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Io, primo rottamato, vi racconto chi è Matteo Renzi

febbraio 14, 2014 Redazione

Chi è Matteo Renzi? I giornali sono pieni di ritratti del rottamatore, il boy scout che ha conquistato prima il Pd e ora – è solo questione di giorni – il governo. Ve ne è uno che abbiamo recuperato da Europa, il quotidiano del Pd (era l’organo della Margherita, quando ancora esisteva) a firma di Lapo Pistelli. L’articolo è del 4 novembre 2010, quindi è datato, ma contiene una sua certa attualità. Interessante è poi la figura del suo autore, Lapo Pistelli, oggi deputato Pd e viceministro degli Affari Esteri, che fu il pigmalione di Renzi, ma anche il primo uomo del partito “rottamato” da Matteo alle primarie del Pd per il comune di Firenze nel 2009 (Pistelli raccolse solo il 26,91 per cento dei consensi contro il 40,52 di Renzi, allora ancora un “outsider”).

Matteo, io lo conosco bene

Ne scrivo come persona informata sui fatti. Lo conosco da 15 anni e ho condiviso un lungo pezzo di strada.

Ne scrivo così smetto di dare consulenze individuali a Roma a chi mi chiede di aiutarlo a capire.
(…) Sono persona informata sui fatti.
Matteo viene da una famiglia impegnata nella sinistra dc, nasce all’impegno con i comitati Prodi, ha lavorato con me come assistente parlamentare, è stato scelto come segretario provinciale della Margherita e, proprio in quella qualità, è stato candidato ed eletto presidente della provincia a 30 anni.
Uno straordinario percorso che – se scrivessi con altri intenti su un altro giornale – potrebbe tradursi in una serie di luoghi comuni capaci di incrinare il personaggio di oggi: prima portaborse, poi cooptato come segretario provinciale, poi imposto dalla partitocrazia come candidato presidente. Di questo straordinario percorso porto una qualche responsabilità personale.
Dopo l’esperienza in provincia, le primarie per Firenze, la vittoria contro i tre altri candidati (fra i quali il sottoscritto) e oggi questa altrettanto straordinaria fase di “visibilità” nazionale.
Matteo è veloce, la sua qualità migliore in un mondo politico che sembra frenetico ma tende in realtà al bradipismo, che enuncia in ogni intervento il grande cambiamento attorno a noi ma che stenta poi anche a spostare un posacenere.
La sua velocità serve a stare in sintonia con la generazione multitasking e che si stanca presto se non continuamente sollecitata; serve inoltre a non farsi mai inchiodare (come l’ombra di Peter Pan) ad un errore, ad una contraddizione.
Matteo è veloce nei passaggi da una posizione all’altra, comprende al volo quando un luogo smette di dargli più energia di quanta gliene assorba. È veloce nel mutare il punto di osservazione e nel mixare – come Jovanotti – i riferimenti simbolici: da De Gasperi a Cecilia Strada, da Zygmunt Bauman a Stefano Borgonovo, da Giuliano Ferrara a Victoria Cabello, da Nichi Vendola a Bruno Vespa. Un sistema cosmico che non prevede stelle fisse ma che esprime il fiuto sempre aggiornato per ciò che viaggia sotto la pelle del moderno. È veloce nelle guerre, veloce nelle riappacificazioni poiché il cupio vivendi non ammette processi troppo complessi e poiché sa che il potere politico si fonda – come spiegava Machiavelli – sull’amore o sulla paura, non sulla stima. Che anzi la polarizzazione dei giudizi – chi lo ama, chi lo detesta – è la prima condizione per imporsi come personaggio pubblico di prima fila.
A Firenze è un sindaco molto apprezzato. Ha riportato la città nelle cronache nazionali con le sue apparizioni (e di ciò i fiorentini sono provincialmente molto fieri), è ubiquo e ama il contatto con le persone che lo ricambiano.
Ha imparato la lezione dei sindaci Rutelli e Veltroni; parlare sempre dell’amore per la città, delle cose che vanno bene, dello sforzo per migliorare quelle che non vanno, rimuovere radicalmente dalla comunicazione le tristezze e i dubbi, atteggiamenti che non si addicono ai leader coraggiosi. Ha accarezzato finora la città per il verso del pelo, privilegiando interventi immediatamente visibili e rinviando quelli di trasformazione strutturale, di cui parla volentieri ma che colloca in un tempo molto, troppo futuro. È un motivatore per la sua squadra: bastone e carota e una instancabile tendenza a fissare traguardi con l’annesso guardaroba di titoli e punti esclamativi: i 100 giorni, i 100 punti, le 100 piazze, il giorno della pulizia dei muri, quello del fiume, quello della chiusura del centro ecc.
Da conoscitore del marketing, usa la comunicazione come pochi altri.
Alterna giornali e televisioni tramite i quali comunicare le novità per tenerli tutti ben vicini a sé; costringe un giornalismo in crisi di astinenza a seguire i suoi post su Facebook e ad amplificarli; pastura quotidianamente una comunicazione locale “embedded” cui non lascia spazio e tempo per seguire altro, passa con disinvoltura dalla comunicazione istituzionale diPorta a Porta, al confronto duro di Annozero alle “pogate” di Victor Victoria, calcando semmai l’accento fiorentino se partecipa alle trasmissioni delle tv locali. Così, ha occupato interamente il campo.
Il Partito democratico locale ne vive di luce riflessa e lo insegue, talvolta irritato per i suoi scarti imprevisti ma sempre desideroso della sua approvazione. Il Pdl si è arreso da tempo: come contrastare un sindaco che parla direttamente con i vertici nazionali del proprio partito? Che ha assorbito parole d’ordine che parlano alla pancia della destra (la velocità della decisione, l’efficienza del comando, l’ottimismo, il rapporto forte e devoto con la Chiesa, l’ordine e la pulizia in senso fisico e morale)? Quale sarà il destino di Matteo “da grande”? La sfida per il governo, come gli scrivono i suoi fan “dopo avere già salvato Firenze”? La sfida per la leadership del Pd? Matteo ama l’azzardo ma è anche un abile costruttore di reti e strategie che dopo, semmai, racconta come scelte del cuore. La narrazione oramai mitologica delle primarie fiorentine che l’hanno lanciato, del “Davide contro Golia”, del “solo contro l’establishment”, del “l’abbiamo fatta grossa” è il suo capolavoro di comunicazione più riuscito, un senso comune oramai consolidato che ha in realtà molti molti debiti con la verità di quella storia. Ma tant’è.
Sulla scena nazionale, Matteo attende, strappa, stempera le reazioni, consolida con una passata di talk show, si ferma, presidia il campo, attende un altro po’, ristrappa, contrasta le reazioni con vigore proporzionale alla forza guadagnata, riconsolida con una passata di talk show, si ferma.
È un metodo. Si tratta di immaginare le prossime tappe. La capacità, il calendario, perché no? La fortuna, gli diranno dove posizionare l’alzo del mirino.
Il ruolo di sindaco gli ha permesso di evitare il rimprovero di arrivismo. Lui parla per gli altri, non per sé. Nel frattempo, ha esposto Zingaretti, Chiamparino, Vendola, attende che il tempo logori; ha proposto di scegliere una donna. Ha parlato con noia e fastidio delle formule aride della politica nazionale, dei riti parlamentari, delle burocrazie, sapendo bene che la politica romana è un gioco nel fango, che ci si sporca facilmente, senza volerlo, che ci si consuma a velocità doppia, e che dunque il primo titolo di legittimazione è parlarne “da fuori”, contrapponendo la dura vita reale alle mollezze del Transatlantico, la concreta politica locale alle discussioni arzigogolate di partito. Come sparare sulla Croce rossa.
Ha conficcato il chiodo simbolico del ricambio dopo tre mandati, senza eccezioni, evocando il senso comune calcistico che le squadre e gli allenatori perdenti vanno a casa. Lo Statuto parla chiaro. Basta leggerlo. Ma quei tre mandati senza eccezioni così narrati annientano il Partito democratico di oggi. Non D’Alema e Veltroni, non Fassino e Bindi, non Marini e Finocchiaro, ma Melandri e Lumia, Fioroni, Parisi, Follini, Treu, Franceschini, Gentiloni, Realacci, Chiti, Ventura, Maran, Zanda, Tonini, D’Antoni, molti altri, perfino Letta e Bersani.
Una battaglia così impostata produrrebbe l’effetto di “salvare” i più logorati e punire i meno esposti, salvando magari chi, portaborse, portavoce, portapancia, portacorrente ha una sola legislatura. La matematica come alibi di rinuncia del giudizio politico. I giornali parleranno delle conclusioni di domenica ma Firenze varrà per la maratona del sabato. Ci saranno fuochi d’artificio ed effetti sorpresa, musiche, frasi proiettate, video, tutte cose che chi ha già lavorato con Matteo, conosce bene. Ma varranno le parole della politica. Ciascuno giocherà – come insegna Andy Warhol – la propria carta di freschezza, di linguaggio e di contenuto nei 5 minuti assegnati. Un modello pesantemente debitore ai formati televisivi del talent show.
«Potrebbe essere… il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all’invasione dei più giovani… e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte. Ma questa volta sembra diverso… Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa».
È davvero così?

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3 Commenti

  1. Alex scrive:

    La verità è che il nostro paese è sempre stato fascista, e lo è ancora.
    Non vediamo l’ora che spunti un leader che faccia la catarsi, per poi naturalmente lanciargli merda.
    Solo che, adesso, Renzi è incredibilmente intelligente o incredibilmente stupido, come diceva Gene Hackman in un film. E’ nato col discorso del rottamismo, e in meno di tre mesi va alla presidenza del consiglio, contraddicendo sè stesso: o trasformerà l’acqua in vino, vista la situazione, o quelli del suo partito saranno ben contenti di fargli la pelle.
    Tra l’altro è il terzo non eletto. C’è molto che mi sfugge in tutto ciò, stiamo a vedere.

    • Orazio Pecci scrive:

      Devo deluderla: il nostro paese è stato fascista a partire dal 1922. Se non ha smesso di esserlo nel 1945 possiamo ringraziare la falange compatta che dal campo fascista saltò a pie’ pari in quello comunista. Del resto non c’era da saltare molto lontano, sempre di galassia socialista si trattava…

  2. Alessandro scrive:

    Neanche questo nuovo LUI riuscirà a risolvere i tre grandi, sempiterni problemi italiani: poteri forti (in primis magistratura), mafia che controlla in toto sud e gran parte del resto, furbizia del singolo. A questi ultimamente si è aggiunta la mazzata finale: l’Europa con euro e immigrazione selvaggia. Problemi troppo grandi, malattie troppo diffuse per estirparle senza uccidere il paziente. Risultato: moriamo lo stesso. Ma lentamente, col toscanaccio che sciorina battute in TV.

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