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Cosa insegna a questa Italia in ritirata la maestria di Annette Gabbedey, orafa senza dita

marzo 16, 2014 Annalisa Teggi

annette-gabbedey«Similemente operando a l’artista/ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema» (Paradiso, canto XIII)

Bellezza. Non se n’è mai sentito parlare così tanto. Qualcuno si è addirittura chiesto se anche Peppa Pig ha rilasciato una dichiarazione ufficiale sul film di Sorrentino. Tutti ne parlano, e più che fare una recensione della pellicola, tutti hanno voglia di dire la loro sulla bellezza. Ed è giusto, anzi naturale, perché connaturato. Lo scroscio impetuoso di tutta questa frenesia per la bellezza, mi ricorda la vecchia storia contenuta in quel vetusto racconto che è la Genesi: il Creatore si mise all’opera e di ogni cosa che creò disse che era buona. Semplificando, in modo brutale: Dio fa una cosa, la guarda e dice che gli piace. E pare che questa buona abitudine ce l’abbia attaccata, considerando il successo planetario di quella trovata chiamata Facebook: pubblichiamo in bacheca le cose fatte (e osserviamo quelle degli altri) e poi clicchiamo “mi piace”.

Dopo milioni di anni di evoluzione, l’uomo è ancora quello che Dio volle somigliante a sé. Non è solo un esecutore che fa e non è solo uno spettatore che commenta. È un addetto ai lavori ingaggiato in un progetto grandioso, quell’opera d’arte bella e buona che è il mondo, a cui collabora a cuore scoperto e interessato. Eppure spesso le sue mani tremano. L’Italia è bella eppure Pompei cade a pezzi. Le grandi opere sono importanti eppure nei cantieri ci sono più avvocati che operai.

Dal bilancio degli «eppure» si esce fermi e sconsolati. Ma basta anche solo un esempio umano di operosa creatività in carne e ossa per sbriciolare tutti gli «eppure» di questo mondo.

Prendiamo il caso della signora Annette Gabbedey, una talentuosa orafa inglese di 48 anni, specializzata nella creazione di gioielli in diamante e opale. La vetrina del suo negozio non ha nulla da invidiare a quelle di Cartier e Tiffany, quei regni in cui la bellezza luccica così tanto da dare l’impressione – come diceva Audrey Hepburn – che lì dentro non possa succedere niente di brutto.

annette-gabbedey-vetrinaFare gioielli è un’arte che richiede grande maestria; è forgiare, limare, scolpire la preziosità già contenuta nella materia grezza fino a darle la forma di creazioni minute, incantevoli e perfette. Annette fa tutto questo e lo fa senza dita, a causa di una malformazione congenita.

Quando racconta del suo mestiere ne parla con spontanea cordialità e senza rammaricarsi della sua malformazione; dice che quelle mani senza dita sono le uniche specie di mani che ha conosciuto fin dalla nascita, le uniche con cui ha imparato quel mestiere che ama e che compie senza ricorrere a strumenti diversi da quelli degli altri orafi.

Ecco, in teoria ci sarebbero sempre mille validi motivi per defilarci dalle grandi e belle imprese (materie prime scarse, condizioni sfavorevoli, errori ripetuti). Potremmo dichiararci assenti giustificati. Invece, alla prova dei fatti anche il lavoratore inadeguato è un operaio qualificato.

Al giovane poeta, preoccupato di trovare qualcosa che potesse ispirargli nobili versi (in cerca della grande bellezza, insomma), Rilke rispose: «Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri».

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