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Irlanda. Savita morì per malasanità (ma la sua storia è stata strumentalizzata per facilitare l’aborto)

ottobre 10, 2013 Emmanuele Michela

A un anno dalla morte della donna, un’indagine accerta 13 mancanze cui i medici incorsero nel curarla. Da quel caso partì la campagna mediatica pro-choice, arrivando ad una legge che però non l’avrebbe salvata

Irlanda, la verità cui le indagini arrivano dopo un anno dalla morte di Savita Halappanavar parlano chiaro: la donna indiana, deceduta il 28 ottobre del 2012 all’ospedale di Galway in seguito alle complicanze di una gravidanza, sarebbe ora viva se i medici non avessero fallito nel prestargli le cure. Una notizia che, chissà perché, non viene messa in luce in Italia.
Ieri pomeriggio è stato pubblicato il report voluto dall’Health Information and Quality Authority, l’ultimo di tre già condotti sul caso: si rilevano ben 13 mancanze procedurali in cui il personale dell’ospedale sarebbe incorso, portando così in pochi giorni al peggioramento delle condizioni di salute della donna e alla sua morte. Si va dall’incapacità a riconoscere l’infezione cui Savita era afflitta all’assenza delle cure basilari, come ad esempio l’analisi dei test sanguigni con la giusta frequenza. Nessuno poi si sarebbe accorto del peggioramento delle condizioni della donna, tanto che non ci sarebbe poi preoccupati di assegnarle cure e medici più qualificati.

FU CASO DI MALASANITÀ. Prende così forza la tesi che la vicenda di Savita sia una brutta storia di malasanità, dove le peggiori fatalità hanno fatto seguito agli errori umani. A un anno di distanza, i risultati del report Hiqa sembrano dire che nella morte della giovane indiana non ha avuto influenza la legge sull’aborto irlandese, particolarmente restrittiva fino a pochi mesi fa. Non c’è traccia, ad esempio, di quella frase che un’ostetrica avrebbe detto al marito di Savita, cioè che in quell’ospedale non le sarebbe stato possibile abortire «perché siamo un paese cattolico». Eppure fu proprio quella battuta che divenne il grimaldello impugnato da giornali e movimenti pro choice, usato per forzare la vecchia legge sull’interruzione di gravidanza e portare in tempi record all’approvazione lo scorso 11 luglio di un nuovo testo, che allarga le casistiche in cui una donna può richiedere l’aborto.
Il dibattito partì proprio dalla morte di Savita: sebbene medici e ministri invitassero alla calma e chiedessero tempo per studiare bene il caso, la storia pietosa di Savita fu cavalcata da chi voleva cambiare la legge, e a lei ci si riferiva ciclicamente come vittima di un’Irlanda vecchia e bigotta, desiderosa invece adesso di girare pagina in fretta.

LA NORMA SUI SUICIDI. E se ampio spazio trovò la notizia sui giornali italiani, gli stessi non hanno mai parlato delle perplessità sull’intero iter del Protection of Life During Pregnancy Bill. Queste sono state chiare fin dalla sua approvazione, ancor prima della pubblicazione del report di ieri. Perché la grande svolta introdotta dal nuovo testo è di aver esteso una legge che già ammetteva l’aborto in caso di pericolo di vita per la gestante, allargando la casistica anche alle donne che minacciano suicidio.
La vicenda medica di Savita non sarebbe quindi rientrata in questo caso, ma, come si dimostrò indirettamente a fine agosto, sarebbe potuta essere salvata anche grazie alla vecchia legge sull’aborto. Venne infatti diffusa dai giornali la notizia che per la prima volta era stato effettuato un aborto in Irlanda con la nuova legge, salvando una donna afflitta dalla stessa infezione di Savita. Ma come dovette precisare lo stesso Dipartimento della Salute, all’epoca, 26 agosto, il nuovo decreto non era ancora in vigore, in attesa dell’espletamento di alcune norme pratiche.

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1 Commenti

  1. Picchus says:

    Aborto e bugie sono un binomio inscindibile. Quello che stupisce è che la gente continui a farsi prendere per i fondelli senza attivare minimamente il cervello.

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