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Ersilio Tonini e il suo amore radicale della vita

agosto 3, 2013 Marina Corradi

C’era un bambino, intorno agli anni Venti del secolo scorso, in una cascina a Centovera di San Giorgio Piacentino. Il padre del bambino era il capo bifolco della cascina: governava uomini e bestiame, e raccolti. I campi si aravano ancora con gli aratri tirati dai buoi, e prima dell’alba, d’inverno, nella corte si sentivano i passi dei mungitori, invisibili nella nebbia, che andavano alla stalla. D’estate la terra diventava del colore dell’oro e il sole a picco bruciava il grano. Quando per settimane non pioveva si andava in processione a pregare la Madonna, tutti insieme, sulle sterrate polverose.

Sarei rimasta per ore ad ascoltarlo, il cardinale Ersilio Tonini, quando, finita un’intervista, si lasciava andare a raccontare della sua infanzia e giovinezza. Era nato il 20 luglio 1914, nello stesso anno e nella stessa terra di mio padre; e quindi mi immaginavo che le cose che avevano visto quei due, da bambini, erano le stesse. Ciò che mi colpiva era la presenza forte della madre, Celestina, nei ricordi del cardinale; viva nella memoria dello sguardo sulla natura, uno sguardo meravigliato e grato, che aveva trasmesso ai suoi cinque figli.

Tonini raccontava della sua infanzia fra i campi, e per descrivere quei giorni usò un giorno una parola rara, “incantagione”, che mi affascinò – come una piantagione di incantesimi la campagna, agli occhi di quel bambino. In una terra rossa Tonini incontrò precocemente l’asprezza anticlericale. Sapeva ancora a memoria le parole che gli disse un bracciante, nei campi, quando lui aveva solo dieci anni: «Ragazzo, ma non vorrai mica andare prete? Guarda che son tutte bugie quelle dei preti, quelli badano solo a mantenere la loro bottega». Ersilio a 11 anni voleva esattamente, assolutamente andar prete. Venne ordinato a neanche 23 anni, il che significa che ha celebrato messa per 76 anni. Parroco, a lungo, a Salsomaggiore. Stava molte ore in confessionale. Ne deve aver sentito di tutte. Eppure aveva una grande fiducia negli uomini. Diceva che ogni uomo ha sempre al fondo di sé una possibilità di bene.

Nel 1992, da poco sposata, ero con Tonini in Amazzonia per il mio giornale, Avvenire, e stavo male. Avevo sempre nausea. Alla terza volta che mi vide pallida il futuro cardinale mi lanciò un’occhiata lunga, paterna, che mi lasciò stupita, e si preoccupò che non mi stancassi troppo. Io non avevo capito, lui, vecchio parroco, sì; il primo a intuire che aspettavo il primo figlio. Ricorderò di lui la misericordia, e la passione grande per la vita e gli uomini. “Dove l’ha imparata?”, gli chiesi un giorno. «Mia madre, il suo sguardo», rispose senza esitare: «Bisogna aver provato questo amore radicale della vita per comprendere che le tue mani, i tuoi occhi sono un bene che devi custodire».

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