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Eutanasia, aridaje con i numeri taroccati. I radicali ci riprovano anche dopo la smentita

maggio 8, 2013 Correttore di bozze

Il Correttore di bozze ricorda come se fosse ieri un articolo di tempi.it uscito in effetti praticamente ieri. Era sabato 4 maggio e in questo sito retrogrado appariva la notizia che i radicali avevano tentato di rinforzare la loro allegra campagna mortifera per la legalizzazione dell’eutanasia con alcuni numeri saccheggiati da uno studio coordinato dall’autorevole Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Però taroccandoli.

Davanti ai giornalisti, tale Carlo Troilo dell’Associazione Luca Coscioni aveva sostenuto che in Italia «secondo dati dell’Istituto Mario Negri sono 80-90 mila i malati terminali che muoiono ogni anno, soprattutto di cancro: il 62% muore grazie all’aiuto dei medici con “eutanasia clandestina”». Il che, se l’italiano non è un’opinione, in base ai calcoli alla carlona del Correttore di bozze significherebbe che ogni anno più o meno cinquantamila italiani, tomi tomi, cacchi cacchi, si fanno accoppare dai medici. Un’ottima ragione per decidere di regolare finalmente la materia, no?

Niente affatto, visto che nella ricerca in questione il citato 62% non si riferisce ai decessi per “eutanasia clandestina”, bensì, come ha tentato di spiegare Silvio Garattini, direttore del Mario Negri, incazzatissimo coi radicali, «a quei pazienti terminali che non ricevono cure accanite e spropositate quando non c’è più nulla da fare, venendo invece supportati con un’adeguata terapia palliativa per accompagnarli in modo dignitoso alla fine della vita». Anche un somaro pregalileiano come il Correttore di bozze coglierebbe la differenza. Giusto?

Sbagliato. Oggi infatti, non pago della figura da cioccolataio appena fatta, e sbattendosene pure dei vari protocolli menzionati da Garattini a supporto della differenza tra eutanasia e desistenza terapeutica (dalla Convenzione di Oviedo ai documenti del Comitato di bioetica), il medesimo Carlo Troilo di cui sopra fa capolino dalla rubrica delle lettere di Repubblica per riproporre le stesse identiche balle sbugiardate. Il nostro avvia una amabilissima conversazione sull’eutanasia con il tenutario della rubrica Corrado Augias proprio allo scopo di promuovere la campagna di raccolta firme dei radicali per la legalizzalizzazione della dolce morte. E i due ovviamente si “trovano” che è una meraviglia sugli «spauracchi agitati dal Vaticano e dai Teodem» e sulla «doppia morale» dei cattolici. Fra Troilo e Augias è un duetto sul filo del sondino naso-gastrico da mozzare il fiato. Un tango di beccamorti sulla soglia dell’oltretomba. Mejo de Ginger Rogers e Fred Astaire avvinghiati a un respiratore artificiale. Commovente. Il Correttore di bozze se lo sogna un compagno di merende così.

Ma il punto non è questo. Il punto è che Troilo, snobbando bellamente la smentita di Garattini, torna con orgoglio a mistificare la ricerca del Mario Negri per dimostrare la molto presunta «realtà di una diffusa eutanasia clandestina, basata sulla logica gesuitica del “si fa ma non si dice”». Nero su bianco: «Secondo studi accreditati – scrive – oltre il 60 per cento dei malati terminali ricoverati nei reparti di terapia intensiva muore con l’aiuto dei medici, che sospendono le terapie e magari aumentano le dosi di morfina. Molti medici la definiscono “desistenza terapeutica”, e non eutanasia, ma a me pare una questione nominalistica». In effetti alla fine prima o poi tutti dobbiamo tirare le cuoia. Uccidere, suicidarsi, morire: che differenza c’è? È inutile star lì a impegolarsi in una capziosa «questione nominalistica».

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