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Carcerati e lavori socialmente utili. Le opportunità, i problemi e la retribuzione. Intervista al garante di Milano

settembre 6, 2014 Chiara Rizzo

Alessandra Naldi: «Sono favorevole ai lavori di pubblica utilità, solo se fossero minimamente retribuiti. In città stiamo attivando percorsi per chi è condannato per guida in stato d’ebbrezza e nuove proposte per la “messa in prova”»

carcereDopo gli allarmi esondazione che negli ultimi due mesi si sono susseguiti a Milano, il 3 settembre, con una lettera al Corriere della sera, Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe (il sindacato autonomo della polizia penitenziaria) ha proposto di usare i detenuti per pulire «gli alvei dei fiumi, o le spiagge o i giardini pubblici, molti dei quali in pessimo stato». Secondo Martinelli «c’è un protocollo di intesa Amministrazione penitenziaria e Anci per impiegare gratuitamente proprio i detenuti in progetti di recupero ambientale delle città». Tempi.it ha girato questa domanda ad Alessandra Naldi, Garante dei diritti dei detenuti del comune di Milano.

Naldi, dunque, perché no?
Il discorso è complesso. Oggi ci sono due norme che regolano questo ambito. Una prevede la concessione dei lavori di pubblica utilità al posto delle misure detentive, per chi è condannato per il reato di guida in stato d’ebbrezza. In questo ambito il Comune di Milano ha attivato un presidio sociale presso il tribunale, che ha lo scopo proprio di identificare chi può essere proposto al giudice per lavori di pubblica utilità. Si tratta di una norma che è già abbondantemente usata (lo sportello, nell’ambito della convenzione con il solo Comune – uno degli 85 partners per quest’iniziativa con il tribunale di Milano – ha attivato questo percorso in realtà per 45 persone nell’ultimo anno, ndr).

E la seconda norma?
È stata estesa la possibilità di impiegare in lavori di pubblica utilità anche i detenuti che ottengono la cosiddetta “messa in prova”. Quest’opzione mi trova totalmente favorevole, perché evita il passaggio dal carcere, che spesso porta più problemi alla persona detenuta che altro. Inoltre, in questo modo si evitano alla collettività i costi del carcere e si portano dei benefici: la norma è stata emessa a giugno di quest’anno, i casi sono ancora pochi e non ho a disposizione i dati. Infine, sempre nell’ambito delle attività di pubblica utilità, c’è un terzo caso: a Milano si realizza ogni anno a ferragosto, quando un gruppo di detenuti è uscito dal carcere per pulire l’Idroscalo e, contemporaneamente, ha potuto incontrare le loro famiglie.

Ma non ha ancora risposto a Martinelli: perché non far lavorare i detenuti per servizi di pubblica utilità, compresa la pulizia degli alvei dei fiumi di cui proprio Milano ha bisogno?
Il problema di questo impiego, a mio avviso, è che va bene se è volontariamente scelto dai detenuti o se è un modo che permette di avere uno sconto di pena. Ma a mio parere non va bene se diventasse un lavoro forzato imposto.

Proprio in relazione ad attività come quella del Ferragosto a Milano, Martinelli ha attaccato: «Bisognerebbe far lavorare tutti i giorni dell’anno i detenuti, specie in lavori di pubblica utilità a favore della tutela ambientale. Farlo un solo giorno all’anno, a Ferragosto, come avvenuto in qualche città italiana, puzza di operazione propagandistica fine a se stessa». Che risponde?
L’iniziativa di Ferragosto rientra nel quadro di attività di un gruppo di detenuti, che hanno già la possibilità di lavorare all’esterno del carcere con l’articolo 21. Hanno costituito un’associazione di volontariato, che si chiama appunto Articolo21, che ha lo scopo di promuovere attività favorevole alla collettività. Molti di loro durante l’anno, e quindi non solo a ferragosto, vanno a svolgere attività di volontariato presso la casa della Carità di don Colmegna, e in questo periodo stanno svolgendo delle attività a sostegno dei profughi siriani. Quanto all’iniziativa di Ferragosto non trovo sia un’attività propagandistica perché organizzare occasioni di incontro tra la popolazione e i detenuti, permettere ai cittadini di far conoscere queste persone, consente di far superare gli steccati e i pregiudizi che spesso ci sono. Da cosa nasce cosa: l’attività di volontariato con don Colmengna è nata proprio dall’iniziativa di Ferragosto.

Martinelli obietta con dei dati: «Chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68,4 per centro, contro il 19 per cento di chi fruisce di misure alternative e addirittura dell’1 per cento di chi è inserito nel circolo produttivo». Non trova che abbia ragione, forse anche i detenuti preferirebbero lavorare per la collettività, anziché essere costretti a stare in una cella senza fare nulla.
Il problema di far lavorare tutti i giorni o più spesso i detenuti secondo me sarebbe superato se fosse previsto un minimo di retribuzione. Un minimo ci vorrebbe, anche nel caso di lavori utili alla comunità.

Obiezione: in passato, sono stati tanti i detenuti che volontariamente si sono offerti per svolgere attività di pubblica utilità proprio per il Comune di Milano, ad esempio per spalare la neve nel 2009 e 2010. Forse loro lo farebbero anche gratuitamente, pur di non rimanere chiusi in cella senza fare altro.
In singole occasioni ci può stare anche che per non stare chiusi in carcere tutto il tempo, accettino di lavorare gratuitamente. Ma da Garante io non credo che sia giusto ciò diventi la “regola”, se non all’interno di un percorso più complesso. Ad esempio si potrebbe pensare a far uscire dal carcere i detenuti per fare attività di volontariato, come primo passo per il reinserimento sociale: si potrebbe andare a pulire il greto del fiume all’interno di una cooperativa, anche per un mese gratuitamente, e il mese successivo poi iniziare a percepire una retribuzione, e poi man mano trasformare questo percorso in una formazione professionale vera e propria. Questo lo trovo molto sensato.

E crede che si possa fare realisticamente qualcosa?
Io penso di sì.

Ma di concreto ancora non c’è nulla?
Che io sappia non per la pulizia degli alvei dei fiumi, mentre sono in azione molte attività di volontariato, con i detenuti in articolo 21. Vorrei inoltre sviluppare le attività che Comune e associazioni di volontariato offrono alle persone, per realizzare la “messa in prova” del detenuto. Se questi dimostrerà di portare a termine con successo il percorso che gli viene assegnato, con lavori di pubblica utilità, allora la pena verrà estinta: ciò che sto facendo in particolare è allargare il ventaglio di iniziative da proporre al giudice, in maniera tale che si possa valutare la messa in prova in modo specifico alla singola persona.

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4 Commenti

  1. ragnar scrive:

    Lavori socialmente utili? Sì.
    Ma ciò che andrebbe cambiato è l’intero sistema carcerario. Le carceri così come le concepiamo non dovrebbero più esistere.
    L’unica forma di detenzione dovrebbe essere il campo di lavoro forzato. Con in più la regola che si mangia solo se si produce e il periodo di detenzione dipende anche dalla produttività sul campo.
    In questo modo si potrebbe mettere a posto il problema delle infrastrutture con costi vicini allo zero…

    Ultima roba: per i reati minori (eg, furti e/o debiti) niente detenzione, bensì multe. Esempio: uno ruba un’auto da 10000 euro? Bene: 20000 euro di multa da pagare subito. E vediamo se ci riprova, dopo.

    • sindar scrive:

      “e il periodo di detenzione dipende anche dalla produttività sul campo.”

      Grandissimo, io scriverei anche, all’entrata: “Arbeit macht frei” giusto così, per attenzionare la dignità umana

    • Filomena scrive:

      Che dire….questa sarebbe la carità cristiana. Oltre tutto fai osservazioni risibili. Se uno ruba un auto vuol dire che non ha denaro, quindi dirgli adesso mi dai il doppio del valore rubato è come dire a un cieco: mi raccomando leggi bene il libro che ti ho regalato!!!!

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