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Articolo 18, Camusso frena ma deve ricordarsi che «non rappresenta tutti»

marzo 16, 2012 Leone Grotti

Dopo le dichiarazioni positive dei giorni scorsi del ministro Fornero e di Monti, arriva il segretario della Cgil: «Le proposte sentite finora dal governo non ci convincono, e non vanno bene». Ma bisogna tenere a mente quello che diceva Sergio Romano: «Il sindacato non rappresenta tutti, perché è un’associazione di interessi specifici».

E invece no. Sembrava tutto fatto per la riforma del mercato del lavoro, il ministro Elsa Fornero aveva annunciato che si poteva chiudere «entro una settimana», il premier Mario Monti aveva assicurato che eravamo in dirittura d’arrivo, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni aveva mediato talmente bene che anche Pier Luigi Bersani si era detto favorevole alla riforma, insieme alle parti sociali. E invece stamattina il segretario della Cgil Susanna Camusso se ne esce così sull’articolo 18: «Vedremo quali proposte saranno fatte: quelle sentite finora dal governo non ci convincono, e non vanno bene. Per noi l’articolo 18 è una tutela generale, ha una funzione di deterrenza rispetto all’arbitrio dei licenziamenti. Quindi una discussione deve partire dal salvaguardare questo principio».

Come se fino ad ora non si fosse fatto esattamente questo, valutando il modello danese, tedesco, francese, flexicurity, flexsecurity e chi più ne ha, più ne metta. «Martedì ci aspettiamo delle risposte» ha insistito Susanna Camusso o, come ha scritto il Corriere della Sera, “ha lasciato una porta aperta”. Come se fosse lei che deve decidere, come se il suo ruolo non fosse solo consultivo ma decisionale. Come se potesse far saltare il tavolo della trattativa tutte le volte che vuole. E allora forse è il caso che anche il Corriere della Sera si vada a rileggere le parole di un suo editorialista, Sergio Romano, che in un’intervista a tempi.it affermava: «La concertazione è un sistema errato, oggi come ieri. Il sindacato è convinto di rappresentare tutti quando si parla di temi sociali ed economici ma è falso. È un meccanismo non solo sbagliato ma anche dannoso perché la concertazione, implicando il compromesso, provoca spese e debito pubblico».

«Il sindacato – insisteva l’ex ambasciatore – non è un rappresentante istituzionale perché è un’associazione di interessi specifici. Ha il diritto, se non è contento delle decisioni del governo, di convocare i suoi soci e chiedere se vogliono scioperare. Può prendere questa iniziativa. Ma anche il governo ha le sue responsabilità, che non deve cedere ad altri. Ognuno si assume le proprie responsabilità e il governo non ha il diritto ma il dovere di decidere e poi di andare in Parlamento». Quindi, se il segretario della Cgil non è soddisfatto dell’accordo, il governo ne tenga conto, lo ascolti, ma poi faccia il suo lavoro e decida, a costo di ritrovarsela a urlare in piazza.
twitter: @LeoneGrotti

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