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Liberalizziamo la benzina ma il 59% del costo al litro è dovuto alle tasse

gennaio 13, 2012 Chiara Rizzo

Liberalizzando il settore benzina, come sembra voglia fare il governo, si risparmierebbero appena 18-19 centesimi a litro, circa 216 euro all’anno. Lo Stato, infatti, incamera il 59 per cento del prezzo della benzina e il 53 per cento del prezzo del gasolio

Dalle indiscrezioni trapelate, venerdì sul tavolo del Consiglio dei ministri planerebbe un piano di interventi per le liberalizzazioni anche sul fronte carburanti, che prevedrebbe la cessione di un terzo delle pompe di benzina direttamente possedute dalle compagnie petrolifere (oggi sono il 55 per cento di tutte le stazioni di servizio, contro il 45 per cento di proprietà di altri soggetti) e la possibilità per i gestori di acquistare la metà dei carburanti di cui hanno bisogno sul libero mercato, senza gli attuali vincoli di esclusiva con i produttori. Due gli articoli del maxi decreto del governo dedicati al tema, intitolati “Liberalizzazione della distribuzione” e “Separazione tra produzione, vendita all’ingrosso e distribuzione”.

Ma col rincaro dei prezzi dovuto all’aumento delle tasse sui carburanti, cosa potrebbe cambiare davvero per i consumatori? Secondo una stima compilata da Federconsumatori, se le liberalizzazioni prevedessero anche tre particolari interventi, l’utente finale risparmierebbe appena 18-19 centesimi a litro, circa 216 euro annui. I tre interventi sono: 1) Commissione istituzionale di verifica per evitare speculazioni sugli andamenti del costo del petrolio. 2) Eliminazione del prezzo in millesimi, perché il consumatore possa avere chiarezza sui prezzi. 3) Incremento di vendite non-oil presso i distributori.

Perché si risparmierebbe così poco e che cosa succede in Italia rispetto al resto dei paesi europei, lo chiarisce l’ultimo studio effettuato su questo tema dall’Istituto Bruno Leoni nel 2010. La prima cosa che emerge dal report infatti è che già nel 2010, il prezzo della benzina all’epoca di 1,4 euro al litro era dato per 80 centesimi da tasse, solo per 40 centesimi dal costo della materia prima, e per circa 20 centesimi dal margine lordo degli operatori. E il prezzo del gasolio, all’epoca ad 1,20 euro al litro, era costituito per ben 60 centesimi da tasse. Aggiornati i dati al presente, il risultato non cambia, anzi: il 12 gennaio 2012 il prezzo medio della benzina è di 1,754 euro al litro e quello del gasolio di 1,712 euro al litro (fonte: Quotidiano Energia). Dopo il decreto Salva-Italia e gli interventi addizionali delle regioni, lo Stato incamera il 59 per cento del prezzo della benzina e il 53 per cento del prezzo del gasolio. Secondo Fegica-Cisl e Faib-Confesercenti, due sindacati dei benzinai, ad oggi ai gestori dei distributori resta solo il 3,8 per cento del ricavato lordo sul carburante erogato.

Torniamo dunque allo studio del Bruno Leoni del 2010: gli esperti avevano calcolato l’incidenza delle accise e dell’Iva sui prezzi nel nostro paese e nei 27 membri dell’Ue. L’Italia si collocava ai posti alti della classifica europea: da noi, due anni fa, l’accisa sulla benzina era quantificata a 564 euro per ogni mille litri, quella sul gasolio a 423 euro, mentre l’Iva incideva per il 20 per cento. «Solo altri sette Stati membri hanno un’accisa sulla benzina più alta della nostra, e solo cinque nel caso del gasolio» scriveva l’Istituto Leoni. Davanti, c’erano ad esempio Germania, Danimarca, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Francia e Regno Unito. «Ma – proseguiva la ricerca – confrontandoci con le realtà comparabili al nostro paese (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) in particolare osserviamo che solo la Spagna ha una tassazione significativamente inferiore». Lo studio del 2010, inoltre, evidenziava alcune caratteristiche interessanti per conoscere il settore. Ad esempio il fatto che il nostro Paese è sui 27 stati Ue quello che ha il maggior numero di impianti (21.919 nel 2010) ma con uno dei minori quantitativi di erogato medio, un basso numero di impianti self service (appena il 29 per cento, contro il 99 per cento in Germania, il 96 per cento in Gran Bretagna, il 35 per cento in Spagna; mentre in Francia non ce ne sono), un basso numero di impianti con prodotti non oil, basso numero di supermercati (da noi lo 0,2 per cento, contro il 51,6 per cento della Francia, il 10 per cento della Germania, il 36 per cento del Regno Unito, il 3,6 per cento della Spagna). Queste caratteristiche hanno però secondo il Bruno Leoni delle conseguenze anche sul prezzo, in particolare: «Nel nostro Paese la rete è più capillare e governata da norme e vincoli che, generalmente, altrove non si propongono. I gestori italiani nel confronto agli omologhi europei hanno un erogato medio più basso, lavorano meno ore e meno giorni all’anno, e derivano il proprio profitto quasi unicamente dal margine che riescono ad ottenere sui carburanti, non potendo contare se non in minima parte sulla vendita di prodotti non oil».

Lo studio infine proseguiva osservando cosa avveniva sui prezzi dei carburanti, nelle zone in cui esistono impianti della Gdo (Grande distribuzione organizzata), notando significativi abbassamenti dei prezzi anche in tutti gli altri distributori di quelle zone. Secondo l’Istituto Leoni, in sintesi, la possibilità di aprire la distribuzione alla Gdo, così come di aprire alla vendita di altri prodotti all’interno delle stazioni di servizio, a parità di accise e Iva, potrebbe comportare una diminuzione dei prezzi della benzina.

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