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Una ignota dimora

gennaio 25, 2017 Marina Corradi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La signora A. uscì dall’ospedale con una larga busta gialla in mano e, non trattenendo la curiosità, si fermò sul marciapiede e ne aprì un angolo lacerandolo con le unghie. Le avevano detto che andava tutto bene, ma lei era sempre curiosa di vedere le sue radiografie: come potesse così lanciare uno sguardo su una casa ignota e buia.

Estrasse delicatamente la lastra con la punta delle dita, la alzò contro la luce del pallido sole di gennaio. Ecco il dispiegarsi parallelo e ordinato delle costole, e quell’ombra più chiara che era il cuore. Tutto normale, tutto a posto. Come ogni volta però A. restò turbata a osservare, qualche secondo più del necessario, quella ignota dimora che era il suo stesso corpo. Quelle ossa, quei nervi che da sempre la accompagnavano, senza che lei mai li avesse visti. La signora A. ripose la lastra nella busta, pensierosa, e si avviò verso l’auto.

Ogni volta, vedere nelle immagini diagnostiche il suo corpo la gettava in un segreto disagio. Anni prima era rimasta a contemplare per un’ora la lastra della sua mano destra, nei suoi tratti scheletrici, che quasi le mettevano paura. Dunque quella era nella sua interiore consistenza la sua mano, la stessa che da bambina accarezzava il viso di sua madre, che si attaccava alla mano di sua sorella, scomparsa a quindici anni. Quella era la mano che giocava, e poi imparava a scrivere, dapprima con tratti goffi e pesanti sulla carta. Quante cose aveva fatto con quella mano destra, eppure nella sua interezza non l’aveva mai conosciuta.

E quella volta che aveva visto la lastra di una Tac del suo cervello? Lì veramente la signora A. aveva tremato, contemplando quella massa opaca, quella materia su cui lei stessa e i suoi pensieri consistevano. Mio Dio, sono tutta qua?, aveva pensato, e si era sentita un gran freddo dentro.

Ma non è possibile, non è vero, aveva obiettato subito una voce dentro di lei, forte, affettuosa.

No, non è possibile che noi siamo tutti consistenti in quelle ossa, in quei nervi, in quelle vene. Eppure questo hardware di carne ci sorregge. “È” noi, eppure non è noi, tutti interi.

L’essere fatti apparentemente solo di carne non sembra incredibile? E il cuore, la speranza, la memoria, gli affetti, solo reazioni chimiche, scambi fra neuroni? Il più grande mistero, si disse A. guidando nel traffico di Milano, la lastra poggiata sul sedile accanto, l’abbiamo addosso, avvinto a noi, abbracciato.

Foto da Shutterstock

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