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Il segreto dei maglioni (ogni punto come un grano del rosario)

febbraio 29, 2016 Marina Corradi

lavoro-maglia

Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Non sono mai stata portata per i lavori femminili. Incapace in cucina, negata per il ricamo, ostile all’uncinetto che vedevo, nelle mani di mia madre, muoversi con geometrica e veloce precisione. Tuttavia, alle elementari c’era una volta l’ora di “applicazioni tecniche”, e mi costrinsero a imparare a lavorare a maglia.

Non fu facile. Mi ritrovai con dei ferri nelle mani, e l’obbligo di fare una sciarpa. Mia madre mi mostrò come si faceva il punto diritto. Rimasi a guardarla accigliata. Non sembrava difficile. Ma come presi in mano io il lavoro, i ferri se ne andavano per conto loro: perdevo i punti, lasciando crateri nella maglia.

Quando finalmente riuscii a lavorare, mi accorsi che se ero tranquilla i punti erano troppo laschi, e se ero nervosa – e appunto il lavorare a maglia mi rendeva nervosa – si stringevano eccessivamente, impenetrabili come nodi rabbiosi. La mia sciarpa proseguiva con esasperante lentezza. Mi venne un’idea: a qualunque donna, zia o amica passasse per casa nostra, chiedevo se non aveva voglia di lavorare un po’ a maglia. Naturalmente ogni donna aveva una “mano” diversa. La mia sciarpa somigliava a una fisarmonica, ora stretta, ora larga.

Così, appena ho potuto, ho buttato via i ferri. Sono passati i decenni, e l’altro giorno, immobile in casa con un piede ingessato, ho pensato che non mi sarebbe spiaciuto avere qualcosa da fare con le mani. Ho chiesto a mia suocera dei ferri e un gomitolo. Sorprendente, mi ricordavo ancora come si fa il punto diritto, e il rovescio. Ho iniziato il primo ferro, poi il secondo, fra le occhiate incredule dei figli.

Non male, dovendo restare ferma, avere quel filo che scorre fra le mani senza occupare i pensieri; quel ticchettio sommesso, nel silenzio della casa, quando tutti sono fuori. Devo solo guardarmi dai nostri gatti, che danno la caccia al gomitolo come fosse un topo. E un’ora coi ferri in mano passa più veloce. Che strana quiete induce questo fare monotono e silenzioso, direi quasi: che pace.

Capisco adesso le nonne e zie che vedevo lavorare, tranquille, assorte, mentre a me quel lavorio pareva così noioso. Capisco, ora, che quel metodico tramare delle dita doma e mette in ordine i pensieri. Si può perfino pregare, lavorando a maglia – ogni punto come un grano del rosario. Mi chiedo ora anzi se non fosse questo il segreto di tanti maglioni fatti in casa. Come quelli che mia nonna Dina mandava a mio padre, tenente sul fronte russo. Nelle vecchie lettere che ho trovato, mio padre dal Don diceva di quei maglioni, grato.

Chissà, mi dico, quanto i maglioni spediti al fronte da migliaia di madri e sorelle erano intessuti di preghiere. Per ogni punto una parola dell’Ave Maria, e una domanda: torna, ragazzo, torna. L’antico ticchettio dei ferri nelle case come una trama di mani e di cuori di donne, lo capisco solo ora.


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