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Bruti Liberati dice ai pm di ricorrere alla misure alternative anziché al carcere. «Bene, ma la strada è lunga»

gennaio 17, 2013 Chiara Rizzo

Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti: «Un’inversione di tendenza culturale, ma non ci si vanti di una riduzione del 4 per cento. La circolare non è risolutiva di nulla»

«Un ricorso più largo alle misure alternative». A chiederlo, per iscritto, ai suoi pubblici ministeri, è stato con una circolare il capo della Procura di Milano, Edmondo Bruti Liberati. Un provvedimento che arriva quasi d’urgenza, anche dopo la sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, lo scorso 8 gennaio ha condannato l’Italia a risarcire 7 detenuti, per il «trattamento inumano e degradante» subìto in carcere per il sovraffollamento. Bruti Liberati chiede di estendere le misure alternative tanto per l’esecuzione delle condanne, che per le misure cautelari prima dei processi. «Un buon invertimento di tendenza culturale, ma ancora non è che un piccolo punto di partenza rispetto a dati esorbitanti»: così Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, autorevole giornale-osservatorio sul carcere in Italia (realizzato al carcere Due Palazzi di Padova), commenta a tempi.it la decisione della procura milanese.

Cosa pensa del provvedimento? Un segno di paura di nuove sanzioni all’Italia o il segno di una nuova mentalità?
Sta comunque crescendo una sensibilità sul tema delle misure alternative. Lo stesso Csm ha creato una commissione ad hoc, cui collaborano alcuni magistrati di sorveglianza, che ha elaborato alcune proposte davvero valide. Si va dall’ampliamento del ricorso alle misure alternative alla proposta di ritornare alla situazione prima del 1991 quando sono state introdotte le leggi emergenziali (sulla mafia e il terrorismo), e prima della legge ex Cirielli sulla recidiva. Ritengo che questo passo sia una misura fondamentale. A mio parere la nota di Bruti Liberati richiama proprio questa proposta della commissione Csm, anche dal punto di vista dell’esecuzione in fase preliminare.

Nella sua nota, Bruti Liberati puntualizza che «il ricorso a misure alternative è già un orientamento consolidato della procura, e nel 2011-2012 l’applicazione delle misure cautelari in carcere è diminuita del 4 per cento». Che valenza ha questo dato, rispetto al numero complessivo delle misure cautelari inflitte? Per il ministero della Giustizia, dei 65.700 detenuti a fine 2012, 12.400 sono quelli in attesa di primo giudizio, e di questi 1.751 quelli in Lombardia, quarta regione italiana per numero.
La circolare di Bruti Liberati non è risolutiva di nulla. Né lo è una diminuzione del 4 per cento al ricorso della custodia cautelare. In Europa siamo gli unici con le percentuali colossali citate. La circolare io la interpreto soprattutto con un’inversione di tendenza culturale, dato che fino a pochi anni fa il pensiero dominante, per qualsiasi reato e nella sola fase preliminare, è stato “in galera, in galera!”. Stamattina ero in carcere con i detenuti, e uno ci raccontava il suo rientro a casa, dopo 17 anni, per un permesso premio. Ecco, un rientro graduale alla realtà permetterebbe di essere meno criminali o disperati di prima. Il problema è che oggi dal carcere si esce più pericolosi. Dobbiamo iniziare a pensare che in carcere ci devono stare le persone effettivamente pericolose. Riserviamo il carcere ai detenuti davvero pericolosi, in modo anche da poter iniziare un lavoro di recupero sociale: oggi in carcere ho incontrato una persona perché aveva un quantitativo di alcool leggermente superiore allo 0.8 per cento, e che doveva fare un lavoro di pubblica utilità. Ecco, il carcere per tutti è una follia.

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