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D’Avenia a San Vittore: «In carcere ho saputo di essere libero»

luglio 2, 2012 Chiara Sirianni

Lo scrittore Alessandro D’Avenia racconta oggi sulla Stampa il suo incontro con giovani detenuti del carcere milanese.

«Non è l’inizio di un racconto, ma solo un pezzo di bruciante verità». Alessandro D’Avenia, giovane scrittore (il suo romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” fu un vero e proprio bestseller) racconta oggi sulla Stampa il suo primo contatto col carcere di San Vittore di Milano. Dopo il bell’articolo di Marina Corradi su Avvenire (in cui parlava anche di Antonio Simone), ora tocca ad un altro scrittore fare i conti con la dimensione del carcere. Ad accogliere D’Avenia c’erano un pugno di carcerati chiusi in quattro mura, «troppo strette anche per un riparo di animali in campagna». Si tratta dei giovani detenuti confinati nel primo raggio. Qui alcuni educatori e volontari hanno organizzato un ciclo di incontri con scrittori. Sono mondi molto diversi quelli che si incrociano in occasioni del genere. E D’Avenia lo ammette con grande franchezza, mentre descrive l’iter sfiancante dei controlli e dei permessi: la cupola «per metà di un colore che un tempo doveva essere più luminoso e marezzata di umidità», la statua della Madonna «dalla superficie screpolata tanto da sembrar lebbrosa», i detenuti tossicodipendenti in corridoio, il buio. E la paura: «Cosa avrei mai potuto dire a un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 25, condannati per reati di ogni tipo? Che cosa avevamo in comune loro ed io? E poi magari erano anche pericolosi… Ad aumentare la mia paura e il mio senso di inadeguatezza porte automatiche e ferrate si sono aperte troppo lentamente davanti a me. Dopo, i controlli: non puoi portare nulla dentro, neanche il cellulare. Avevo in tasca un’aspirina dimenticata nel blister e mi hanno fatto lasciare anche quella. Solo libri».

Nel primo raggio lo attende la stanza-biblioteca, con i libri accatastati e in via di catalogazione. Non è certo la sala lettura di una grande libreria, bensì «una stanza di pochi metri quadri con scaffali in ferro e una ventina di ragazzi seduti o in piedi ad aspettarmi. Abbiamo parlato di loro e di me, delle loro vite e della mia». E nello scorrere delle parole, qualcosa si è lentamente sciolto: «Il nodo della paura o del giudizio. Non avevo niente di più di loro, non ero migliore di loro, i corpi che avevo di fronte potevano essere il mio, magari con qualche tatuaggio in meno. Mentre parlavo, Omar, occhi azzurri e da bambino, si è commosso. Qualcosa dentro di lui si liberava, così come stava accadendo a me. Non era la superficiale emozione del momento, né una troppo rapida e ingiustificata reazione pietistica. Era l’incontro di due storie al crocevia delle loro scelte e del caso». Il ragazzo che si commuove chiede un colloquio privato con lo scrittore. Lo ottiene. Inizia una corrispondenza tra i due. Quello stesso giorno si inaugura la biblioteca del primo raggio, che Omar, assieme a Vito, «detenuto nello stesso raggio anche se più anziano, e con il volto di un padre che aiuta suo figlio a crescere» hanno costituito catalogando più di 3.000 volumi, frutto di raccolte e donazioni. Scrive D’Avenia che erano presenti tutti i detenuti del raggio, di nazionalità diverse, ma tutti eleganti per l’occasione. «Omar mi ha raccontato che dopo un anno di carcere era disperato. La noia, la rabbia, l’odio lo divoravano. Così ha afferrato un libro, anzi un altro detenuto gliel’ha prestato. Da lì è cominciato tutto: “Leggendo quelle pagine dimenticavo di avere intorno altre sette persone e magari la televisione accesa in pochi metri quadrati. Leggendo quel libro a poco a poco mi impadronivo nuovamente dei miei pensieri e ritornavo in me. Che vita è questa?”. I libri ti ricordano cosa ti manca o hai perso».

I libri preferiti? La saga di re Artù,«perché è un re rispettato da tutti, e non perché temuto». Lo scrittore è impressionato da «quei tremila libri con la loro fascetta e il catalogo ben ordinato per autore e genere, con in copertina l’immagine realizzata da uno dei detenuti: due mani le cui manette si spezzano grazie ad un libro e sotto la scritta «Vuoi evadere? Leggi un libro…». E quel gruppetto di detenuti, così imperfetti, gli lascia una sensazione netta: «Non sappiamo di avere qualcosa finché non la perdiamo o finché non vediamo qualcuno che l’ha persa. (…) Non posso dare per scontato di avere una casa e una cena tutte le sere. Ma una cosa non avevo mai saputo di averla – non l’ho mai persa o non ho mai visto nessuno che l’aveva persa a quel modo – perché è talmente incollata a me che non la vedo mai, neanche allo specchio. La libertà. In carcere ho saputo di essere libero. Ho saputo che io posso scegliere se alzarmi o no la mattina, posso scegliere se uscire o no, e dove andare. Dove andare. Ho sentito la collocazione esatta della libertà nel mio corpo. Si trova all’altezza del diaframma e si alza e abbassa, assecondando o determinando il movimento respiratorio, come sa chi deve fare una scelta da cui dipende la propria felicità e trattiene il respiro o lo sputa fuori».

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