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«Se tu vai indietro nel dolore della nascita incontri un atto d’amore»

febbraio 12, 2013 Giovanni Fighera

«Non si può dare ad un essere umano, non si può dare ad un figlio il senso dell’essere voluto, il sentimento dell’essere voluto, non si può far capire questo, se non si comunica la gioia di un destino. Allora il dolore cambia aspetto; cioè, cambia significato, cambia segno e diventa una condizione. È la gioia del destino che i padri non hanno comunicato ai figli» (don Luigi Giussani). I padri hanno dimenticato di essere a loro volta figli. La fatica della salita è diversa quando sappiamo che là, in alto, ci attende uno spettacolo immenso. Il dolore e la fatica non annullano la presenza della meta. Per noi, spesso, invece, la fatica e il dolore diventano obiezioni alla presenza di un destino buono.

«Se tu vai indietro nel dolore della nascita incontri un atto d’amore» afferma Testori in un colloquio con don Luigi Giussani che è stato poi pubblicato nell’opera Il senso della nascita «perché mio padre e mia madre si sono amati in Dio; in Cristo si sono amati. Bisogna dirlo. Credo che non bisogna aver paura di dirlo: perché sono cose che se si pronunciano nella speranza diventano di per sé sacre. Ecco: c’è un momento di sperdutezza in un uomo e in una donna che si amano; di sperdutezza e di liberazione». La vita scaturisce da un atto di amore.

La nascita ha, quindi, un senso profondissimo e misterioso, scaturisce da quell’amore che – a detta di Dante – muove tutto, perfino il sole  e le altre stelle. Per capire la vita bisogna ritornare là, al momento della nascita. La parola «vita» definisce per molti troppo spesso qualcosa di scontato, di dovuto, come se fosse una questione nostra, privata, da gestire in totale autonomia. Quando parliamo di nascita, però, tutto cambia. Basta guardare un neonato oppure è sufficiente assistere al parto. Quando sta nascendo tuo figlio e vedi tua moglie stremata e capisci che tu, papà, sei completamente impotente di fronte a quanto sta accadendo e puoi soltanto pregare e affidarti perché tutto vada bene, allora, in quel momento, nell’istante della nascita, troppo evidente è la totale dipendenza da qualcun altro.  Nove mesi di attesa per i genitori e anche per la piccola in vista del tanto sospirato incontro. Quando sono nate le mie figlie, sono stato colto da un pianto misto a una gioia incontenibile, le parole non uscivano dalla bocca, solo riso e pianto. Durante le ore del travaglio ho provato un’impressione per certi versi simile a quella che l’anno prima avevo sentito vicino al letto di ospedale dove mio padre si trovava malato in stadio terminale. In questi momenti vita e morte sembrano compenetrarsi e comprendersi in maniera misteriosa e inspiegabile come la morte fosse una nuova vita e il mistero della morte fosse, quindi, dono altrettanto quanto la nascita.

Tante parole si fanno sulla vita e sui diritti. Troppe poche sulla nascita. Nessuno sembra chiedersi se esista un senso alla nascita. Una risposta affermativa effettivamente cambierebbe la natura di ogni discussione.

Lì, nella nascita, afferma Testori, ci sono già il dolore, la croce, la speranza. «La speranza  […] è il destino dell’uomo, il suo cammino […] nasce da uno stato di dolore e nello stesso tempo da uno stato di felicità, perché coscienza della ragione dell’essere. […] L’uomo è un evento immenso. Ogni uomo, quindi tutti gli uomini, tutta la storia di tutti gli uomini, è un’immensità moltiplicata all’infinito. Al centro di questa immensità c’è una speranza che nasce e che è legata al dolore […]. Guai ad aver paura del dolore e del dolore che deriva dalla nascita» (G. Testori). In effetti «senza esperienza del dolore» continua don Luigi Giussani «non c’è esperienza dell’umano, vale a dire di un’urgenza braccata,[…] sconfitta». Nella nostra società, invece, sono talmente favorite la dimenticanza e la distrazione che possiamo assistere a tragedie di popoli oppressi da guerre e rimanere tranquilli e totalmente indifferenti. Noi siamo anestetizzati. Perché il dolore divenga ripartenza occorre «il dolore del proprio male, del proprio male come dignità, dunque del proprio male come proporzione nel rapporto con le immagini ideali, insomma quello che il cristianesimo chiama il dolore del peccato». Nel dolore «carnale» (quello che provi di fronte alle tragedie immani) hai la percezione che «Dio non c’è perché c’è questo dolore. Ciò non avviene nel dolore del peccato» perché esso si prova di fronte a una presenza e spalanca ad una presenza, come un bambino che piange di fronte alla mamma dispiaciuto per quello che ha fatto. «Il problema non è che l’uomo sia impeccabile, ma che l’uomo sia vero», con se stesso, con il proprio dolore, con la propria domanda di felicità.

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