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Fumetto – E se Fagin l’Ebreo di Oliver Twist non fosse così cattivo?

dicembre 3, 2013 Amedeo Badini

La storia è sempre fatta dai vincitori, che la raccontano e la rielaborano nella forma che pare loro più opportuna. Le ragioni dei vinti vengono spesso dimenticate, mentre i colpi di mano e le spregiudicatezza dei vincitori si trasformano in abili strategie. Ma ci pensa il maestro della serie The spirit, Will Eisner, a ribaltare le regole. L’autore istrael-americano scrive nel 2003 Fagin L’Ebreo sotto una nuova lente di osservazione, decidendo di raccontare, utilizzando il fumetto come un vero strumento narrativo allo stesso livello di un libro, di un quadro o di un lungometraggio, la storia di Oliver Twist dal punto di vista del perdente, ovvero di Fagin. Il libro di Dickens è uno spietato affresco della Londra travolta dalla rivoluzione industriale, incapace di salvaguardare gli orfani e di frenare lo sfruttamento lavorativo delle fasce deboli. E’ in questa storia di poveri che si insinua il personaggio dello sfruttatore ebreo, avido di ricchezza ed incapace ad amare, a meno che non sia per il proprio tornaconto. Uno stereotipo, certo, d’altronde il protagonista è il giovane e candido Oliver. Ma se la storia venisse capovolta, se fosse Fagin a raccontarla e a spiegare come ha fatto a diventare quel turpe personaggio che corrompe l’innocenza di Oliver spingendolo a furti e cattive condotte?

Su questo presupposto Eisner costruisce il suo romanzo, raccontando non solo del passato del vecchio ebreo, ma anche dei rapporti tra l’Inghilterra dell’800 e la comunità ebraica, specialmente quella degli Ashkenaziti, e i tentativi d’integrazione in relazione alla religione cristiana. Non manca, ovviamente, il racconto della storia di Oliver, l’incontro tra Fagin e il crudele Sikes, così come tutte le dolorose e tristi vicende che Dickens aveva messo su carta. Eisner mescola didascalie esplicative con vignette in cui pochi segni bastano a donare tutta l’emozione dei sentimenti. Le sue tavole non hanno gabbia, le vignette non conoscono spaziature e si possono collegare idealmente e contemporaneamente l’una con l’altra. Ma questa scelta grafica non comporta né caos, né inquadrature ardite. Piuttosto, spesso vi sono vignettoni a tutta pagina, in cui i personaggi prendono la scena come sulla scena di un teatro. Infine, il colore seppiato regala un senso di passato e di trascolorato, che tanto ricorda le vecchie fotografie ingiallite. Ma è un passato che non dovrebbe passare mai – ammonisce Eisner. La sua sentita introduzione, così come il ricco apparato iconografico finale sulle rappresentazioni di Fagin nell’800, dimostrano il forte interesse dell’autore rispetto al pregiudizio e alla semplificazione del raccontare. <<Vedi una cosa da due punti di vista diversi. Ecco due cose>>, diceva il saggio. E allo stesso modo la storia dei vinti e dei vincitori può risultare drammaticamente diversa. E forse, Fagin non era così cattivo come pensavamo…

 

Fagin l’Ebreo di Will Eisner, 2003, Fandango Libri, 20€

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