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La balla delle “lavoratrici felici del sesso”

agosto 19, 2017 Redazione

Una giornalista dello Spectator ha girato per i bordelli del mondo per tre anni per smontare questo falso mito. La conclusione è che la prostituzione è la nuova schiavitù moderna

prostituzione-ansa

Le prostitute che scelgono liberamente di vendere il proprio corpo per guadagnarsi da vivere e sono soddisfatte del proprio “mestiere” non esistono. Sono invece tutte schiave, comprese le donne che lottano per la legalizzazione della prostituzione. A dirlo è Julie Bindel, autrice di un servizio dello Spectator che per smontare questo falso mito e raccogliere informazioni di prima mano ha girato per i bordelli di tutto il mondo per tre anni: ha condotto 250 interviste in 40 paesi e intervistato 50 sopravvissute al commercio sessuale. Molte le hanno raccontato della violenza, dell’uso di alcool e droghe che si accompagnano alla prostituzione. La conclusione a cui Bindel è arrivata è che quello che viene ipocritamente definito “il lavoro del sesso” in realtà è una nuova forma di schiavitù moderna.

IDEOLOGIA LIBERAL. Una delle scoperte più inquietanti, scrive la giornalista, è stata la constatazione che chi chiede con maggior forza la legalizzazione della prostituzione sono proprio coloro che più beneficiano di questo commercio: papponi, proprietari di bordelli e clienti. Tuttavia un’ideologia liberal esasperata (promossa dalla sinistra e da una parte di sostenitori dei cosiddetti “diritti umani”) difende la scelta da parte delle donne di questa “attività” e il “diritto dell’uomo” ad usufruirne. Questa posizione risale al periodo delle campagne contro l’Aids, quando i promotori della legalizzazione erano convinti che la rimozione delle sanzioni penali e la creazione di “zone di tolleranza” avrebbe spinto le prostitute a rivolgersi ad agenzie di supporto e a dotarsi di contraccettivi, e avrebbe inoltre contribuito ad abbassare i livelli di violenza.
Bindel ha però constatato che queste teorie non reggono alla prova dei fatti. La legalizzazione in Germania, Olanda e Australia non ha portato a una diminuzione dell’Hiv e degli omicidi di prostitute. A Melbourne un’attivista dei diritti delle “lavoratrice del sesso” ha ammesso di essersi pentita di questa battaglia perché la legalizzazione non ha fatto alto che «dare più potere ai clienti e ai proprietari di bordelli».

FILO SPINATO. Le prostitute invece non ne traggono alcun beneficio reale. Bindel ha visitato un villeggio indiano basato interamente sulla prostituzione e dove ha parlato con un uomo che vendeva il corpo della figlia, della sorella e della zia; ha intervistato i papponi dei bordelli legali a Monaco; ha assistito al turismo sessuale nel sud-est asiatico da parte di anziani inglesi in cerca di giovane compagnia. In tutti questi casi è risultato evidente che le donne e le ragazze che si prostituiscono provengono da ambienti di violenza e abuso, vivono in povertà e sono emarginate. In Nevada e in Corea del Sud Bindel afferma di aver visitato bordelli in cui le prostitute vivono ammassate e recluse, a volte prigioniere dentro un muro con del filo spinato. Se le galline da allevamento venissero trattate nello stesso modo, scrive la giornalista, gli stessi attivisti che vogliono permettere il commercio di carne umana si sarebbero aizzati per difendere dei pennuti.
Ma non sono solo le donne ad essere abusate: anche la prostituzione maschile è un fenomeno rilevante. Bindel ha conosciuto uomini violentati da bambini che si sono poi lasciati convincere a commerciare il proprio corpo negli ambienti omosessuali.

COME UN HAMBURGER. Alcuni clienti intervistati dallo Spectator nel Regno Unito e in altri paesi hanno spiegato che ricorrono alle prostitute perché queste «fanno tutto quello che si chiede loro. Non come le altre donne». Un altro sostiene che «non è diverso da acquistare un hamburger quando hai fame e tua moglie non ti ha preparato niente». E tutti rivendicano il diritto degli uomini disabili a cercare il piacere attraverso le prostitute.
Nel 2015 è stata approvata in Gran Bretagna la legge contro la schiavitù moderna. Essa si basa sull’idea che non ci sia spazio per l’ambiguità quando si guarda alle condizioni di soggetti che questa legge si propone di tutelare. Lo stesso, scrive Bindel, dovrebbe valere per la prostituzione: non si possono dimenticare le condizioni di violenza e abuso a cui le donne sono sottoposte e la loro incapacità a liberarsi da questo gioco. Cambiare il nome da prostituzione a “lavoro del sesso” serve solo a coprire la verità e a farci sentire meno colpevoli.

Foto Ansa

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