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Dante spiegato da Chesterton è estremista e fazioso. Cioè libero fin nel midollo

marzo 16, 2012 Annalisa Teggi

Spulciando in un qualche sito di letteratura mi sono imbattuta in questa citazione di Ennio Flaiano che non conoscevo: «L’amor che muove il sole e le altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galilei» (da Autobiografia del Blu di Prussia). È più tipico della nostra epoca trascurare gli strumenti che permettono una visione d’insieme, e ammirare invece tutti quei marchingegni che ci rendono capaci di smembrare ogni cosa in dettagli. 
E così anch’io, come molti, ho letto l’argomentazione, dettagliatamente giustificata, in base a cui sarebbe opportuno espungere la Divina Commedia di Dante dai programmi ministeriali o «almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti».

Sono pienamente d’accordo, riguardo al fatto che certi chiarimenti siano necessari. E, una volta  puntualizzati questi chiarimenti, risulterà necessario continuare a farci accompagnare da Dante nel cammin di nostra vita. Perché siamo noi l’anello debole, non i suoi versi.

Io faccio parte di quella grande truppa di gente che di qui a qualche mese s’imbarcherà nell’avventura del Tfa (il tirocinio per ottenere l’abilitazione all’insegnamento) e, dunque, mi sto rimettendo a studiare in vista degli esami previsti; il primo scoglio da superare sarà, a quel che si dice, un quiz a risposte multiple, in cui se Dante c’entrerà in qualche modo, sarà perché ci verrà chiesto se il verso «fu viso a me cantare essa sustanza» contiene una sineddoche, una sinalefe o una sinestesia. Anche questa puntigliosità è molto giusta, perché penso davvero che la sostanza con cui Dante ci abbraccia sia più vivamente commovente grazie agli strumenti (metrici, retorici, ecc) con cui l’ha cantata.

Ma una volta compiuto il mio tirocinio, una volta superato un concorso, probabilmente in un tempo ancora assai lontano, entrerò in classe e comincerò a fare quello che molti insegnanti fanno tutti i giorni. Leggere e far studiare Dante, tra le altre cose. 

È su questo che comincio a farmi delle domande. È su questo che urgono chiarimenti e commenti. Che non sono le note a piè pagina da far studiare ai ragazzi per risolvere l’enigma del veltro. Il punto è capire se io saprò parlare in modo sensato del medioevo, se saprò giustificare l’estremismo di cui Dante fu davvero capace, senza giustificarmi di fronte all’alunno islamico perché il nostro sommo poeta ha davvero usato immagini crude e cruente per parlare di Maometto. 

Probabilmente in un eccesso di fervore dantesco, intuisco che proprio con il XXVIII dell’Inferno (là dove compare l’immagine atroce di Maometto squartato) Dante mi offrirebbe un’opportunità imperdibile come insegnante di alunni che, verisimilmente, saranno sempre più eterogenei (e confusi in ogni senso). Potrebbe essere l’opportunità coraggiosa di mettere da parte per un attimo la parafrasi e di parlare di un’epoca in cui ciò che noi, con le nostre etichette moderne, classifichiamo come razzismo era il guardarsi reciproco di due civiltà assolutamente diverse, ma così sane da ricordarselo a vicenda (e, va detto, non solo in modo rispettosamente e politicamente corretto). 

L’orizzonte che Dante suggerisce, mostrandosi a noi in modo così clamorosamente fazioso, è un invito aperto – cioè da uomo libero – sulla necessità di renderci conto che l’encomiabile parola “tolleranza” oggi spalanca un orizzonte davvero aperto – cioè inconsistente. Questa ipotesi mi è sorta da quando frequento con assiduità il signor Chesterton e mi sono convinta che queste sue parole siano il chiarimento introduttivo davvero necessario a chi insegna la Divina Commedia:

«Il Medioevo fu un’epoca razionale, l’età della dottrina. La nostra epoca è, bene che vada, un’età poetica, l’età del pregiudizio. Una dottrina è un punto ben marcato; un pregiudizio è un’indicazione di direzione. Una direzione è sempre e di gran lunga più fantasiosa di un progetto. Preferirei avere in mano la più antica delle cartine su cui è tracciata la strada per Brighton piuttosto che una generica raccomandazione di girare a sinistra. […]. 
Non è strettamente vero che un credo unisce gli uomini. Al contrario, la diversità di credo unisce gli uomini – fintanto che la diversità resta chiara. Un confine unisce. Molti magnanimi musulmani e cavalieri crociati, essendo entrambi dogmatici, dovettero sentirsi molto più uniti di due vagabondi agnostici. 
La differenza tra questi due sistemi mentali è netta e inconfondibile. E la differenza essenziale è questa: i pregiudizi sono divergenti tra loro, mentre le fedi sono sempre in aperta collisione tra loro. I credenti sbattono l’uno contro l’altro, mentre i bigotti si tengono alla larga tra di loro. E funziona proprio così riguardo alle nostre attuali divisioni: ci tengono l’uno alla larga dall’altro» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Verrebbe da sintetizzare il tutto dicendo che solo gli estremisti possono essere veri mediatori tra loro; ma questo è solo un giochetto linguistico dovuto all’eccessiva frequentazione del signor Chesterton. Vero è, invece, che la tolleranza di cui si parla oggi ha molto a che fare con la nebbia indistinta in cui, procedendo per sottrazioni politicamente corrette, la geometria di base salta e rimaniamo senza un punto fermo, senza un centro. 

A un uomo come il signor Chesterton, che studiava con il telescopio la storia, anziché col microscopio, capitò di pronunciare, pressoché un secolo fa, quella che potrebbe benissimo essere scambiata per una profezia calibrata al millimetro su questo nostro tempo, ma invece è solo la voce realista di chi intuisce che «noi non comprenderemo il problema del passato finché non comprenderemo che quel problema riguarda anche il presente, e persino il futuro». Era in compagnia delle parole del poeta medievale Chaucer (quello che si potrebbe definire il corrispettivo di Dante nella letteratura inglese) e stava parlando di quell’epoca – attraversata anch’essa come la nostra da serie contraddizioni – in cui giovani ragazzi partivano per le crociate: «Senza considerare l’aspetto religioso, dobbiamo renderci conto che c’è stato un momento, e potrà esserci ancora, in cui l’Europa aveva un centro. E noi tutti dobbiamo aspettarci, nel futuro, molti patetici tentativi di centralizzare l’Europa senza un centro».

http://annalisateggi.blogspot.com/

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6 Commenti

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