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«Io, femminista e lesbica, contro utero in affitto e fecondazione assistita. Per questo il movimento Lgbt mi boicotta»

dicembre 15, 2014 Mauro Zanon

Intervista a Marie-Josèphe Bonnet, che paga con l’isolamento la sua contrarietà ai totem dell’universo gay. «Il corpo non è una merce, il bambino non è un oggetto»

«Sono contro la maternità surrogata per principio. L’utero in affitto  è lo schiavismo moderno. È un mercato, è l’apertura al commercio internazionale di bambini e alla negazione del ruolo della madre, alla riduzione del corpo della donna a mero strumento atto a soddisfare i desideri di coppie agiate. Il messaggio vergognoso che viene fatto passare è che tutto si compra e tutto si vende, compreso il potere procreatore della donna. È uno scandalo che deve essere fermato». L’ennesimo attacco contro quella che in Francia viene chiamata Gpa (gestazione per conto terzi) non proviene da un “pericoloso reazionario”, come viene apostrofato chiunque si opponga alla maternità surrogata et similia, bensì da Marie-Josèphe Bonnet (foto a destra), storica militante della causa femminista, lesbica nonché fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (Fhar).

marie-jo-bonnet-raconte-les-resistantes-oublieesNel suo ultimo libro, Adieu les rebelles! (Flammarion), a finire sotto accusa è la legge sul mariage pour tous, «un riconoscimento illusorio dell’omosessualità», scrive la Bonnet. L’adozione della legge Taubira, spacciata per progresso e trionfo dell’uguaglianza dall’esecutivo socialista, ha comportato in realtà una trasformazione regressiva della società francese, insiste l’autrice: in primo luogo perché ha introdotto nuove separazioni, tra gli sposati da una parte e i celibi e i “pacsati” dall’altra, in secondo luogo perché ha istituzionalizzato il nuovo conformismo gay, che ha furbescamente travestito da battaglia per l’égalité la propaganda dell’indifferenziazione sessuale. A Tempi, la Bonnet ha raccontato quanto la sua profonda avversione alla Gpa, alla Pma (procreazione medicalmente assistita) e al mariage pour tous, l’abbia allontanata dalla comunità Lgbt, chiusa ermeticamente nelle sue posizioni. «C’è un innegabile problema di settarismo in seno al movimentismo Lgbt, e quindi di libertà d’espressione. È una deriva che mi inquieta perché va sempre più affermandosi un pensiero unico secondo cui non devono esistere opinioni distoniche rispetto alla linea dominante», dice a Tempi la Bonnet. «Non c’è dibattito, perché il dibattito è stato sequestrato da un piccolo gruppo autoproclamato che impone le sue scelte, detta la linea e non tollera chi la pensa diversamente. O si è d’accordo con quanto deliberato da questo gruppo, o si è immediatamente tacciati d’omofobia».

Come dimostrano il coinvolgimento di moltissimi omosessuali nelle battaglie della Manif pour tous e il numero risibile di matrimoni tra coppie dello stesso sesso celebrati nei dodici mesi successivi alla legge Taubira (meno di 8 mila, pari al 4 per cento delle coppie omosessuali censite), si tratta soprattutto di un gruppo che non rappresenta la maggioranza della comunità gay: «Ci sono forse state delle consultazioni per conoscere l’opinione degli omosessuali di Francia sulla Gpa, la Pma e sul mariage pour tous? Non mi sembra proprio». La conferma dell’esistenza di un serio e radicato problema di pluralismo all’interno della comunità Lgbt, è arrivata in questi giorni da un episodio che ha visto protagonista proprio la Bonnet. Oltre ad essere una storica dell’arte apprezzata a livello internazionale – ha insegnato a lungo alla Columbia University di New York e all’Università Carlton di Ottawa – è anche considerata come una delle più importanti specialiste della storia delle donne. Negli ultimi tempi si è interessata da vicino al periodo della Resistenza e dell’Occupazione e sta attualmente preparando un libro sull’amicizia tra le donne nei campi di concentramento nazisti.

Il 9 dicembre, una conferenza organizzata dall’associazione Les Oublié-es de la mémoire dal titolo “Résistance – Sexualité – Nationalité à Ravensbrück” avrebbe dovuto tenersi al Centro Lgbt di Parigi, in presenza della Bonnet. Ma il suo impegno più volte ribadito contro la pratica dell’utero in affitto, la procreazione medicalmente assistita e il «mariage pour tous» disturbava profondamente i responsabili del quartier generale del movimentismo Lgbt francese, allergici al libero pensiero. E così, con un’email inviata all’associazione organizzatrice, il centro ha spiegato che non c’era spazio per una come la Bonnet, all’origine di «dichiarazioni virulente e vicine alle posizioni della Manif pour tous».

La persona che «turba il dibattito»
O meglio, che se avesse voluto mettere piede, l’associazione Les Oublié-es de la mémoire avrebbe dovuto «prendere tutte le disposizioni necessarie al fine di garantire con i propri mezzi la sicurezza dei volontari e dei frequentatori del Centro, nonché dei partecipanti alla conferenza», perché «alcune persone avrebbero potuto turbare il dibattito, in ragione delle controverse prese di posizioni» della storica femminista. Risultato finale? Conferenza annullata, per timore che degli estremisti se la prendessero con una donna, lesbica e femminista, che da quasi mezzo secolo si batte in prima linea per la libertà delle donne. «In più di quarant’anni di militanza, non mi era mai successa una cosa del genere. Sono sconcertata», continua la Bonnet. «Non se ne parla nei media, ma al Centro Lgbt, che contiene diverse associazioni, c’è un grave problema di libertà d’espressione. La coordinazione delle lesbiche francesi ha abbandonato il centro per le posizioni sulla Gpa». Quando le si parla di «nuova genitorialità», trasalisce. «L’omogenitorialità è un’invenzione che nega l’esistenza di uno dei genitori biologici del bambino. Sono contro l’anonimato, i bambini devono sapere da dove vengono, conoscere la loro storia, le loro origini. Sono una storica dell’arte e so bene cosa significhi per il bambino come per tutti sapere qual è la nostra provenienza. Tutto ciò fa parte della nostra identità».

Nel luglio scorso, il nome di Marie-Josèphe Bonnet figurava tra le firmatarie della lettera-appello a François Hollande, pubblicata dal quotidiano di sinistra Libération, nella quale veniva chiesto al presidente francese di «opporsi pubblicamente al riconoscimento per legge dei contratti di utero in affitto». Si leggeva nell’appello: «Il contratto di maternità surrogata è contrario al principio di rispetto della persona, tanto della donna che porta in grembo il bambino commissionato, quanto del bambino oggetto di contratto e commissionato da una o due persone, che si sviluppa nel grembo della madre surrogata per poi essere consegnato. Gli esseri umani non sono cose, e confidiamo nel vostro impegno a vigilare, in quanto presidente della Repubblica, su questo valore fondamentale della nostra società».

utero-affitto-maternità-surrogataAccanto alla Bonnet, emergevano figure di spicco della gauche francese, dall’ex primo ministro socialista Lionel Jospin all’ex ministro dell’Economia sotto Mitterand Jacques Delors, fino alla scrittrice Eliette Abécassis e alla filosofa e femminista Sylviane Agacinsky. Come quest’ultima, autrice di Corps en miettes (corpi in briciole), appello alla resistenza contro il baby-business che cerca uteri in affitto per prosperare, la Bonnet non vuole sentir parlare della possibilità di una “Gpa etica”, invocata da alcune femministe come Elisabeth Badinter e Caroline Fourest.
«Non c’è niente di etico nel mercato delle madri surrogate, ma solo profitti economici», afferma la storica. «È un business da tre miliardi di euro. Donne, per lo più indigenti e analfabete, provenienti dall’India o dai paesi dell’Est Europa, affrontano, dietro compenso, una gravidanza e un parto, sapendo che poi il figlio verrà loro strappato al momento della nascita e ceduto a chi glielo ha commissionato. Mi spiegate cosa c’è di etico in tutto questo? L’etica non è il sacrificio di sé».

Le sottoponiamo infine la frase sulla maternità surrogata pronunciata da Pierre Bergé, ex compagno dello stilista Yves Saint-Laurent e storico sostenitore dei cosiddetti nuovi diritti: «Affittare il proprio ventre per vendere un bambino, o affittare le proprie braccia per lavorare nell’industria, qual è la differenza?». «Ma dove stiamo andando a finire? – interviene Marie-Josèphe Bonnet. Che società vogliamo? Il corpo della donna non è una merce e il bambino non è un oggetto che acquistiamo, ma una persona che va protetta e rispettata».

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5 Commenti

  1. beppe scrive:

    caro cosimo, scriveranno quello che vogliono, perchè loro sono abituati e autorizzati a parlare sempre e comunque. loro difendono la DIVERSITA’ proclamando che devono stare insieme due entita’ UGUALI. quanto ai diritti delle povere donne, dei bambini procreati artificialmente con la peggiore delle violenze, a loro non gliene frega niente. ma il razzista sarai sempre tu. ricordalo.

  2. LU scrive:

    Il problema di Bonnet è che fa di tutta l’erba un fascio. In questo modo si perde il dettaglio delle sue argomentazioni su questioni del tutto differenti.
    Matrimonio egualitario.
    Fecondazione artificiale, nelle sue varianti.
    Utero in affitto.
    Adozione da parte di coppie omosessuali.
    Diritto alla memoria biologica.
    Specificità e potere procreativo proprio della donna.

  3. LULÙ scrive:

    Brava, Marie-Joseph, grazie per la tua testimonianza, siamo tutti con te!

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