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Intercettazioni. Che ci vuole un “bavaglio” «lo dice la Costituzione all’articolo 15»

settembre 1, 2015 Redazione

Riparte la polemica sulla riforma della giustizia. Per Giovanni Maria Flick, ex ministro di Prodi, va trovato un equilibrio fra privacy, indagini e diritto di cronaca. «Ma sacrificare la segretezza delle comunicazioni è come introdurre la tortura»

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Si torna a parlare di riforma della giustizia, dopo l’intervista al guardasigilli Andrea Orlando pubblicata ieri dal Messaggero. Al quotidiano romano il ministro si dice fiducioso che il governo Renzi riuscirà «entro la fine del 2015 ad approvare in via definitiva la riforma del processo penale con la delega sulle intercettazioni». E se il Fatto quotidiano ne approfitta per rispolverare dopo un mesetto di pausa estiva l’allarme “bavaglio”, il Foglio invece rimprovera a Orlando uno zelo perfino eccessivo quando si premura di assicurare ai giornalisti che «al centro della riforma ci sarà anche “la garanzia del diritto di cronaca”». Perché invece il punto, secondo il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, è «combattere il diritto dei pm di sputtanare».

IL PROBLEMA VERO. Illuminanti in proposito le dichiarazioni consegnate al Corriere della Sera dall’ex ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick. Il predecessore di Orlando ricorda che lui ci provò già nel 1996 (governo Prodi) a «trovare un equilibrio tra i diritti» coinvolti nella materia intercettazioni. La sua proposta di riforma, che non fu approvata, era basata su un criterio semplice: «Il diritto più importante è la segretezza e inviolabilità delle comunicazioni». Perché secondo Flick «il problema vero» è esattamente questo: «Tra diritto di cronaca, tutela della privacy e segretezza delle comunicazioni cosa sacrifico e quanto? C’è il principio superiore della tutela delle indagini, ma sacrificare la segretezza delle comunicazioni sarebbe come introdurre la tortura. La privacy va tutelata ma un po’ meno».

LA PRIVACY RIDOTTA. È vero, concede infatti l’ex guardasigilli, nel caso dei politici e dei personaggi “pubblici” «la sfera di privacy si comprime perché altri hanno diritto a sapere». Tuttavia «il diritto al segreto delle comunicazioni ce l’hanno tutti, anche i politici. Lo dice la Costituzione all’articolo 15». Questo diritto, prosegue Flick sempre citando la Costituzione, «la legge lo può limitare quando è in gioco un interesse importante: scoprire i reati», che è una cosa ben diversa dal «sapere gli affari degli altri» (vedi il recente caso Renzi-Adinolfi). Non per nulla «il codice prevede le intercettazioni solo quando sono “assolutamente indispensabili per proseguire le indagini”: il che vuol dire niente intercettazioni “a strascico”». E non si può utilizzare la scusa del “controllo sociale” per pubblicare «ciò che è stato acquisito ai fini dell’indagine e poi si è rivelato inutile per il processo».

«BROGLIACCI COME CORIANDOLI». Come combattere dunque la pratica dello “sputtanamento” mediatico-giudiziario? Secondo Flick occorre «prevedere l’udienza per il deposito (delle intercettazioni, ndr) dove giudice, pm e difesa decidono cosa non serve per il processo. Che non va eliminato (domani potrebbe diventare rilevante), ma chiuso in cassaforte e la chiave la deve avere il pm». E cioè: la responsabilità di quel che esce dalla cassaforte deve essere solo sua. Certo, il rischio di parziali “fughe” di notizie rimane, visto che le parti coinvolte sarebbero comunque tre, però in questo modo per lo meno smetteranno di circolare «i brogliacci che ora girano come coriandoli». E il diritto di cronaca?, domanda il Corriere. «Deve restare – risponde l’ex ministro – quando il giornalista pubblica un’intercettazione abusivamente diffusa da altri facendola uscire dalla cassaforte. Se invece il giornalista concorre alla fuga, ovviamente ne risponde anche lui come gli altri».

Foto Ansa


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