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Il processo a Rimsha si avvia alla conclusione. Ma esplode il caso Younis

novembre 15, 2012 Daniele Ciacci

Ieri si è dibattuto perché cadessero le accuse di blasfemia alla giovane cristiana pachistana. Intanto, poco lontano, Younis Masih è ingiustamente accusato di blasfemia. Ed è in carcere da sette anni.

Il caso “Rimsha” si avvia verso una fine positiva. C’è fiducia che la quattordicenne cristiana pachistana, che dall’8 settembre 2012 si nasconde in una località segreta, dopo essere stata accusata di blasfemia dall’imam del proprio quartiere a Islamabad, sarà presto scagionata. Alta corte di Islamabad ha tenuto ieri l’udienza finale della fase dibattimentale. L’avvocato della difesa, il cattolico Tahir Naveed Chaudry, dice di aver «presentato dichiarazioni solide», in quanto «il fatto non sussiste», avendo l’imam Khalid Jadoon Chisthi inventato che la giovane avesse bruciato una pagina di un testo propedeutico del Corano.

IL PROCESSO. Secondo la difesa, la ragazza è accusata ingiustamente. Le prove fornite dall’accusa, invece, si basano essenzialmente sulla confutazione dei tre testimoni della difesa e del referto medico che dichiara Rimsha mentalmente disabile. Il giudice Iqbal Hamidur Rehman si è riservato del tempo per decidere, ma la preoccupazione resta alta. Anche in caso di verdetto positivo, la famiglia sarà di fatto invitata ad espatriare, per meglio garantirne la sicurezza.

SULLA SCIA DI RIMSHA. Ma intanto scoppia un altro caso di blasfemia. Il 13 novembre, dinanzi alla Alta Corte di Lahore, si è tenuta l’udienza in appello del cristiano Younis Masih, a sette anni dall’arresto e a cinque dalla sua condanna a morte, per presunta offesa al Profeta. Neem Shakir, difensore dei diritti umani e avvocato cattolico, ha assunto il caso e dichiara: «Dopo sette anni di immani sofferenze per lui e per la sua famiglia, speriamo che venga accertata la verità». Il denunciante Hafiz Abdul Aziz non si è presentato all’udienza. E questa può essere una speranza per Younis Masih.

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