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I bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, anche se l’ideologia vuole convincerci del contrario

luglio 24, 2013 Giovanni Fighera

In queste settimane (ma sarebbe più corretto dire anni) nella politica prevale l’ideologia sul buon senso e sull’evidenza della realtà. Vorrei allora proporre una riflessione sull’importanza della presenza di un padre e di una madre per la crescita di una persona. «Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia» scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.

Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) profeticamente si è avverata nell’epoca contemporanea. Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento illuministico francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decollazione del padre per l’intronizzazione del figlio.

La storia ha, poi, insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio brusco e rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza, non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, s. Paolo, tradizione, i valori, …) per lasciare il bimbo superuomo solo con se stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi.

Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre. Abbiamo sentito in questi giorni che in Francia si vuole sostituire la festa del papà e della mamma con la festa dei genitori in modo da non discriminare nessuno. Oggi si pretende, cambiando il nome agli arbitri personali, alle nefandezze, agli omicidi, inserendole nell’ambito del diritto e della legalità, di nobilitare ciò che non è nobile, di far passare come conquista ciò che è, invece, una sopraffazione dei più deboli, di chi non parla, di chi non può ancora dire ad alta voce che vorrebbe avere un padre e una madre.

Nella loro nascita i nomi nascondono sempre la verità delle cose. Il matrimonio deriva da munus matris, ovvero «il dovere o compito della madre». Chi vuole chiamare «matrimonio» l’unione tra due persone dello stesso sesso dovrebbe spiegare perché non possa o non voglia chiamarlo con un nome diverso. Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura. Un cane rimane sempre un cane anche se decidessimo di chiamarlo «gatto». Se due persone dello stesso sesso adotteranno un bimbo, lo priveranno della diversità di un papà e di una mamma. La coppia che cresce un figlio ha la sua ricchezza proprio nella diversità e, in un certo senso, complementarietà della figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre. Così è sempre stato nella storia dell’umanità, da quando gli esseri umani si sono distinti dalle fiere, per dirla col Foscolo dei Sepolcri (si vada a leggere la cosiddetta parte vichiana del carme «Dal dì che nozze e tribunali ed are»).

La madre è accoglienza, è pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluta equipararla all’uomo destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e direi viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica con lui o poco, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

Le conseguenze di questo processo di eliminazione della figura paterna sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Il giovane o l’adulto cerca di inibire o di sopire questa aggressività collettiva o individuale, non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcool o droghe (l’inibizione avviene qui attraverso la trasgressione), disinibizione dell’erotismo, forme di evasione come eccessivo uso di televisione e di videogiochi, infinite altre forme di intorpidimento dell’io. La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le sue necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce ad una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.

Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche una via da seguire, un sentiero. Il bimbo coglie così un senso, una finalità, un significato positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé.

Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la capacità di scelta. Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese C. Peguy. Un figlio è nell’acqua di un  fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo solo completamente perché berrebbe l’acqua. Peguy immagina che Dio dica: «Ho voglia, sono tentato di mettere loro la mano sotto la pancia/ Per sostenerli nella mia larga mano/ Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare/ Nella corrente del fiume/ E che è diviso fra due sentimenti./ Perché se da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo/ Il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto/ Questo bambino berrà un sorso cattivo».

Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si vuole bene, coscienti che le scelte dell’altro potrebbero non essere indirizzate al suo bene! Eppure Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli. La verginità è quello sguardo capace di guardare l’altro senza pretese, senza desiderio di possederlo, ma con l’attenzione costante al Destino, al bene e alla felicità dell’altro.

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8 Commenti

  1. Remo scrive:

    Cavolo ma state sempre a parlare di froci su questo sito.

  2. giancarlo scrive:

    ma che coraggio a scrivere un articolo così di questi tempi, per fortuna la legge sull’omofobia non è ancora stata votata, speriamo non sia retroattiva,

  3. Cisco scrive:

    Le coppie omosessuali avranno sempre bisogno della eterosessualità per soddisfare i propri bisogni di paternità e maternità, e già questo dovrebbe fra riflettere sulla propagandata uguaglianza delle coppie. L’articolo e’ molto bello e complimenti a Rise’, uno dei pochi che ancora non si è piegato alla pseudo scienza gossippara del mainstream gender-friendly. Tra poco incrimineranno anche i comitati organizzatori delle olimpiadi, talmente ancien regime da prevedere ancora gare “maschili” e “femminili”. Magari a Rio 2016 si correranno i 110 ostacoli trans, oppure rivedremo una Kratoschvilova (se si scrive così ) gareggiare tra i maschietti. Il mondo e’ bello perché è vario, diceva il beduino in mezzo al deserto.

  4. giuliano scrive:

    la sodomia è sponsorizzata dalla sinistra poiché il 90% dei militanti e simpatizzanti di sinistra è frocio

  5. giuliano scrive:

    caro Scarnati, la prego di darsi una calmata con le droghe e:
    1) lei deve rispettare la legge e soprattutto la Costituzione
    2) il matrimonio uomo-donna è l’unica realtà normale esistente e preesistente e fondata sull’antropologia, gli altri accoppiamenti sono SEMPRE stati considerati vizi o anomalie
    3) se lei crede che è la legge ad aver creato il matrimonio, dice una menzogna sapendo di dirla
    4) la legge va osservata, la legge va rispettata e il matrimonio tra maschi va contro la legge e contro la ragione
    5) la religione non c’entra un cavolo con il matrimonio uomo-donna esistente con la comparsa dell’uomo sul pianeta

    • Fabio Scarnati scrive:

      Caro Giuliano, (mi perdonerà se la chiamo per nome, ma non conosco il suo cognome…)
      sono io che la prego di darsi una calmata.
      Dal suo commento si evincono in maniera lapalissiana la superficialità e l’incompletezza con la quale ha letto il mio commento. Capisco che leggere comporta fatica (nemmeno poi se stessimo parlando di un romanzo di 800 pagine) ma se avesse avuto la bontà e soprattutto la pazienza (aggiungerei anche il buon gusto, ma lasciamo perdere) di leggere INTEGRALMENTE quanto da me scritto, avrebbe compreso che la mia posizione su matrimoni e soprattutto adozioni da parte delle coppie omosessuali non è sostanzialmente diversa dalla sua. Anche io sono contrario.
      Detto ciò, e consigliandole caldamente la prossima volta prima di rilasciare un commento di leggere attentamente tutto, le posso assicurare che io le leggi le conosco e le rispetto…e le faccio anche rispettare, dato che sono un avvocato (e la laurea in Giurisprudenza non me l’hanno certamente regalata, tanto meno l’esame di abilitazione). Riguardo alla Costituzione italiana penso di conoscerla visto che nel mio piano di studi c’era un esame che si chiama “Diritto Costituzionale” che ho superato con 30 e lode.
      Un ultima cosa…lei parla, infine, di religione come se io avessi fatto riferimenti a questa nel mio post.
      Rilegga ATTENTAMENTE TUTTO quanto da me scritto…le risulta che io ho mai parlato o fatto riferimento in qualche modo alle religioni?
      Detto ciò,
      La saluto cordialmente.
      PS: ah….mi raccomando….In gamba eh!

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