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Omosessuali e divorziati risposati. Misericordia nella verità

ottobre 5, 2015 Péter Erdő

Misericordia nella verità. Potrebbe essere riassunta così la relazione introduttiva del cardinale Péter Erdő, relatore generale del sinodo sulla famiglia. Erdő ha toccato vari temi, non sottraendosi al giudizio sulle materie più dibattute in questi ultimi periodi come i divorziati risposati e gli omosessuali. La pressione mediatica è alle stelle, soprattutto dopo la sceneggiata dell’altro giorno da parte di monsignor Krzysztof Charamsa. Come ha già bene spiegate padre Giorgio Carbone su Tempi, bisogna sempre stare attenti a distinguere il sinodo reale da quello mediatico. Ecco perché è importante leggere cosa ha detto Erdő.

OMOSESSUALI. A proposito delle persone omosessuali, il cardinale ha ricordato che la Chiesa insegna che «“non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”. Rammentando quindi che è preoccupazione dei programmi pastorali riservare «una specifica attenzione alle famiglie in cui vivono persone con tendenze omosessuali ed a queste stesse persone», tuttavia «è del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».

DIVORZIATI E RISPOSATI. Parlando invece dei divorziati e risposati civilmente, Erdő ha ribadito quanto già altre volte espresso dalla Chiesa e cioè che è «doveroso un accompagnamento pastorale misericordioso il quale però non lascia dubbi circa la verità dell’indissolubilità del matrimonio insegnata da Gesù Cristo stesso. La misericordia di Dio offre al peccatore il perdono, ma richiede la conversione. (…) Non è il naufragio del primo matrimonio, ma la convivenza nel secondo rapporto che impedisce l’accesso all’Eucarestia».
Erdő ha anche specificato che «alla ricerca di soluzioni pastorali per le difficoltà di certi divorziati risposati civilmente, va tenuta presente che la fedeltà all’indissolubilità del matrimonio non può essere coniugata al riconoscimento pratico della bontà di situazioni concrete che vi sono opposte e quindi inconciliabili. Tra il vero ed il falso, tra il bene ed il male, infatti, non c’è una gradualità; anche se alcune forme di convivenza portano in sé certi aspetti positivi, questo non implica che possono essere presentati come beni. Si distingue però la verità oggettiva del bene morale e la responsabilità soggettiva delle singole persone. Ci può essere differenza tra il disordine, ossia il peccato oggettivo, e il peccato concreto che si realizza in un comportamento determinato che implica anche, ma non soltanto, l’elemento soggettivo. “L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735). Questo significa che nella verità oggettiva del bene e del male non si dà gradualità (gradualità della legge), mentre a livello soggettivo può avere luogo la legge della gradualità ed è possibile quindi l’educazione della coscienza e dello stesso senso di responsabilità. L’atto umano, infatti, è buono quando lo è sotto ogni aspetto (ex integra causa)».
Qui trovate il testo completo della relazione.

Foto Ansa


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