenda viene esercitata grande demagogia e chi nel governo si muove viene accusato di andare contro gli indiani. Eppure, da quale parte al mondo, in quale altra magistratura può avvenire che dopo due anni manchi persino l’incriminazione? Siamo in una fase di totale stallo, un po’ per la nostra auto-contraddizione, un po’ perché gli indiani non sono in grado di risolvere la situazione. Oggi (ieri, ndr) non a caso è stata rinviata un’altra udienza.

Cosa succederà ora?
A questo punto la partita si gioca tra dieci giorni. E faremmo male ancora ad affidarci alla giurisdizione indiana: manca una capacità anche solo politica in India di trovare una soluzione. Il loro governo è diviso, con il partito egemone da vent’anni (legato a Sonia Gandhi, ndr) in difficoltà e con l’affermarsi di partiti nazionalisti e di un partito molto simile al nostro Movimento 5 stelle. Di conseguenza non ci rimane altro che fare tre cose. Uno: trovare una solidarietà internazionale. Due: alzare il fuoco polemico di fronte a questa situazione di stallo. Tre: non escludere un ricorso alla giurisdizione internazionale. Intanto i marò devono tornare in Italia.

Le pressioni esercitate anche dal presidente della Commissione europea José Barroso hanno avuto un effetto?
Hanno avuto l’effetto forse di far ritirare l’accusa ridicola di terrorismo contro i due marò. Ma, per il resto, pesa di più la situazione politica indiana, con questo tema su cui il dibattito nel Paese è stato molto acceso per ragioni elettorali.

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3 Commenti

  1. luca says:

    continuate a cancellare i miei commenti, ma questi hanno ammazzato ed è giusto che paghino di conseguenza!
    se mai ai tempi in cui l’aereo americano tranciò i cavi della funivia in Italia dovevamo evitare di rimandarli in patria, dove NON sono stati puniti.
    addirittura l’india ha un senso della giustizia migliore e più forte del nostr

  2. Antonio says:

    se toccano i nostri concittadini, prendere un migliaio degli orrendi e impresentabili straccioni indiani che degradano l’Italia e sbatterli a calci in alto mare.

    • luca says:

      che cristiano!
      se toccano due concittadini che hanno ammazzato noi ci vendichiamo su 10 poveri loro a caso!
      fantastico!

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