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Quel filo di luce che trasforma una vita di peccati in una vita di grazia

maggio 19, 2013 Aldo Trento

padre_trento_aldo_paraguay-jpg-crop_displayQuesti giorni sono veramente belli. Il cielo è di un azzurro bellissimo che rifrangendosi nel verde intenso delle foglie di ficus le fa brillare; come accade osservando il pavimento delle aule di scuola quando i bambini se ne sono andati e le incaricate delle pulizie con il loro amore al lavoro mettono la cera. Così questa mattina quando ho ripreso a camminare nella palestra osservando il pavimento fatto di piccole piastrelle di terracotta, mi sono trovato a fissare una cosa un po’ strana. Si trattava di un cerchio luminoso che sembrava una macchia giallognola, con le dimensioni di una particola grande, come quella che usano i neocatecumenali per la Messa. Dopo alcuni secondi, volendo capire di cosa si trattava, ho messo il piede su questa “cosa” rotonda che attirava così tanto la mia attenzione e che “imponeva” il suo colore sul pavimento grigio.

Questo gesto “da bambini” mi ha fatto scoprire che si trattava di un raggio di sole che entrava dal tetto in lamiera, attraverso una piccola fessura grande come un chiodo che si usa per appendere un quadro. Stavo recitando il Rosario ed ero arrivato al terzo mistero glorioso: la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli mentre erano con la Madonna in preghiera nel cenacolo. Mi è stato spontaneo comparare questi due fatti con la mia vita e quella di ognuno. Ogni istante della vita è sempre pieno di sole. Però se nel nostro cuore, nella nostra libertà, non c’è quella piccola fessura che gli permette di entrare, tutto rimane grigio come il pavimento della palestra in cui stavo camminando. Il Mistero non ha bisogno di cose grandi per mostrare il Suo volto all’uomo, gli basta un piccolissimo pertugio per manifestare la Sua presenza, illuminando così il nostro andare verso di Lui. Un piccolo fatto, un’ingenua curiosità che mi ha fatto venire in mente alcuni eventi accaduti in questi giorni.

Heinz è un uomo di 43 anni, originario di un paese europeo. Ricercato dalla polizia, vive in Paraguay da qualche anno. Non potrà più tornare nel suo paese, perché sarebbe arrestato appena sceso dall’aereo. Dialogando con lui mi racconta la sua storia sintetizzandola in una paginetta di quaderno:

«Sono nato in un famiglia benestante e borghese. In casa avevo tutto. Dotato di una buona intelligenza capivo subito le cose al volo. Però i miei genitori erano estremamente freddi con me. Mai un bacio, né un “ti voglio bene”. Erano queste le parole che tanto desideravo ascoltare. Dall’età di 6 anni ho incominciato a lavorare mentre a 8 già venivo pagato per quello che facevo. Compiuti i 25 anni sono scappato in Paraguay per non finire più in carcere: volevo fuggire dalla mia malavita e dell’appartenenza a una banda il cui unico fine era rubare.
Ero un tipo orgoglioso, aggressivo, non chiedevo niente a nessuno. Da piccolo chi mi conosceva mi elogiava per i miei talenti, e questo mi ha spinto a sentirmi autosufficiente in tutto e a considerarmi superiore agli altri. In Paraguay ho conosciuto una donna con la quale mi sono poi sposato e da questa relazione sono nati i miei tre figli. Ben presto ci siamo separati per via della droga. Sono stato accusato di essere un narcotrafficante e condannato a quattro anni di carcere, che ho dovuto scontare a Tacumbú (mi permetto di aggiungere che questo carcere non ha niente da invidiare ai lager nazisti o ai gulag sovietici). Ho resistito nel carcere grazie alla droga a cui mi ero consegnato totalmente. Ero cattolico, però quando ho incontrato un pastore evangelico, grazie al suo affetto per me e all’attenzione che mi offriva sono passato alla sua comunità. Ma neanche questo incontro è servito a farmi lasciare la tossicodipendenza.
Una volta uscito dal carcere, mi sono trovato completamente solo perché mia moglie e i figli avevano abbandonato il paese, pur essendo nativi del Paraguay, trovando rifugio dai miei genitori in Europa. Questo fatto doloroso mi ha fatto perdere la voglia di vivere e così sono caduto nella disperazione. Passavo i miei giorni drogandomi e bevendo. Sono arrivato a consumare fino a due litri di rum al giorno. E questo mi permetteva di dormire e fuggire dalla realtà. Vivevo steso sul pavimento di casa per giorni e giorni, senza mai lavarmi. Avevo smesso di mangiare, arrivando a pesare 35 chilogrammi a fronte di un’altezza di un metro e 80. Poi un amico, vedendomi in queste condizioni, mi ha portato in ospedale dove mi hanno diagnosticato, fra le tante infermità, pure l’Aids. Dopo due mesi la dottoressa, che mi voleva bene, mi ha portato qui nella clinica Casa Divina Provvidenza San Riccardo Pampuri. Qui mi sono pian piano ripigliato e attualmente peso 50 chilogrammi. È un’altra vita. Vivendo in questo nuovo contesto e grazie all’affetto di tutti, mi è tornata la voglia di vivere».

Una vita disordinata e drammatica. Ma proprio questa drammaticità ha permesso alla libertà di Heinz che quel filo di luce entrasse nella sua vita, cambiandola. Basta una piccola fessura nella nostra libertà perché la luce entri, ridandoci il gusto e la voglia di vivere.

Il ricordo della mamma
L’altro fatto. Un giorno mentre stavo riposando suona il telefono. Era sorella Sonia che mi cercava perché un giovane voleva parlarmi. Scendo le scale e me lo trovo davanti. Lo saluto dandogli la mano. «Padre, la mia professione è quella di rubare e rapinare le persone per la strada. Mi aiuti a uscire dall’inferno in cui vivo. Guardi cosa ho sul fianco sinistro. Questa ferita profonda da cui esce sangue è il frutto di una lite fra “colleghi” per questioni di soldi. Con un cacciavite ben appuntito mi hanno ferito. Mi fa male, ma soffro ancor di più per la mia vita disordinata. Quello che voglio da lei è potermi confessare, perché il peso dei miei peccati mi sta soffocando. Sono disperato e in questa situazione mi è venuto in mente ciò che diceva sempre mia madre: “Non dimenticare di confessarti, perché senza questo sacramento non potrai cambiare”. Per questo sono qui». Gli diedi l’assoluzione pronunciando, commosso, le più grandi parole che esistono al mondo: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen». Queste parole sono più necessarie del respiro, o meglio, sono il respiro della vita. Se ne è andato barcollando per la ferita ma con gli occhi luminosi. È stato sufficiente dire «Padre, voglio confessarmi» perché riaccadesse l’Avvenimento per cui è fatto il nostro cuore.

Poi all’imbrunire salgo alla clinica per la processione con il Santissimo. La suora mi si fa subito incontro avvisandomi che è stato ricoverato un uomo malato di Aids e che è in cattive condizioni di salute. Raggiungo subito la stanza dove giace in un letto. Non parla, però mi guarda riconoscendo che sono il sacerdote. Subito gli domando chi è e se è cattolico, per poter dargli il sacramento della confessione e quello della unzione degli infermi. Continua a tacere e allora lì per lì, mi invento un “metodo” di comunicazione. Gli comunico, nel caso desideri i sacramenti, di alzare il pollice verso l’alto, in caso contrario lo giri verso il basso. Con fatica e con una certa lentezza mi “risponde” alzando il pollice. Così l’ho assolto dai peccati. Ricordo quanto i suoi occhi brillassero di allegria. Ancora una volta è bastato un filo di luce per trasformare una vita fatta di soli peccati in una vita di grazia.

Ogni giorno vedo accadere questi fatti che per me sono la certezza che solo quando ci si sente abbracciati e amati si permette a quel piccolo raggio di sole di entrare nella propria vita illuminandola. Ancora una volta ho toccato con mano che il senso di una clinica sta nel consentire all’ammalato terminale (nel mio caso) di lasciar entrare nella sua vita quel raggio di sole che illuminando la sua libertà la muove. Solo così possiamo lasciarci abbracciare dall’infinita misericordia del Mistero. È proprio vero ciò che mi diceva un amico: «Il novantanove per cento dipende dalla Grazia e l’un per cento dalla nostra libertà». Per questo motivo non mi stanco di ripetere che il vincitore non è quello che ha vinto le novantanove battaglie nella vita ma quello che vince l’ultima. E gli amici ammalati arrivando nella clinica sperimentano questa verità. Penso ai miei figli ammalati di Aids che raggiungono questo luogo sacro sfiniti e distrutti dalla malattia. Nell’abbraccio alla loro umanità ferita inizia il cammino della lenta consegna di sé a Gesù.

paldo.trento@gmail.com

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3 Commenti

  1. Franco scrive:

    Grazie, Padre Aldo.
    Il segno più evidente della nostra vacuità è questo spazio vuoto.
    Forse questo spazio è l’unico che merita commenti ed è sempre vuoto. Io lo so perchè. Perchè qui non possiamo mettere in piazza la nostra presunta “saggezza”.
    Qui occorre solo inginocchiarsi e riconoscere la grandezza del Mistero, che si serve dei Suoi
    santi per sorprenderci continuamente. A noi aprire il pertugio per lasciare entrare il filo della Sua luce.
    Grazie a Dio per la tua vita, Padre Aldo. E grazie a lei, per la sua libertà.

  2. Pertugio scrive:

    Ciao!

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