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Lord Alton: «Kim Jong-il era un feroce dittatore ma ora c’è speranza»

dicembre 21, 2011 Leone Grotti

Intervista al membro permanente della Camera dei Lord inglese David Alton, promotore dei diritti umani e conoscitore della Corea del Nord, dove si è recato tre volte: «Kim Jong-un è giovane, se applica le riforme economiche non potrà fermare le liberalizzazioni. Con Kim Jong-il sono morte 300 mila persone nei gulag e 2 milioni per la carestia»

«Kim Jong-un, terzogenito del defunto dittatore nordcoreano Kim jong-il, è stato educato in Svizzera, ha passato la maggior parte della sua vita fuori dai confini della Corea del Nord e conosce bene il progresso delle riforme economiche in Cina perché si è recato là in visita diplomatica. Forse un leader giovane come lui – ha solo 28 anni – può essere più propenso ad applicare riforme economiche e una volta che si dà il via alle liberalizzazioni, non si può più fermare il processo». Il membro permanente della Camera dei Lord inglese David Alton, alla notizia della morte del dittatore comunista Kim Jong-il, non scommette su una prossima rivoluzione del popolo nordcoreano, né su un’imminente guerra nucleare, né su un’improvvisa apertura alla democrazia di Pyongyang.

Fermo promotore dei diritti umani, primo firmatario di leggi contro l’aborto e l’eutanasia, membro del Comitato bioetico della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, Lord Alton è anche un esperto di Corea del Nord, da quando «17 anni fa ho conosciuto un dissidente nordcoreano. Dopo che la moglie e i due figli erano morti nella grande carestia degli anni ’90, è fuggito dal paese. Grazie a lui ho cominciato a interessarmi di diritti umani e gli ho promesso che se ne avessi avuta occasione avrei sollevato una discussione in Parlamento sui diritti umani e sulla situazione della Corea. Come risultato, il regime mi ha invitato a visitare il paese per tre volte, così ho potuto conoscerlo bene e penso – dichiara a Tempi.it – che comunque vada la transizione c’è speranza».

Molti analisti hanno fatto notare come Kim Jong-un sia molto giovane e non abbia avuto tempo di preparare la sua successione, vista la morte di Kim Jong-il per infarto venerdì scorso. Che futuro si prospetta per la Corea del Nord?
«È svantaggiato, perché tutti i governanti della Corea del Nord erano militari o facevano parte del Politburo, come Kim Il Sung. Ovviamente una transizione più morbida e graduale sarebbe stata meglio per il paese. Però, qualunque cosa accada, ci saranno dei cambiamenti e forse ci sarà anche spazio per delle riforme».

L’immagine di Kim Jong-un che è stata diffusa non coincide esattamente con quella di un riformatore.

«Lui è stato educato in Svizzera, ha passato la maggior parte della sua vita fuori dai confini della Corea del Nord, conosce bene il progresso delle riforme economiche in Cina perché si è recato là in visita diplomatica ed essendo un leader giovane può essere più propenso ad applicare riforme economiche. Ovviamente nessuno sa di preciso che cosa accade e cosa accadrà nel paese, perché la Corea del Nord è la nazione più impenetrabile del mondo. Però se si dà il via alle riforme economiche, poi è molto difficile fermare la liberalizzazione. Si potrebbe arrivare al rispetto dei diritti umani e, chissà, forse anche all’evoluzione di un sistema democratico. Anche la strada della Corea del Sud verso la democrazia è stata molto lunga ed è dovuta passare attraverso una dittatura».

Può tracciare un bilancio dei 17 anni di Kim Jong-il al potere?
«Kim Jong-il ha comandato il paese in modo spietato, mentre era al governo sono morti nei campi di lavoro, molto simili ai gulag sovietici, circa 300 mila persone, negli anni ’90 per la carestia hanno perso la vita due milioni di persone e l’Onu ha recentemente denunciato la mancanza di cibo e la povertà in cui vive la gente. Inoltre, ha prodotto un sistema economico sclerotico: mentre la gente muore letteralmente di fame, senza nessun tipo di assistenza medica, ingenti somme di denaro vengono impiegate per arricchire l’arsenale nucleare dello Stato. Questo è un terribile spreco di risorse. Persino la Cina ha iniziato a criticare la gestione coreana delle risorse. Il bilancio, dunque, è decisamente negativo».

Eppure tutte le televisioni del mondo hanno diffuso le immagini di centinaia di persone in lacrime che piangono la morte del dittatore Kim Jong-il. Era davvero amato o è solo propaganda?
«È difficile dirlo. C’è troppa insicurezza e paura in Corea del Nord perché la gente non vada in piazza a onorare la sua memoria, dimostrando di amarlo. Io credo che suo padre, Kim Il Sung, fosse davvero rispettato dalla gente in modo genuino perché ha liberato il paese dal dominio giapponese. Ma se si vuole credere ai dissidenti, allora si capisce che una persona quando esce dalla Corea del Nord racconta le cose in modo molto diverso rispetto a quando è dentro. La gente non può dire davvero quello che pensa perché rischierebbe la vita. Io so solo che ho incontrato diverse persone vicine al regime, compreso Kim Jong-nam, il primogenito del dittatore, e il presidente dell’assemblea del popolo nordcoreana. Da questi incontri ho capito che non è vero che tutti in Corea del Nord hanno la mente chiusa e non vogliono cambiare, c’è gente che vorrebbe vedere attuate le riforme».

Lei si occupa da anni di diritti umani. Vengono rispettati nel paese?
«Attualmente ci sono tra le 200 e le 300 mila persone nei campi di lavoro. Per far capire bene di cosa stiamo parlando racconto di un incontro che ho avuto nel mese scorso. Ho visitato Shin Dong Hyuk, nordcoreano nato in un campo di lavoro. La sua storia sarà raccolta in un libro che uscirà in marzo. Ha visto morire per mano di arma da fuoco la madre e il fratello, nei campi di lavoro gli insegnavano che loro detenuti non erano umani, ma subumani. È scappato dal campo scalando letteralmente la montagna di cadaveri dei suoi amici uccisi. Questo racconto scioccante deve sempre farci tornare in mente la lezione di Margaret Tatcher e Ronald Reagan, cioè essere fermi, nel loro caso, nel contrastare l’Unione Sovietica, ma intelligenti nel trattare e battersi in favore dei diritti umani, incoraggiando l’educazione e i movimenti sociali di persone, perché solo così le cose possono cambiare davvero».

A ottobre sei stato a Pyongyang e hai tenuto un discorso che riguardava anche la libertà religiosa. Si può vivere la fede in Corea del Nord.
«Generalmente no. Ci sono però due chiese protestanti a Pyongyang, una delle quali è stata preservata da Kim Il Sung perché sua madre era una cristiana presbiteriana, c’è poi una chiesa ortodossa russa e una cattolica. Io ho incontrato dei cattolici in un paesino a 6 miglia da Pyongyang, che mi hanno detto che l’unica chiesa che c’era è stata distrutta durante la guerra ma che i cristiani continuano a riunirsi tutte le domeniche tra le rovine, anche se non ci sono più preti. Come anche in Cina, sradicare la fede è quasi impossibile».

Dopo la morte di Kim Jong-il, tantissimi soldati sono stati dispiegati lungo i confini e in tutto il paese. Potrebbe scoppiare una rivoluzione popolare in Corea del Nord lungo la scia della cosiddetta “primavera araba”?

«Una rivoluzione può avvenire più rapidamente di quanto ci si possa immaginare. A inizio anno qualcuno avrebbe scommesso sulla primavera araba? Quanti hanno predetto la controrivoluzione in Cina? Quanti la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica? Le rivoluzioni però, come ci insegna Vaclav Havel, possono avvenire anche senza le armi e io spero questo per la Nord Corea, che si passi attraverso le riforme. L’implosione del sistema potrebbe portare a un massacro sia in patria sia nel nordest della Cina, dove si trovano un sacco di rifugiati. Entrambe le Coree vogliono riunificarsi e noi dobbiamo aiutarle con una specie di nuovo piano Marshall».

Quindi, con il “grande successore” Kim Jong-un lei vede qualche speranza di una transizione verso la democrazia?

«Sbilanciarsi è impossibile. Non so cosa accadrà ma qualunque cosa succederà io non dispero, perché anche quando si svuota il vaso di Pandora, se si guarda bene sul fondo, si trova la speranza».

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