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La grande rimozione del concerto di Manchester

giugno 7, 2017 Rodolfo Casadei
epa06010789 Ariana Grande and Miley Cyrus on stage during her One Love Manchester concert at Old Trafford Cricket Ground in Manchester, Britain, 4 June 2017. Grande returns to Manchester for an all-star concert as tribute to the victims of a suicide bombing attack during her previous concert at the Manchester Arena on late 22 May, that resulted in the deaths of at least 22 people and the serious injuries of dozens of others.  EPA/NIGEL RODDIS

Il concerto di Manchester per le vittime dell’attentato del 22 maggio è la dimostrazione che non sappiamo più vivere il lutto. Oppure, detto in un altro modo, è la dimostrazione che la mutazione antropologica intervenuta nella civiltà occidentale ha inventato un modo di celebrare il lutto che coincide con l’abolizione dello stesso e con la più perfetta rimozione dello scandalo della morte che si sia mai vista. Non era mai successo che con le vittime di una strage ancora insepolte, coi loro funerali non ancora celebrati, si organizzasse la loro commemorazione nella forma di un evento festivo. Perché un concerto di musica pop è un evento festivo, vitalistico, che conduce chi vi partecipa a uno stato di esaltazione e di fusione con gli altri spettatori e coi musicisti. A quelle “buone vibrazioni” a cui allude il titolo di un pezzo intramontabile dei Beach Boys (Good Vibrations). Certo, la festa pop non è soltanto eccitazione, risveglio dei sensi e trance primitiva: contiene, perché le evoca, anche le emozioni dolorose come la rabbia, il pianto, il senso di ribellione. Nella storia del pop hanno lo stesso peso i pezzi trascinanti come quelli strappalacrime, non c’è gruppo o cantante che nel suo repertorio non abbia sia gli uni che gli altri: non sarebbe musica popolare se non coprisse tutto il registro delle emozioni umane. Una cosa comunque è certa: il pop non ha nulla a che fare col lutto, che è celebrazione di una perdita, rito e disposizione interiore attraverso i quali accettiamo di essere stati privati del bene rappresentato da qualcuno che ci era caro ed espiamo il senso di colpa che proviamo per essere sopravvissuti a costui o per non essere stati capaci di salvarlo dalla morte. Il pop invece è possesso, è presenza; è anche nostalgia, ma la nostalgia, com’è noto, diversamente dal rimpianto rimanda a una presenza e non a un’assenza: ciò di cui si ha nostalgia continua a vivere nella memoria, mentre nel rimpianto si rimpiange qualcosa che non c’è più, e quello che si rimpiange si cerca disperatamente di cancellarlo dalla memoria. Nel lutto la nostalgia dovrebbe essere l’approdo di un percorso, in un concerto pop all’indomani di una strage è ciò che prende il posto del lutto, con tutte le conseguenze del caso.

Volenti o nolenti, intenzionalmente o non intenzionalmente, il concerto di Manchester ha preso il posto del funerale delle vittime, che si farà solo dopo le elezioni dell’8 giugno. Almeno per i 60 mila che hanno partecipato al concerto e per i milioni che lo hanno seguito alla tivù, l’evento celebrativo della tragedia sarà la festa musicale che ha mescolato gioia e lacrime, che li ha fatti vibrare di un vasto spettro di emozioni dalle quali il senso di perdita, il senso di colpa e la rassegnazione erano assenti. Al concerto di Manchester la morte era la grande assente, ma molto ben sostituita dalla musica e soprattutto dai protagonisti canori.

Quale visione del mondo e dei rapporti fra le persone ispirino questi artisti, a cominciare da quella il cui concerto è stato funestato dall’attacco terroristico, cioè Ariana Grande, è impossibile equivocarlo. È sufficiente guardare il video e ascoltare il testo di una canzone come Everyday (un inno alla soddisfazione sessuale ovunque, con chiunque e in qualunque momento, paragonata alla dipendenza dalla droga), o passare in rassegna un po’ di foto della cantante con le orecchie da coniglietta di Playboy o perennemente seminuda mentre si esibisce in concerti dove l’età degli spettatori va dai 10 ai 20 anni (genitori e altri accompagnatori esclusi), per rendersi conto di quanto sia vero quello che scrive Marco Brusati: «È una rovinosa illusione credere che si tratti solo di musica alla moda: il mondo di queste artiste è portatore di un sistema di pensiero coerente che viene veicolato a livello planetario attraverso canzoni e videoclip, look e concerti, interviste sui grandi network e interventi quotidiani sui social. E su tutto prevale l’univoco, unificante e condiviso atteggiamento sessualmente provocante e provocatorio; un erotismo spinto ed esibito negli immancabili balli orgiastici in cui si attua un modello di sessualità fluida e che non offre spazi alla relazione speciale tra uomo e donna; una oggettivizzazione del corpo femminile offerto come strumento per il piacere proprio e altrui». La musica di artiste dotatissime come Ariana Grande (una cantante che lascerà un segno per le sue doti canore strabilianti, capace di arrivare a quattro ottave e due semitoni, cioè più su di Ella Fitzgerald) è organica a un programma di sessualizzazione precoce delle generazioni giovanissime in vista di una mutazione antropologica funzionale agli interessi del potere, che è quello di annientare pudore e inibizioni sessuali per realizzare maggiori profitti e per controllare le persone ridotte a individui isolati alla spasmodica ricerca del piacere come tanti tossicodipendenti.

Premesso questo, la novità eclatante da registrare è che la sera del 4 giugno questi artisti sono stati promossi da talentuose cinghie di trasmissione della cultura popolare funzionale agli interessi del potere a grandi sacerdoti del rito del non lutto che rimuove la morte. Anzi, più che sacerdoti sono stati definitivamente consacrati come semidivinità. La parola inglese con cui i media e i social definiscono questi cantanti è star, che come tutti sanno significa stella. Le stelle stanno in cielo e sono irraggiungibili da parte dei mortali e, secondo gli antichi e i medievali, erano fatte di una sostanza che non poteva degradarsi: mentre infatti tutto sulla terra cambia, e si succedono nascite e morti, le stelle rimangono immutabili in cielo, la loro materia non appare soggetta a deperimento. In italiano i cantanti famosi sono chiamati divi e dive, e originariamente divus era l’imperatore romano che veniva divinizzato dopo la morte. Definire divo o diva qualcuno significa letteralmente considerarlo un essere umano trasformato in dio e tornato fra noi dal regno della morte. Dunque una negazione vivente della morte, come lo è anche la star-stella. Alcuni protagonisti del concerto hanno invitato il pubblico presente e quello collegato a pregare “a qualunque religione apparteniate”, ma senza specificare il nome della divinità a cui rivolgere la preghiera o il motivo della stessa. Parole semplici e universali come God o Lord non sono state – se non ci siamo distratti – menzionate. Forse perché le divinità erano già presenti sul palco, sotto forma delle dive-star. Non è sempre stato così: nel 1992 al concerto tributo alla memoria di Freddie Mercury allo stadio Wembley di Londra David Bowie dopo aver cantato si inginocchiò e recitò il Padre nostro davanti a 72 mila persone. E Freddie Mercury non era cristiano, bensì figlio di zoroastriani. Questa è già una prima caratteristica saliente del lutto-non lutto contemporaneo. La seconda è la spiritualizzazione del defunto, che va dall’occultamento del cadavere all’angelicazione della vita oltre la morte: un altro modo di rimuovere la realtà della morte. Sul palco di Manchester ovviamente non c’erano feretri coi resti dei defunti, ma la cosa risulta meno ovvia e più significativa quando si guarda al concerto come a un sostituivo del lutto e del funerale. La negazione della corporeità, dell’angoscia per la decomposizione del corpo e della domanda di resurrezione dello stesso è rinvenibile anche nelle canzoni che più hanno emozionato e fatto piangere il pubblico: Angels di Robbie Williams, che già la dedicò a un bambino morto a 6 anni, e Somewhere Over the Rainbow cantata da Ariana Grande, canzone dove un trapassato comunica a un vivente la sua nuova vita fra sogni, nubi, stelle cadenti e arcobaleni. Istruttiva anche la scelta dei colori e dell’abbigliamento dei cantanti, giustamente castigato rispetto al solito. In Occidente e nel Vicino Oriente il colore del lutto è il nero, ma sul palco di Manchester i colori erano tre: il nero, il rosa e il bianco. Il nero delle t-shirt di alcuni artisti ma soprattutto il nero del titolo del concerto (One Love Manchester) e del fiocchetto della “o” di Love, terminante però nelle orecchie da coniglietta che sono il simbolo di Ariana Grande e che in questo caso ammiccavano al binomio eros e tanatos. Neanche nella circostanza di una strage Ariana ha rinunciato all’ossessivo richiamo all’erotismo. Il rosa dello sfondo del titolo del concerto e di altri arredi del concerto è richiamo alla femminilità e alla gioia. Il bianco della felpa di Ariana e dei gradini del palco evidentemente non comunicano il concetto di purezza, ma, ancora una volta, la spiritualità, la dimensione sottratta alla morte che annienta il corpo ma non l’anima. Allusione alla scala che porta in Cielo (la visione notturna di Giacobbe, ma anche una citazione della celeberrima Stairway to Heaven dei Led Zeppelin) il secondo, allusione alla semidivinità della cantante, che non può sprofondare nel nero del lutto come qualunque altro mortale, il primo.

Se il lutto è celebrazione e rito della perdita, il concerto di Manchester è stato l’esatto contrario: potente evocazione della presenza dei morti in forma spiritualizzata attraverso la fusione emotiva che la musica ha creato fra i presenti. Mai rimozione della morte fu più spettacolare e temporaneamente efficace. Chi ha visto nel concerto di Manchester una risposta della civiltà dell’amore al nichilismo dei terroristi letteralmente non sa di cosa parla. Chi è andato al concerto voleva semplicemente stare meglio, voleva liberarsi dell’angoscia, e per qualche ora c’è riuscito. Onestamente Ariana ha detto all’inizio dello spettacolo: «Stasera divertiamoci». E i ragazzi del pubblico che venivano intervistati alla domanda sul perché erano al concerto rispondevano altrettanto onestamente: «Per stare meglio». Ricordando una canzone di Claudio Chieffo si potrebbe dire: «Per coprire l’urlo della morte, suonare forte e non fermarci mai». Si è trattato di una grande anestesia, che come tutte le anestesie è destinata a non durare. Il risveglio sarà doloroso. Ma il dolore della perdita e il sentimento dell’angoscia se non vengono repressi sono la strada verso casa, la casa dove corpi e anime si ricompongono. Purché non si continui a sedare e a rimuovere a tutti i costi.

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