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Intercettazioni e caso Consip. «Siamo alla fuga di non notizie»

maggio 18, 2017 Redazione

Breve rassegna stampa sulla telefonata tra Matteo Renzi e il padre Tiziano. Le opinioni di Napolitano, Nordio, Mattia Feltri e Barbato

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Il dibattito sull’uso delle intercettazioni, sui metodi di indagine e sul rapporto tra giustizia, politica e stampa è nuovamente esploso in seguito all’ennesima pubblicazione di un’intercettazione legata al caso Consip. Lo scorso 2 marzo infatti, durante una fase molto delicata delle indagini, il Fatto Quotidiano ha pubblicato un’anteprima del nuovo libro del suo giornalista Marco Lillo che contiene la conversazione telefonica (fino ad allora inedita) tra Matteo e Tiziano Renzi. Nella telefonata l’ex premier esortava il padre a raccontare tutta la verità ai magistrati riguardo a un suo presunto incontro con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. L’intercettazione però era stata giudicata dai magistrati non rilevante per il processo, dunque non era stata trascritta in fascicoli pubblici disponibili agli indagati e gli unici ad averne accesso erano i magistrati che seguono l’inchiesta, i carabinieri e il personale che ha lavorato all’intercettazione. È stata quindi aperta un’indagine per rivelazione del segreto d’ufficio, il cui obiettivo è capire chi abbia passato i brogliacci di quella telefonata ai giornalisti.

LE PAROLE DI NAPOLITANO. Ieri è intervenuto nel dibattito anche Giorgio Napolitano, ex capo dello Stato, che ha detto chiaramente: «Tutti adesso gridano contro l’abuso delle intercettazioni e l’abuso della pubblicazione. È un’ipocrisia paurosa, perché è una questione aperta da anni con sollecitazioni frequenti e molto forti da parte delle istituzioni. Io personalmente ho messo il dito in questa piaga e non c’è mai stata una manifestazione di volontà politica per concordare provvedimenti per mettere termine a questa insopportabile violazione della libertà dei cittadini, dello Stato di diritto e degli equilibri istituzionali». Napolitano ha quindi invitato con forza a riflettere su un punto: «Si chieda perché fino a oggi sono sfuggiti a qualsiasi soluzione normativa. Quella dell’abuso delle intercettazioni è una vicenda che si trascina in modo intollerabile».

CACCIA ALLE STREGHE. Il magistrato Carlo Nordio, dalle colonne del Messaggero di oggi, paragona l’attuale «flagello immondo delle intercettazioni divulgate e pilotate» alla caccia alla donna sospettata di stregoneria, «sottoposta al giudizio di Dio e immersa nell’acqua bollente». Riferendosi poi a quanti hanno sostenuto che Matteo Renzi, nella conversazione telefonica con il padre, stesse fingendo perché sapeva di essere intercettato, Nordio scrive: «Per il fatto stesso di finire sui giornali, la vittima è esposta alla lapidazione e comunque al sospetto. Se al telefono ammette un illecito, è già colpevole; ma se sostiene di volerlo contrastare, ecco la trappola: ti sei finto pulito perché sapevi di essere intercettato. E proprio per questo sei ancora più malandrino». Un circolo vizioso e malato che però si rivolta contro chi lo usa: come sottolinea Nordio, la certezza che Renzi abbia concordato il dialogo con il padre «presupporrebbe non solo la conoscenza dell’intercettazione in atto, ma anche la certezza della sua divulgazione in tempi brevi, tramite un giornalista compiacente». Dobbiamo ammettere che «noi non sappiamo niente del testo del dialogo; e chi dice di saperlo confessa, implicitamente, di aver commesso un reato», in quanto la conversazione non poteva essere divulgata. L’aspetto singolare, continua Nordio, è che «la politica continua a far finta di nulla, e talvolta vi assiste compiaciuta sempre aspettando che il coccodrillo divori l’avversario, benché tutti, fino ad ora, ne abbiano patito l’insaziabile voracità. E ancor più singolare che questo teatrino passivo si accompagni al petulante ritornello della fiducia nella magistratura», perché, constata Nordio, la divulgazione di queste intercettazioni, «già sospette di manipolazioni, integrazioni e omissioni, di cui non si conosce l’origine e ancormeno la fondatezza», non può essere avvenuta senza «la connivenza o almeno la disattenzione colpevole di qualche toga».

FUGA DI NON NOTIZIE. Sulla Stampa, Mattia Feltri ricorda in maniera graffiante come sia emerso il caso Consip: «Su alcuni giornali appaiono le prime notizie, perché sappiamo che il diritto all’informazione pubblica è diventato predominante rispetto ai doveri della giustizia». Il fatto che il dibattito su tutta la vicenda giudiziaria si concentri sul dubbio che Renzi sapesse di essere intercettato porta il giornalista a constatare: «Non è nemmeno più cultura del sospetto, ma il sospetto elevato a grammatica e sintassi del discorso pubblico». Se l’intercettazione era inutilizzabile per la giustizia, era però, scrive Feltri, «utilissima per la battaglia politica. Una fuga di non notizie: spettacolare. Ed è su questo, sui falsi, sulle irregolarità, sullo spaccio di verbali di scarto, che oggi regoliamo la convivenza civile, e lo stato di diritto, di cui si procede alla demolizione in un reality per furiosi annoiati».

IL POTERE DELLA MAGISTRATURA. Il direttore del Mattino, Alessandro Barbaro, va invece oltre la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali, sostenendo che il vero problema è il metodo di lavoro dei magistrati. Non si mostra stupito dalla vicenda del Fatto: «Da quindici anni a questa parte le intercettazioni disposte da alcuni pm finiscono tutte sui giornali, prima di essere valutate come prove o piuttosto come fango». La fuga di notizie è «il dito che indica la luna», dove «la luna è chiedersi come è stata motivata la richiesta del pm napoletano al gip di intercettare Tiziano Renzi, due mesi dopo che l’indagine era stata trasferita a Roma. Chi l’ha autorizzata e perché». Lancia quindi una critica alla magistratura e al sistema delle intercettazioni: «Nessuno è disposto a mettere in discussione il potere della magistratura di intercettare persone non indagate, con motivazioni anche solo apparenti e di fatto insindacabili. Nessuno sembra comprendere che la casa di vetro, più volte richiamata quando si tratta di difendere tanta pervasività penale, somiglia sempre più a una casa degli orrori». Di fronte a questa minaccia, la politica tutta si mostra troppo debole, «appare rannicchiata in difensiva, di fronte ai colpi di una sparatoria alla cieca. Non sembra aver compreso il legame tra il populismo montante e un discorso pubblico scritto dalle intercettazioni». E la mala giustizia approfitta di questo vuoto: «In nome di un principio unanimemente condiviso, per cui è utile diffondere intercettazioni penalmente irrilevanti se illuminano il lato oscuro della politica, una parte piccola ma aggressiva della magistratura sconfina, piegando le regole e il diritto alle ragioni di una missione: rigenerare il potere politico a tutti i costi, anche a costo di ignorare di essere diventata, di tutti i poteri, il più arbitrario».

Foto Ansa

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