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«Ero muto e sono tornato a parlare». Storia di Tomás, malato di Aids

settembre 24, 2017 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Alla Casa Divina Providencia il Signore ci sorprende spesso con miracoli che sono l’evidenza della Sua infinita misericordia. Riporto di seguito un dialogo molto toccante con Tomás, un paziente di 37 anni, e sua madre, Lidia. Un amore grande tra madre e figlio che trascende la sofferenza della croce e tocca con mano la speranza compiuta della risurrezione.

Tomás. «Il mio nome è Tomás Benítez e vorrei condividere la mia storia. Prima di ammalarmi, avevo sposato una ragazza da cui poi ho avuto un figlio. Lavoravo in una impresa per la produzione dello zucchero. Un giorno, avevo 25 anni, prima di andare a lavorare mi accorsi che avevo dimenticato la chiave del mio armadietto; così ho deciso di andare a casa per prenderla, ma quando sono arrivato ho sorpreso mia moglie con un altro uomo. In quel momento ebbi una crisi psicotica e mia madre, che era presente, mi portò all’ospedale neuropsichiatrico dove mi ricoverarono per un paio di giorni. Siccome ero molto aggressivo, mi legarono con le catene al letto. Dopo un po’ di tempo, mia mamma mi portò a casa sua, sotto la sua responsabilità. Per trasportarmi mi iniettarono, con negligenza, una dose eccessiva di farmaci cercando di placare la mia agitazione. Rimasi a letto incapace di muovermi per più di sei mesi e questo mi ha quasi ucciso. Ero come un sacco di cemento: non mangiavo, non bevevo, non muovevo la mandibola. Uscii da questo stato grazie a mia mamma, che non mi ha mai abbandonato».

Lidia. «Tomás ha avuto in tutto tre crisi gravissime, di cui quella che ha raccontato è stata la prima. La seconda accadde dopo alcuni anni, quando si trovò nuovamente immobilizzato, ma questa volta i medici non ci diedero speranze. Un prete, entrato nella sua camera da letto per portargli l’estrema unzione, dopo essere uscito mi disse: “Signora, suo figlio se n’è andato”. Piansi tanto come se tutto nella mia vita fosse finito, ma dopo un lungo periodo di tempo si avvicinò un medico dicendo: “Tuo figlio è tornato”. Tutta la paura era passata».
«Nel marzo 2014 lo colpì la terza crisi, fortissima: Tomás si voltò e corse folle lontano da casa. Se ne andò a Buenos Aires. Me lo riportarono dopo che era stato violentato. Di questo evento disastroso lui non ricorda nulla».
«Passato un anno, nel marzo 2015, fu ricoverato perché non respirava, gli fecero la tracheotomia e il medico ci chiese di poter svolgere alcuni esami: così abbiamo scoperto che aveva l’Aids. Penso che gliel’abbiano trasmessa quando è stato violentato».

Tomas. «Quando l’ho scoperto, ho pianto abbondantemente, pensando che il mondo non fosse più per me. Comunque, con il sostegno di mia madre, ho seguito il trattamento, ma dopo un anno la dottoressa che mi aveva in cura mi disse che la terapia che mi stavano somministrando non aveva effetto, così mi aumentò la dose di farmaco. Tuttavia, dopo un paio di giorni quando mi alzai dal letto per la prima colazione, mi sedetti al tavolo e lì rimasi, totalmente immobile e senza poter respirare. Mi portarono d’urgenza all’ospedale e mi dissero che avevo bisogno di entrare in terapia intermedia in cui però non c’era posto. Mi trasferirono in fretta e furia in un altro ospedale».

Lidia. «Rimase 45 giorni in coma; quando si svegliò il medico mi disse: “Signora, può portare suo figlio a casa, ma sappia che gli restano solo 8 giorni di vita”. Il giorno dopo la psicologa mi disse di chiedere che fosse accolto alla Casa Divina Providencia: lì si sarebbe ripreso e sarebbe tornato a camminare. Ora, grazie a Dio, cammina. Ho tanta voglia di portare qui tutti quei medici che non gli davano alcuna speranza perché lo vedano ora».

Tomás. «Io so che Dio ha uno scopo per me: rimasto muto, sono tornato a parlare; paralizzato, sono tornato a camminare. Quando uscirò da qui, aiuterò mia mamma a vendere i suoi detergenti. Qui mi sento molto bene, ho voglia di tornare a casa. In questa famiglia ho incontrato amici e amiche. Quando ho avuto bisogno, loro mi hanno appoggiato e mi hanno dato il coraggio di combattere. Questa è una grande motivazione per andare avanti con la mia malattia».

«Qui mi sono dato a Dio e alla Vergine, corpo e anima. Qui mi sento molto amato da tutti, soprattutto da padre Aldo e suor Sonia. Avevo molti amici, ma dopo la scoperta della mia malattia mi vogliono bene “da lontano”. Ora posso vedere il sostegno della mia famiglia, mia madre mi accompagna in ogni momento. Desiderano il meglio per me; mi chiedono sempre di consegnare la mia malattia al Signore e io lo sto facendo».
«Tutto nella vita ha un soluzione, tranne la morte, e quando arriva la morte non c’è da temere; anzi, dobbiamo ringraziare Dio per essersi ricordato di noi».

Questo lo diceva mentre teneva la mano di sua madre e le accarezzava il viso. E diceva: «Lei è il mio sostegno, il mio pilastro; lei è la mia forza».

paldo.trento@gmail.com

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