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Perché i ragazzi dovrebbero essere contenti di studiare? Perché ha ragione Leopardi

gennaio 7, 2013 Giovanni Fighera

Studiare è bello e mi interessa! È un’affermazione forte e che suona a dir poco provocatoria. Ditelo a quei ragazzi che passano ore della giornata a studiare perché sentono il dovere di farlo e vogliono riuscire a conseguire buoni risultati o a quelli che studiano perché devono recuperare dei risultati negativi o a quelli che passano la maggior parte della loro giornata dedicando il loro tempo ad altre passioni o ad altri svaghi. Ditelo ai ragazzi che si sono sempre sentiti dire che si deve studiare, perché è un dovere e basta, perché così si conseguiranno degli obiettivi nella vita, si otterranno diploma e laurea e si eserciterà, poi, una professione.

CONTA SOLO L’OGGI. Siamo arrivati alle ultime settimane prima della fine del quadrimestre e l’obiettivo, quello delle valutazioni finali, appare più vicino. Ora si vedranno moltiplicati gli sforzi di molti studenti. Aveva ragione Leopardi quando osservava nello Zibaldone che la tendenza a procrastinare la felicità al futuro sino a giungere al desiderio di conseguire la felicità dai posteri si accentua sempre più man mano che l’uomo cresce e si fa adulto ed è pressoché assente nel bambino. Questi non pensa che al presente e riesce a concepire il futuro solo come l’attimo immediatamente successivo al presente tanto che «proporre al fanciullo (per esempio negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovinezza), è assolutamente inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo studio col proporgli onori e vantaggi ch’egli possa e debba conseguire  ben tosto, e quasi di giorno in giorno, ch’è come ravvicinare a’ suoi occhi lo scopo della gloria e dell’utilità degli studi…)».

HIC ET NUNC. Quanto più uno è giovane tanto più si muove per l’hic et nunc, per il qui e ora, per il presente! L’adulto, spesso, non si pasce che della speranza e rinuncia al conseguimento della felicità al presente. Ma è possibile che il presente per lo studente non possa essere altro che il voto, buono o scarso che sia? Non c’è altro che possa accendere, spronare, stimolare, muovere? Per quali ragioni un ragazzo dovrebbe studiare? Perché lo studio dovrebbe interessargli?

L’IMPORTANZA DI DIRE: IO C’ENTRO. Partiamo dal significato di queste due parole, studio e interesse. Ogni parola nasconde sempre una storia, racconta delle ragioni, spiega la vita. «Studio» (dal termine latino studium) indica la passione, lo zelo, l’applicazione. Il termine «interesse» (dal verbo latino intersum, ovvero «sono in mezzo», «partecipo» che nella forma impersonale interest significa «interessa») indica che la mia persona partecipa, interviene, c’entra con l’attività che sta svolgendo. L’etimo della parola «interesse» sfata uno dei luoghi comuni della scuola e dello studio, cioè il fatto che l’interesse nasca prima dello studio (fatto talvolta vero): nella maggior parte dei casi la passione o l’interesse scaturisce da una partecipazione, da un coinvolgimento, dal fatto che io mi metto in mezzo, c’entro. Per motivare davvero un giovane allo studio, come a qualsiasi altra attività, si deve destare in lui una passione, occorre motivarlo ad un «interesse» presente. Il ragazzo deve, cioè, poter verificare come quanto sta affrontando c’entri con la propria persona. Altrimenti lo sforzo che si compie per indurlo ad applicarsi sarà, quasi sempre,  poco proficuo.

PRINCIPESSA SISSI. Una cosa ti interessa se c’entra con te. Come può un bimbo interessarsi all’Austria? Deve avere la passione per il viaggio? Parto dalla mia esperienza personale. Un paio di anni fa io e la mia famiglia abbiamo viaggiato durante l’estate tra l’Austria e l’Ungheria, da Salisburgo a Budapest, sui luoghi della Principessa Sissi. La mia figlia maggiore all’epoca aveva cinque anni, nei mesi precedenti le avevamo fatto conoscere la storia di Sissi di cui aveva visto l’intera trilogia cinematografica con Romy Schneider. Ora era lei la prima a voler conoscere i luoghi della principessa. L’Austria e l’Ungheria le interessavano, perché c’entravano con lei, il viaggio era l’occasione di aprire una finestra sulla realtà che c’entrava con lei, con la sua vita, con quanto lei viveva. L’esempio è emblematico dello studio. Un argomento è interessante perché ci sei tu, con la tua umanità, con le tue domande, con la tua vita.

PRIMA L’INSEGNANTE. A scuola la prima persona che deve essere interessata, che deve esserci con la sua umanità, le sue domande, la sua ricerca, la sua passione, il suo amore per quel che fa è l’insegnante. Purtroppo, spesso, l’ambiente scolastico è popolato da persone che si lamentano perché i ragazzi sono poco interessati e studiano poco. Mille altre sono le ragioni di lamentela che noi tutti conosciamo. Di rado tra gli insegnanti ci si fa compagnia in quella che ritengo una delle più belle avventure, l’insegnamento. Di rado, ci si ricorda che stare con i giovani è una grande occasione per rimanere giovani, nel cuore e nello spirito, per ripartire dalle domande e dall’entusiasmo che nella gioventù sono così vividi. Di rado poi ci si ricorda che insegnare è la circostanza in cui il maestro spiega e propone una disciplina di cui è innamorato, che gli piace, che adora. Almeno dovrebbe essere così!

PERCHÈ STUDIARE? Allora, proviamo a rispondere alla domanda «perché studiare?» o, meglio, «quando accade che uno studente studia?» (cioè, nel senso profondo dell’espressione, affronta l’avventura affascinante della conoscenza). In primo luogo, se lo studente coglie amore e passione nell’insegnante, potrà non capire all’inizio, ma è quasi sempre preso dal fascino della bellezza che l’insegnante ha incontrato e che cerca di comunicare anche agli studenti. Questo fascino e questa bellezza sono il metodo, la giusta strada, perché il ragazzo studi, consegua buoni risultati. Ho sentito genitori stupiti del fatto che a cena i loro ragazzi parlassero della Commedia, la utilizzassero per parlare e per spiegare la vita. Come della Commedia, potremmo dire anche di film, di autori, di filosofi e quant’altro. La bellezza colpisce. Ogni materia ha in sé già tutto quanto è necessario perché possa conquistare e prendere il ragazzo. Il docente che è innamorato della sua materia lo sa, non deve inventarsi strategie particolari, deve solo raccontare e spiegare con l’amore che lui ha nel cuore. Come quando uno è innamorato di una donna, non deve inventarsi nulla. Se la presenta ad altri, la presenterà con tutto l’entusiasmo e l’amore che prova per lei. Dall’avventura dell’incontro con un aspetto della realtà nasce l’interesse nel ragazzo.

DON GIOVANNI DI MOZART. In secondo luogo, per quest’avventura dell’incontro occorre qualcuno che ti accompagni, un maestro, che ti prenda per mano, che ti introduca nel percorso dell’incontro con la disciplina. Virgilio nel canto III dell’Inferno, quando Dante è di nuovo spaventato di fronte all’epigrafe sopra la porta d’accesso, prende per mano Dante e lo immette dentro le «secrete cose» (la realtà da scoprire) «con lieto volto» (con speranza e letizia). La prima volta che sono stato alla Scala a vedere il Don Giovanni di Mozart, sono stato introdotto all’opera da un amico che mi ha spiegato come avvicinarmi allo spettacolo, come introdurmi a quest’arte. Lo stesso vale per la musica, per la letteratura, per la filosofia, etc. Io mi muovo quando capisco che ne vale la pena, quando vedo qualcuno che mi fa capire che ne vale la pena e non mi lascia solo.

SERVE UN AMICO. In terzo luogo, la scuola è spesso sentita dai ragazzi come una prigione, perché è troppo spesso asettica, anonima e manca il rapporto affettivo tra insegnante e ragazzo. L’insegnante si presenta molte volte solo come un mediatore di conoscenze. In una lettera al fratello Theo, dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, Van Gogh afferma: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Il legame affettivo e il vero rapporto amicale liberano dalla prigionia e dalla percezione  di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti e permettono una conoscenza più profonda della realtà.

IL PICCOLO PRINCIPE. Esperienza comune ad ogni persona è, infatti, l’efficacia del rapporto affettivo nel fenomeno conoscitivo. Quando sei colpito da qualcuno o sei affascinato da lui o inizi a volergli bene allora scopri una parte di realtà fino ad allora sconosciuta e il rapporto diventa metodo, strada, chiave di accesso, finestra sulla realtà. È quanto afferma A. de Saint Exupery (1900-1944) ne Il piccolo principe. Dopo essere stata addomesticata dal protagonista, la volpe inizierà ad apprezzare i campi di grano dorati che gli ricordano il colore dei capelli del principe. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», ma per addomesticare occorre tempo. Così, «gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici».

COSA GUADAGNO DALLO STUDIO. L’affettività può sanare la frattura tra una volontà fragile e malata e una ragione che, se utilizzata senza incrostazioni, sa discernere il bene dal male. Per questo una compagnia umana e un’amicizia sono strumenti imprescindibili per mantenere desta la domanda, per ricercare e per operare. La responsabilità si configura come una risposta ad una realtà incontrata, come un movimento del proprio «io» che si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita da sé l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Che cosa guadagno dallo studio? Il colore dei campi di grano. Come nell’amicizia, guadagno e scopro un pezzo di realtà, guadagno e scopro un pezzo di me!

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2 Commenti

  1. Anonimo scrive:

    specialmente ora che c’è crisi economica, e sociale, studiare serve. Se non si riesce ad avere un lavoro vincendo un concorso, la migliore cosa da fare è quella di fondare una cooperativa o aprire un negozio o … simili.
    Anche con l’aiuto di un politico o sindacalista.
    Questi ultimi dovrebbero, però, anche loro cambiare un po’ mentalità, non più aiuti ad personam, ma partire dalla richiesta del ‘loro amico’ per interessarsi a livello generale di un problema.
    Le aziende continueranno a spostare all’estero lo stabilimento di produzione, se conviene loro. Finché questa fase di trasformazione economica e sociale continua, meglio inventarsi delle alternative personali. Protestare pacificamente quando serve. Spronare il Governo ed il Parlamento a fare di più. Ma il nostro pianeta è sempre più in evoluzione. E non sempre in meglio. Osservando queste evoluzioni, lo studio stimola la mente a non restare schiacciati, a trovare la propria strada.
    Chiudo raccontandovi un piccolo episodio personale. Sono entrato in un negozio in Svizzera perché ho visto che vendevano un triangolino di plastica che serve a tenere le carte da gioco. Un signore mi ha detto «e voi spendete soldi per questa sciocchezza?». Quando ha finito di ridermi in faccia, gli ho risposto «questa sciocchezza fa si che l’industria debba dare uno stipendio ad un operaio per produrlo, poi c’è il guadagno di chi lo trasporta, poi c’è il guadagno di chi lo vende, poi c’è il guadagno dello Stato sotto forma di tasse». Come traspare in codesto articolo di Fighera, non bisogna avere uno sguardo superficiale sulla vita, bisogna volere bene a stessi.

  2. kill scrive:

    Prego che l’ autore di questo testo mi risponda e mi possa aiutare. Ho vent’ anni e circa quindici di questi li ho passati a studiare. Un tempo ero una brava bambina: voti alti, mai assente, diligente, partecipativa. Poi qualcosa si é rotto, o forse semplicemente sono cambiata. A metà del percorso liceale si è trasformato un po’ tutto, compreso il mio modo di vedere le cose e alcune convinzioni. Non riuscivo più a studiare come prima, stavo male (e con questo intendo crisi isteriche, urla, pianti a dirotto durante la notte) ma non andavo malissimo. Dopo un po’ di tempo invece é iniziato il vero e proprio declino, ovvero il menefreghismo più totale nei confronti della scuola.
    Sta di fatto che ora sono allergica allo studio nella maniera più totale. Quando so che devo studiare semplicemente ignoro il problema e mi dedico ad altro. Mi sento male, non perché so che dovrei studiare, ma semplicemente perché so che per questo gli altri mi percepiscono come un fallita. Perché in Italia se non fai l’ università e non studi sei semplicemente un ignorante. (A nessuno viene il barlume di idea che uno la conoscenza può farsela anche da sè, se vuole). E non veniamoci a dire che non è così perchè tutti quelli che hanno studiato pensano che un avvocato sia più importante di un tabaccaio. La gente che studia non lo fa per passione, lo fa per vantarsi di averlo fatto, per poter dare dell’ ignorante a chiunque ne sappia meno di lui. Per fare gli intellettuali, quando di loro copie così stereotipate ce ne sono a valanghe nel mondo. Ora, io dico, ma davvero é quello che facciamo che ci identifica come persone? Se studio sono intelligente, se non l’ho fatto sono uno sciocco? Davvero ora ci si valuta in questo modo? Non conta più chi siamo veramente? Rimpiango i tempi ( forse mai esistiti) in cui a tutti bastava essere se stessi per essere felici e quando essere se stessi era motivo di vanto sufficiente.
    Gradirei un suo parere. Arrivederci.

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