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«Le carceri italiane sono luoghi di tortura, bisogna introdurre pene alternative»

luglio 4, 2012 Carlo Candiani

Don Roberto Davanzo (Caritas Ambrosiana): «Bisogna rendere concreta la strada delle misure alternative, facendosi aiutare dall’associazionismo italiano»

Presentato a Milano il “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per i migranti”. Una realtà sempre più allarmante e i numeri lo confermano: al febbraio 2012, i detenuti presenti nei penitenziari italiani sono 66.632 e vivono in spazi che dovrebbero contenere al massimo 45.000 persone. «La nostra pressante richiesta per risolvere il sovraffollamento nelle carceri italiane sembra sbattere contro un muro di gomma», dice a tempi.it don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, da sempre in prima linea per le questioni di accoglienza agli emarginati e ai carcerati. Questioni sottolineate anche dal Rapporto, realizzato dalla Commissione Diritti umani del Senato, che è stato votato all’unanimità. «Al di là dell’aspetto umano – dice Davanzo – la Costituzione, e quindi la legge, prevede che a una persona si possa togliere la libertà, ma non la dignità. L’Italia si accolla una spesa importante per il sistema carcerario ma non consegue risultati efficaci. Se oltre il 70 per cento di chi sconta la pena poi torna a delinquere, forse qualcosa non funziona.

Per quanto riguarda il sovraffollamento e altre situazioni disumane, lei ha parlato di tortura.
Il Rapporto mette in risalto che esistono leggi sovrannazionali sulla densità accettabile in cella che l’Italia ha recepito, ma senza mai tramutarle in norme precise. L’unico reato che la nostra Costituzione persegue esplicitamente è quello di tortura e mi pare che i carcerati italiani possano essere definiti dei “torturati”. Nelle condizioni attuali è impossibile pensare che il nostro sistema detentivo possa assolvere agli scopi di rieducazione e reinserimento.

A questo punto, come approcciare concretamente il problema? Con un’amnistia? Con la costruzione di nuove carceri? Con una diversificazione dei luoghi per entità di crimine? Con la possibilità di un lavoro esterno?
Sono tutti percorsi a tappe: certamente, in alcuni casi, il carcere non è la soluzione migliore. Basta guardare i dati: la recidiva di chi ha potuto disporre di pene alternative oscilla poco sopra al 12 per cento (rispetto alla media generale, del 70 per cento). La priorità è costruire un percorso penitenziale di correzione, che veda il carcere come “extrema ratio”. La sfida è trovare misure alternative alla cella.

Si potrebbero valorizzare il volontariato e l’associazionismo?
Sono moltissimi i detenuti che potrebbero usufruire delle pene alternative, ma non hanno una casa. Allora perché non aiutare l’associazionismo che da sempre sul territorio favorisce la rete di appartamenti e di rapporti assistenziali? Questi sono percorsi collaudati che darebbero la possibilità alle amministrazioni di risparmiare. Un detenuto in Italia costa alla collettività 200 euro al giorno, e poi ci ritroviamo con il 70 per cento di recidiva. Basterebbe questo semplice dato – meramente e cinicamente economico – per cercare altre soluzioni.

Qual è la priorità sulla quale dovrebbe confrontarsi la politica del governo?
È necessario rendere concreta la strada delle misure alternative. Risparmieremmo denaro, si risolverebbe il problema del sovraffollamento e si aiuterebbe il reinserimento in società del detenuto. Questo anche per evitare quell’atto politico un po’ estemporaneo che è l’amnistia, almeno come è stata pensata fino adesso, senza progettualità. I decreti “svuota carceri” sono dei palliativi che lasciano il tempo che trovano.

Meglio una riforma complessiva per lo sconto di pena?
Assolutamente sì. Spenderemmo sicuramente molto meno di ciò che spendiamo ora.

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