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La sanità secondo Obama: quando la maternità diventa una malattia

agosto 22, 2011 Mattia Ferraresi

La sanità secondo Obama obbliga le assicurazioni a fornire contraccettivi e aborti. E azzera la libertà di coscienza dei medici. Un disegno di ingegneria sociale che incide sulla concezione dell’uomo prima che sui conti. Trattando la maternità come una malattia e la procrezione come un inconveniente

Una commissione dell’Institute of Medicine – autorevole organizzazione nata per fornire al governo americano informate linee guida in fatto di sanità pubblica – ha suggerito all’Amministrazione di inserire nel prontuario delle prestazioni gratuite alcuni controlli piuttosto importanti per le donne, tipo quello per il Papilloma Virus e per la maternità. Chi pensa alle ecografie o alle cure pediatriche sbaglia: è la maternità la malattia da curare. Alcuni degli strumenti che saranno garantiti dal ministero della Sanità una volta recepita la norma – non c’è bisogno del voto del Congresso per trasformare la direttiva in legge, basta il timbro ministeriale – non serviranno a prendere in cura puerpere e pargoli, ma a eliminare il problema prima che si ponga. Si chiama controllo delle nascite o, se si preferisce la più disinvolta dizione neolinguistica, “pianificazione parentale”, come recita il nome della più influente associazione che si occupa della materia. In sostanza, le assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti saranno obbligate a fornire nel pacchetto dei servizi offerti gratuitamente ai loro clienti anche tutti gli strumenti anticoncezionali e abortivi in commercio: preservativo, pillola (classica e del giorno dopo), sterilizzazione, diaframma e tutto il resto, fino all’interruzione di gravidanza vera e propria.

Il tutto opportunamente accompagnato dalle visite mediche legate all’uso di tali contraccettivi e senza l’obbligo del pagamento del co-pay (una quota aggiuntiva da versare di tasca propria). L’assicurazione deve garantire che chiunque abbia libero accesso alla cura della peggiore delle malattie, la procreazione. Siccome poi la riforma sanitaria introdotta dall’Amministrazione Obama nel 2010 obbliga tutti i cittadini americani a stipulare una polizza assicurativa, il diritto agli anticoncezionali non può nemmeno essere declinato. Dopo poco più di sei mesi dall’approvazione della riforma si è passati dall’ideale egalitario della copertura sanitaria universale al preservativo di Stato. E non sono previste eccezioni.
Ospedali e cliniche di ispirazione religiosa non potranno rifiutarsi di fornire il servizio prescritto dalla legge e, tanto per dare un’idea delle proporzioni, soltanto nelle strutture cattoliche lavora un milione di persone. La commissione tecnica a cui il ministro della Sanità, Kathleen Sebelius, ha chiesto un parere per stilare le linee guida ha beneficiato dei consigli di Planned Parenthood, del Guttmacher Institute e del National Women’s Law Center, tre fra le più battagliere associazioni per il controllo delle nascite, che marciando senza problemi sulle convinzioni non proprio di un anticipatore dell’Humanae Vitae come George Washington («La legge sia sempre modellata secondo le convinzioni della coscienza di ciascuno», scriveva) hanno proposto clausole esplicite per azzerare l’obiezione di coscienza: «Occorre limitare il rifiuto dei contraccettivi per motivi morali, religiosi o etici», hanno scritto negli atti dei tre incontri pubblici con i medici dell’Institute of Medicine.

L’Amministrazione se la canta e se la suona: il ministero commissiona uno studio a un istituto indipendente, il quale per vergare le sue indicazioni si avvale dei consigli delle lobby del pensiero pro-choice; infine il documento prodotto ritorna a Washington per essere vidimato e accorpato alla grande riforma sanitaria. Altre associazioni che invocavano per lo meno la libertà di coscienza sono state altresì invitate a partecipare ai lavori, ma soltanto nelle sessioni conclusive, quelle in cui si parla tanto e non si decide nulla. Dalla rasoiata statale si salvano soltanto gli amish, che sono esentati dall’obbligo di stipulare una polizza – pratica contraria alle loro convinzioni – e quindi non saranno costretti alle conseguenze dettate dalle linee guida. Il presidente di Planned Parenthood, Cecile Richards, esulta: «Queste linee guida ci permettono di fare un passo verso la sicurezza che tutte le donne che hanno un’assicurazione medica possano accedere agli strumenti per il controllo delle nascite senza spese aggiuntive». Anche Nancy Keenan, dell’associazione pro-choice Naral, parla di «una delle più grandi conquiste dell’ultima generazione per la salute delle donne».

E ne deduce che il problema è di salute e la maternità finisce, nella logica dell’Amministrazione, sullo stesso piano della prevenzione del cancro al seno o dei test per l’Hiv. Si dirà che chi non vuole usufruire dei servizi che l’ingegneria sanitaria generosamente offre a costo zero sarà comunque libero di non usarli, ma la grande controversia è a un livello più profondo: la maternità è una patologia da curare? Che cosa s’intende per malattia? E dunque, che cosa significa curare?

La controffensiva della Chiesa
Commentando il parere “storico” della commissione, Sebelius ha voluto precisare che le indicazioni dell’istituto sono basate su «evidenze scientifiche». La controffensiva non si è fatta attendere: la Florida Catholic Conference ha scritto una lettera al Congresso perché facesse pressione sul ministero per approvare una legge che permetta l’obiezione di coscienza. Il cardinale Daniel DiNardo, capo della commmissione delle attività pro-life, ha detto che «oppone decisamente» l’obbligo di servizi come «la sterilizzazione chirurgica e tutti metodi contraccettivi approvati dal dipartimento che controlla la commercializzazione dei medicinali». Inoltre, DiNardo ha sottolineato la pervasività culturale di quella che i progressisti hanno interesse a rappresentare come un’iniziativa tecnica e moralmente neutra. Associazioni religiose e non solo si sono allineate sulla condanna del cardinale.

La chiave della virata vagamente orwelliana della riforma è Kathleen Sebelius, cattolica di specie progressista, “adulta”, si sarebbe detto qualche tempo fa. Il suo attaccamento alla Chiesa non le impedisce di essere “decisamente pro-choice”, di avere messo il veto per quattro volte, quando era governatore del Kansas, a proposte di legge che avrebbero ristretto lo spazio per ricorrere all’aborto. Le associazioni per la pianificazione familiare hanno cavalcato la sua appartenenza alla Chiesa per dimostrare il teorema secondo cui si può essere religiosi senza rinunciare a fare gli avvocati del controllo delle nascite. Il prefetto della Segnatura apostolica, l’arcivescovo Raymond Burke, non la pensa allo stesso modo: nel 2009 ha detto che «dopo un’ammonizione pastorale, ha perseverato in un peccato grave» e il vescovo di Kansas City, Joseph Naumann, ha intimato a lei di non accostarsi alla comunione e ai preti della diocesi di non concedergliela quando notano la sua inconfondibile chioma corta e grigia. Sebelius ha sostenuto e finanziato George Tiller, il famoso medico e ideologo abortista che nel 2009 è stato ucciso con un colpo di pistola dalla follia di un attivista pro-life in una chiesa di Wichita. Il suo profilo di cattolica non è certo un’eccezione nel panorama del progressismo democratico: da Nancy Pelosi al vicepresidente, Joe Biden, sono molti i cattolici democratici che s’impegnano attivamente, ma il problema non è tanto di natura teologica, quanto politica e culturale.

L’Amministrazione Obama ha nascosto fra le pieghe della riforma sanitaria l’energia potenziale per introdurre direttive che aggirano persino la libertà di coscienza. Il metodo è normalizzare, assuefare, non imporre. Era successo anche con i “death panel”, i consigli che il medico doveva obbligatoriamente fornire in materia di fine vita. Sarah Palin aveva ingaggiato una battaglia titanica contro l’eutanasia di Stato, impostazione ingenua del problema: nel grande pascolo della riforma, il controllo della vita e della morte si traveste da agnello, si insinua nei dettagli tecnici riparandosi dietro alla classica argomentazione secondo cui, alla fine, ciascuno è libero di scegliere i servizi sanitari di cui usufruire. Si tratta di una procedura piuttosto invalsa nella logica politica di Obama. Il presidente sa che nelle riforme ampie e generali, quelle che nelle conferenze stampa tutti chiamano “storiche”, si può nascondere di tutto sfruttando il meccanismo delle linee guida e delle applicazioni di fatto. Si possono persino finanziare ricerche scientifiche che sarebbe riduttivo definire bizzarre, come alcune di quelle condotte nei laboratori del National Institute of Health, il centro di ricerca controllato dall’Amministrazione americana. Gli scienziati del Nih hanno, ad esempio, speso 9,4 milioni di dollari per fare un modello statistico sulla lunghezza del pene degli omosessuali: dopo mesi di ricerche, gli esperti sono arrivati alla scomoda verità secondo cui chi ce l’ha più lungo tende a essere attivo nei rapporti, relegando alla passività chi ha doti meno spiccate.

Una “spintarella” paterna
La normalizzazione dell’anticoncezionale di Stato, la surrettizia introduzione del controllo delle nascite nella vita degli americani come componente moralmente neutra (se non come trampolino per la felicità hic et nunc) è un dato che supera di molto i dettagli di una riforma che si vanta di introdurre la copertura sanitaria universale nell’America individualista e discriminatoria. L’amministratore dell’Office of Information and Regulatory Affairs di Obama, Cass Sunstein, si appellerebbe al concetto di “nudge”, la spintarella morale (e magari politicamente assestata) che permette all’uomo di scegliere il bene. L’idea chiave di Sunstein è che gli uomini tendano a fare scelte inefficienti e costose, quindi in ultima analisi sbagliate, e per questo propone un sistema basato sui princìpi del “paternalismo libertario”: se l’uomo tende al male, ci vorrà qualcuno in grado di spingerlo verso quelle illuminate decisioni che autonomamente non prenderebbe, ragiona Sunstein. E chi è il soggetto abbastanza potente da dare una spinterella collettiva a un intero sistema? Lo Stato, naturalmente.

Per sostenere questo progetto di ingegneria sociale però vanno eliminati tutti i riferimenti hobbesiani, va espunta la forzatura esplicita, il potere coercitivo alla luce del sole, altrimenti l’inganno sarebbe chiaro e dalla spintarella paterna si passerebbe immediatamente a un’intollerabile dittatura sociale. Così il comportamentismo spinto del professore dell’Università di Chicago non può che rivolgersi al mercato psicologico dell’implicito, dove sono i dettagli nascosti e apparentemente incolori a “migliorare le decisioni sulla sanità, il benessere e la felicità”, come recita il titolo del suo libro più noto.

La proposta del ministero della Sanità di fornire per legge e gratuitamente gli strumenti per pianificare la maternità (e curarla qualora il germe venga disgraziatamente inoculato) è uno dei tanti mezzi della grande macchina politica americana per indurre il processo di osmosi ideologica. A seconda delle interpretazioni, sembra una scelta di civiltà, una proposta che il singolo può comunque rifiutare, oppure, al contrario, un attentato esplicito alle idee religiose di chi è immediatamente bollato come baciapile. Ai politici che la promuovono sembra un’idea concreta per tutelare la salute delle donne, nel pieno spirito di una riforma obamiana che agisce sulla concezione dell’uomo prima ancora che sui conti dello Stato. Sembra tutto questo, ma in realtà è una spintarella.

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