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L’Italia agli Europei può solo fare l’Italia (e prendere sempre un gol in meno)

maggio 6, 2012 Fred Perri

L’unica speranza per quest’anno non è Balotelli o Cassano ma il blocco della Juve. L’Italia sa vincere solo così.

Pubblichiamo l’articolo uscito sul numero 18/2012 di Tempi.

Ho letto un interessante articolosulla crisi del mobile italiano, uno dei più apprezzati e belli del mondo. Una volta eravamo i primi senza discussioni, esportavamo da tutte le parti, conquistavamo mercati. Si trattava, in molti casi (e così è ancora), di aziende familiari, o comunque con pochi addetti, cinque, sei al massimo. Grandi artigiani. Eravamo all’attacco, ora ci ritroviamo in difesa. Perché cinque o sei addetti, malgrado la qualità, non reggono la concorrenza con i mobilifici Brics – che prima di aver letto Rodolfo Casadei neanche sapevo cosa fosse e, ve lo confesso, campavo meglio – che pagano tre lire (vecchie) gli operai, hanno copiato il nostro stile e così (facile) sono diventate le economie emergenti. Il calcio, per fortuna, non funziona ancora in questo modo, non ti puoi inventare dal nulla un campione che, come si diceva una volta, sia capace di “dare del tu al pallone”, anche se prima o poi, in mezzo a qualche miliardo di cinesi o indiani qualche buon calciatore (non certo come quelli che girano adesso, eh) per formare una nazionale cazzuta lo troveranno.

In ogni caso il nostro calcio è sulla difensiva, è tornato indietro, non tanto per i sistemi, i moduli, gli atteggiamenti, quanto per necessità. Non esistono più le lucciole, le mezze stagioni e per quello che riguarda il pallone neanche gli attaccanti. Il catenaccio una volta era un fatto mentale. Eravamo cresciuti così. Poi c’è stata la Grande Rivoluzione Sacchiana, a fine anni Ottanta, e abbiamo scoperto che, con tre stranieri soltanto e con nove italianuzzi, potevamo esaltarci percorrendo l’inaudito: presentarci al Santiago Bernabéu, dove una squadra italiana non aveva mai oltrepassato la linea dei 18 metri, facendo la partita, costringendo le Merengues a stare sulle loro. Da quel momento e per vent’anni il calcio italiano si è scoperto diverso, pervaso da un boom inatteso, travolto da un insolito destino sul verde del campo.

Da Capello con il suo pragmatismo a Lippi con il suo calcio totale, abbiamo fatto con successo questo cammino nuovo, a viso aperto. Avevamo fior di attaccanti, avevamo fantasisti da Hall of fame, potevamo permetterci polemiche alte sulle convocazioni o su chi giocava o no. Vialli o Schillaci? Zola o Signori? Baggio o Del Piero? Su quest’ultimo quesito, a Francia ’98, intervenne anche l’allora premier Prodi. Potevano stare sul livello della più famosa disputa tra Guelfi e Ghibellini del pallone, quella a Messico ’70, ai primi Mondiali con il sombrero, quando l’Italia si divise tra l’abatino Gianni Rivera e il più concreto Sandro Mazzola. Insomma potevano tenere dispute in tono retto, i nostri Bar dello Sport assomigliavano ai consessi socratici della Repubblica di Platone. Adesso manca l’oggetto del contendere. Ci dovremmo accapigliare per Quagliarella o Di Natale? O peggio, per Miccoli o Giovinco?

Siamo arretrati, come paese e come calcio. E così la storia è ruotata ed è tornata alle origini, al catenaccio che non è più un approccio mentale, ma una necessità, una scelta di sopravvivenza. A un mese (8 giugno – 1 luglio) dagli Europei di calcio che si svolgeranno in Polonia e Ucraina (e qui bisognerebbe riparlare del fatto che nel 2007 concorreva anche l’Italia per l’organizzazione e siamo stati sconfitti da questa strana coppia di nazioni che, per la parte più orientale, non riesce neanche a garantire alberghi per tutti quelli che arriveranno, per lavoro o diletto, e propone anche i camping), facciamo un’analisi della nazionale di Cesare Prandelli e soprattutto della situazione degli attaccanti, oggetto misterioso della nostra spedizione.

La classifica dei bomber
Se guardiamo la classifica marcatori della serie A (al momento in cui scrivo questa mia dotta dissertazione) capiamo anche il perché: 24 gol Ibrahimovic, 21 Cavani, 20 Milito e Di Natale, 16 Palacio, 15 Denis, 14 Jovetic, 13 Klose. Tra i primi otto c’è solo un italiano, Totò Di Natale, il capitano-leader dell’Udinese. A 12, poi, troviamo Miccoli e Giovinco, due giocatori che, personalmente, non mi hanno mai convinto per la loro dimensione fisica. Scusate, ma io la penso come Gianni Brera, rispetto al pallone. E soprattutto per quello che riguarda gli attaccanti che sono soggetti a uno stress maggiore degli altri, spesso soli, isolati, macinati dai marcantoni delle difese: un giocatore di quel “formato”, o si chiama Leo Messi, cioè ce n’è uno sulla terra, o non lo prendo in considerazione. In serie B comanda Ciro Immobile, 25 reti grazie al profeta Zdenek Zeman, il “giapponese” che gioca un calcio sempre estremo ed è convinto che la sua guerra contro la Juventus non sia mai finita. Ciro Immobile, malgrado il cognome che porta, non è stato fermo per niente. È un bell’attaccante, ha piedi, testa ma gioca in serie B. Mi pare che sia dai tempi di Chinaglia che non viene preso in considerazione un attaccante che viene da là sotto. Magari si potrebbe ripensarci.

E quindi chi abbiamo? Prima diciamo chi non abbiamo e cioè Giuseppe Rossi, giocatore intelligente e sfortunato. Stava rientrando, si è fatto di nuovo male. Lo stimo molto come ragazzo, ma come attaccante, in ogni caso, non mi convince. Il sunnominato Totò Di Natale, il primo dei marcatori italiani. Ha partecipato alle spedizioni in Svizzera e Austria (Europei 2008) e in Sudafrica (2010). Nella disgraziata avventura del secondo mandato mondiale di Lippi è stato giudicato come uno dei meno peggio (non dei meglio). Secondo me è un giocatore situazionale. All’Udinese ha sempre fatto valanghe di gol, ma oltre l’Isonzo non s’è mai visto. Infatti, due anni fa, si scrisse che aveva detto di no alla Juventus. A quella Juve disastrata dissero di no in molti, ma a parte questo, io credo che lui sappia che il suo posto al sole è in una squadra dove è il terminale di un progetto ben preciso e non dove deve fare la differenza da solo.

Lo stopper dai modi bruschi
Ecco, è questo il problema. Facciamo un paragone. Mondiale 1982 – Mondiale 2006. Paolo Rossi era una ragazzo come me, come noi (per chi c’era) e fu capocannoniere del Mondiale spagnolo con sei gol in tre partite, divenne Pablito, l’hombre del partido. C’era una grande squadra compatta attorno a lui e c’era chi segnava, un centravanti classico, di quelli che facevano il loro mestiere, vi ricordate l’assioma di Osvaldo Bagnoli? «El terzin fassa el terzin, el median fassa el median». E via così. Nel 2006, in Germania, a fare la differenza è stato l’asse Buffon-Cannavaro-Gattuso e in generale la poetica del “gruppo”. Gli eroi di quel Mondiale sono stati un terzino (Fabio Grosso) e uno stopper dai modi bruschi (Materazzi). Gli attaccanti hanno fatto altro, incastrandosi molto bene nel sistema di gioco, nel gruppo, nella squadra, ma senza segnare. Anche perché è ormai da un decennio che non abbiamo più attaccanti che facciano sognare.

Dunque, chi abbiamo? Di Di Natale s’è detto. In Italia, come recita la classifica, le squadre principali puntano sugli stranieri. L’unica ad avere quattro attaccanti italiani su cinque è la Juventus: Matri, Quagliarella, Borriello, Del Piero (il quinto è Vucinic). Alessandro Matri ha segnato dieci gol. Sono già tanti per il tipo di gioco che è costretto a fare seguendo gli ordini di Conte. Per il tecnico salentino, infatti, che la prima punta segni è relativo. L’impianto della sua organizzazione prevede uno sviluppo collettivo dell’azione, infatti la Juventus è la squadra con il maggior numero di giocatori in rete: diciotto. Praticamente, a parte Gigi Buffon, hanno riempito tutti la casella.

Ma questo non aiuta la nazionale dell’amico Cesare Prandelli. Matri, per me, è un attaccante classico, un terminale offensivo, uno che, in quel ruolo, farebbe anche un mucchio di gol. Un anno fa, arrivato a fine gennaio, ha segnato 9 gol in 16 presenze. Quest’anno 10 in 29. Però difficilmente andrà agli Europei o, pure partisse, starà nelle retrovie. Perché nessun allenatore schiera senza problemi un calciatore che per un anno ha fatto tutto un gioco e improvvisamente deve farne un altro. Poi c’è Fabio Quagliarella. Lui ci sarà. Perché è uno che ha dei colpi, ogni tanto si inventa delle saccagnate improvvise e poi ha le caratteristiche che piacciono agli allenatori, si muove, torna, si dà da fare. Non segna molto, però. Antonio Cassano? Mah. Innanzitutto sta tornando ora dopo il problema al cuore. In secondo luogo, ha mai fatto veramente la differenza a parte per un paio d’anni alla Sampdoria? No. Però Prandelli sa di avere solo due veri talenti, parlando solo di pallone e non delle loro sovrastrutture caratteriali e/o mentali. Uno è Cassano, appunto, l’altro è Mario Balotelli.

Quello con la cresta gialla
Ecco e qui mi spendo. Per me Mario Balotelli è il più grande talento che sia stato espresso dallo stanco movimento calcistico italiano negli ultimi anni. È tecnicamente fortissimo e ha un fisico bestiale. Potrebbe fare la differenza, in ogni senso. Ha il Talento, con la “t” maiuscola. È stato baciato dalla sorte. Ma uno che si fa la cresta gialla nella mia squadra non giocherà mai. Io sono della vecchia scuola, scusate. Vogliamo far passare la cresta gialla? Va bene. Ma il resto? Purtroppo il più grande Talento italiano non è mai maturato e tutte le follie di quest’ultima stagione al Manchester City lo dimostrano. Non è affidabile.

Insomma, sia lui sia Cassano, cioè i due giocatori (attaccanti, merce rarissima tra l’altro) con la classe più sopraffina, sono due variabili senza controllo. Cassano e Balotelli. Prandelli che, a differenza di Lippi non ha le idiosincrasie di un viareggino scorbutico, appena insediato ha rilanciato i due grandi esclusi dal Sudafrica, cioè la strana coppia Antonio & Mario. O meglio, ha sperato di poter puntare su di loro. Se avessero anche la testa sulle spalle sai che disastri (agli altri) farebbero? Ma il bilancio finora è negativo. E quindi? Su quali attaccanti possiamo fare affidamento? Sicuramente della spedizione a Est farà parte Giovinco. Attendo con ansia, perché sono critico ma anche patriottico, che azzeri il mio scetticismo su di lui. Poi? Pazzini? Sparito dalla circolazione. Amauri che, poverino, ha fatto uno sforzo sovrumano per avere il passaporto tricolore e da quando l’ha ottenuto è in caduta libera? Osvaldo? Un altro con doppio passaporto: forse, malgrado il suo sangue caldo, ci sarà. Ma pensateci: è un oriundo. Niente contro di loro, ci mancherebbe, se non dal punto di vista storico. Il periodo degli oriundi ha coinciso con il peggior momento della nazionale italiana, a cavallo degli anni 1950/1960: culmine nel 1958, unica mancata partecipazione alla fase finale dei Mondiali.

Il problema è che sia la nazione che la stampa interpretano il calcio come un gioco per vecchi. Fateci caso. Anche voi, dico. Fate le battaglie per Alessandro Del Piero (38 anni a novembre), Francesco Totti (36 a settembre), Pippo Inzaghi (39 ad agosto). E nessuno che spenda una parola per Stephan El Shaarawy (20 a ottobre), per Fabio Borini (21), per Ciro Immobile (22), anche se gioca in serie B, o perché le nostre società cerchino qualche giovane attaccante da cullare, da conservare, da lanciare, da svezzare. Azzardo i convocati: Cassano, Balotelli, Quagliarella, Giovinco, Borini.

Ritorno al passato
E allora qual è la sintesi/morale di tutto questo? So che a molti di voi quello che sto per dire farà venire un singulto. Però questa è la realtà, compagni e amici, e a quelli come me, che hanno a cuore la bandiera, il paese, e che tifano Italia quando ci sono queste grandi manifestazioni sportive, fa piacere che sia tornata la Juventus. Siamo al passato, siamo alla radice del nostro calcio, alla base. Ci appoggeremo come abbiamo sempre fatto quando abbiamo vinto i Mondiali (1934, 1938, 1982, 2006) al blocco (soprattutto difensivo) della Juve. Quest’anno agli Europei ci presenteremo con il miglior portiere del mondo, Buffon, con la migliore retroguardia d’Europa (Barzagli, Bonucci, Chiellini, se dipendesse da me anche De Ceglie), con parte del centrocampo più tosto d’Italia, Pirlo-Marchisio. Siamo tornati a fare quello che abbiamo sempre fatto, la nostra vera specialità. Prendere un gol in meno, portare a casa il massimo con il minimo. Questo siamo noi. Diffidate da quelli che pensano di poter fare, nel calcio o nell’economia, come la Germania.

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