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Il saluto di un insegnante ai suoi studenti: «Siamo tutti nati per fare grandi cose»

luglio 6, 2015 Giovanni Fighera

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Carissimi ragazzi, per tanti di noi insegnanti sono passati molti anni da quando vi abbiamo incontrato e abbiamo iniziato ad accompagnarvi nell’avventura affascinante della vita e della scuola. Vorremmo salutarvi ad uno ad uno, per la vostra simpatia, per la vostra carica, per le vostre persone così come sono, uniche, che ci hanno risvegliato e provocato ogni giorno. Che dono è essere insegnante, avere davanti a sé una ricchezza grande come quella del cuore dei giovani! Vorremmo ricordare anche tutti coloro che hanno iniziato l’avventura del Liceo insieme a noi e che, in un modo o nell’altro, non hanno proseguito la strada fino in fondo.

Gioie e tristezze, soddisfazioni e fatiche, momenti di crescita e cadute, speranze e timori non mancano mai, quando si vive, e ancor più quando si avvicinano alcune prove come l’esame di Stato e la scelta dell’università.

La gioia di essere stati insieme è ora accompagnata, immancabilmente, anche da una patina di tristezza per una stagione che è finita. La scuola assomiglia per molti versi alla vita, è costituita da fasi, o se vogliamo età. Quando ne inizi una, ti senti piccolo, guardi gli altri che ti sembrano grandi e poi rapidamente, senza accorgertene, arrivi anche tu alla fine del percorso provando la bellissima sensazione di essere grande, ma ti accorgi, poco dopo, di essere solo all’inizio di un’altra fase. Allora ricominci da capo, ti senti di nuovo alle prime armi e riprendi il cammino per arrivare ad un traguardo che diventerà solo un nuovo punto di partenza. Così accade a scuola, nel passaggio dalle elementari alle medie, poi alle superiori e infine all’università. Così accade nella vita: si cresce e a un certo punto, quando ti senti grande, scopri che stai solo entrando in un’altra fase che ancora non conosci.

Quante volte in questo cammino, da piccoli, quando iniziavamo a camminare, siamo caduti. È così che abbiamo imparato a camminare, tutti noi siamo come un bimbo che cammina e cade. È impossibile che non cada se vuole imparare. Cosa davvero conta nella vita? Non cadere mai? Oppure sapere rialzarsi? Il bambino si ferma dinanzi alla prima caduta? Si inorgoglisce o si dispera perché ha sbagliato? Certo che no. Che cosa permette a un bambino di rialzarsi, di ripartire, di rialzare lo sguardo? Il volto di mamma e papà, che sono lì davanti a lui, pronti ad abbracciarlo. Non conta nella vita quante volte cadremo, ma conterà avere qualcuno a fianco che ci permetterà di ripartire ogni volta, con lo stesso slancio, perché «la vita di un uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione». Come scrive Vincent Van Gogh: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Perché l’uomo possa vivere con entusiasmo e con baldanza deve riconoscere una presenza buona che gli permetta di rialzarsi, nonostante tutti gli errori che possa compiere. Noi tutti siamo come un bimbo che ha bisogno di essere guardato mentre corre, si diverte ed è felice. La felicità è tale solo se può essere condivisa, come pure la bellezza può essere gustata solo quando possiamo assaporarla con qualcun altro.

Lo studente è un po’ come un figlio, in forma diversa, ma pur sempre il sentimento che un insegnante prova per i risultati che il ragazzo riesce a raggiungere è di grande soddisfazione. Per questo siamo orgogliosi e contenti per come avete affrontato gli esami, per l’impegno che avete mostrato, per i risultati che avete raggiunto. Qualcuno sarà soddisfatto, qualcun altro sarà deluso. Purtroppo questo accade nelle prove della vita. Ma non sentitevi definiti dall’esito dei vostri esami. Qualunque sia stato, ricordatevi: la bellezza della vostra persona, il mistero del vostro essere non è racchiudibile in un voto, non è valutabile da una prova. Valete molto di più delle vostre debolezze e delle vostre fragilità, così come noi tutti valiamo molto di più anche dei nostri successi e delle nostre conquiste.

Siamo tutti fatti per grandi cose, come ci ha ricordato a febbraio suor Gloria Riva, anche se in questo momento magari non sappiamo ancora in che modo le compiremo. Qui risiede il fascino della vita, nella scoperta di come il Mistero della realtà ci chiama a collaborare e a contribuire al compimento del tutto, alla bellezza del cosmo. Siamo una piccola cosa, ma siamo chiamati ad un compito. Che bello diventa alzarsi al mattino quando cresce questa consapevolezza.

Come si può far qualcosa di grande nella vita?

In primo luogo per fare qualcosa di grande dobbiamo amare il desiderio che è in noi, il sogno che ha il bambino. Scrive Antoine de Saint Exupery: “La torre, la roccaforte o l’impero crescono come l’albero. Esse sono manifestazioni della vita in quanto è necessario che ci sia l’uomo perché nascano. E l’uomo crede […] che la ragione governi la costruzione delle sue pietre, quando invece la costruzione con quelle pietre è nata dapprima dal suo desiderio. La roccaforte è racchiusa in lui, nell’immagine che porta nel cuore, come l’albero è racchiuso nel seme. […] Perché voi non spiegate l’albero se mettete in evidenza l’acqua che ha succhiato, i succhi minerali che ha assorbito e il sole che gli ha prestato la sua forza”.

In secondo luogo dobbiamo far fruttare i nostri talenti. Comprendere se stessi significa comprendere in primo luogo due cose: i propri talenti e il proprio compito. Non conoscere i propri talenti o non utilizzarli significa perderli. Viceversa, scoprirne anche uno solo e far sì che dia frutto è molto più proficuo che possederne tanti senza adoperarli. Il frutto del proprio talento non è benefico solo per sé, ma per tutti, come se un pezzo di realtà fosse più compiuto e più bello. Scrive Albert Einstein: «La motivazione più importante per il lavoro, nella scuola come nella vita, è il piacere del lavoro, piacere che si prova di fronte al suo risultato e alla consapevolezza del suo valore per la comunità». E papa Giovanni Paolo II: «Ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve fame un’opera d’arte, un capolavoro».

In terzo luogo dobbiamo essere vigili per cogliere gli indizi e i segni con cui la realtà ci chiamerà: quella sarà la nostra vocazione. Al riguardo quando Madre Teresa di Calcutta chiese al padre spirituale come avrebbe riconosciuto la propria vocazione, si sentì rispondere: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire». Non si può mentire a se stessi, non si può mentire sulla propria felicità. Solo uno sguardo puro e un indomito desiderio di felicità permettono di rimanere attenti agli indizi e ai segni che arrivano dalla realtà in cui il Mistero opera e ci chiama ad aderire. La vita diventa così assunzione di responsabilità, compito, un “prendersi cura di”. La vita diventa allora bella, perché sarà una continua scoperta. La strada che percorreremo ci sorprenderà, perché ci mostrerà paesaggi e mete che supereranno ogni nostra aspettativa.

A noi spetterà solo di lasciarci sorprendere dalla vita, dal dono immenso che è un cuore che palpita. Ci siamo, avremmo potuto non esserci. Qualcuno ci ha voluto in un atto d’amore.

La gratitudine è il sentimento che dovrebbe albergare nel nostro cuore:

grati perché cresciamo,

perché papà e mamma ci hanno desiderato e accompagnato nella vita,

perché il Signore ha pensato per noi a un popolo di amici che ci ricordi che Lui è sempre con noi,

perché i nostri maestri dalle elementari a oggi, con tutta la loro umanità (fatta di pregi e difetti), hanno sempre cercato di trasmetterci che vale la pena vivere, far fatica, conoscere la realtà.

Ma allora cosa significa già fin da ora (per non aspettare il domani) far qualcosa di grande nella vita? In ogni momento c’è una scelta, quella tra vivere o esistere, quella tra essere uomini e protagonisti o sopravvivere, quella tra domandare o non desiderare nulla, tra veleggiare o galleggiare, tra aderire al bene che incontriamo o rimanere inerti e pigri.

Così come nella parabola esistenziale il figlio diventa a tempo opportuno padre, allo stesso modo l’allievo diventerà maestro se avrà saputo, a tempo debito, essere pienamente allievo. Scrive Testori: “Cari, ragazzi!! […] ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba… Non solo a voi, ma a tutti, cosa si può dire… se non che, superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno. … Se, poi, nella vita o qui, sulla scena incontrerete, com’è giusto, difficoltà, dolori, ansie, problemi, battete alla porta della speranza. Battete con volontà, con forza, con amore alla porta della speranza. Lei, v’aprirà”.

Siate voi ovunque strumento di creazione di un luogo di nuova umanità grazie a quel vero e a quel bello che avete avuto modo di incontrare in questa scuola. […] Ancora complimenti per come avete affrontato l’esame di Stato! Un abbraccio da noi tutti!

Grazie e a presto.


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2 Commenti

  1. Lele scrive:

    Grazie! Stupendo articolo!!!!!!

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