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Angelo Moratti lasciò l’Inter dopo le vittorie del grande Herrera. Ricordi Massimo?

febbraio 23, 2012 Daniele Guarneri

Nel 1968 Angelo Moratti capisce che serve un rinnovamento radicale della rosa. Ma non ha il coraggio di farlo perché è troppo legato ai suoi ragazzi. Questa, insieme ad altre considerazioni, gli suggerirono di lasciare la presidenza, chiudendo così un’epoca d’oro condita da ben due Coppe dei campioni. Perché suo figlio non è come lui?

È il 1960 quando Helenio Herrera arriva all’Inter di Angelo Moratti, presidente dei nerazzurri dal 1955. Il suo curriculum è ricco di prestigiose vittorie. In Spagna alla guida dell’Atletico Madrid e del Barcellona ha già vinto 4 campionati, 2 Coppe di Spagna e 2 edizioni della Coppa delle Fiere. “HH” si presenta con in tasca un contratto principesco e in testa tante idee nuove, con il compito di riportare entusiasmo in un ambiente mortificato dalle batoste degli ultimi anni.

Da lì in in poi ogni acquisto o cessione viene fatta assecondando la volontà dell’allenatore. La prima vittoria arriva al terzo tentativo (1962/1963): Herrera conquista il suo primo scudetto, è la squadra di Burgnich (acquistato dal Palermo dove la Juve lo aveva scaricato giudicandolo un giocatore in declino), di Jair (una riserva del Brasile nei precedenti mondiali), di Mazzola (giovane promessa del vivaio nerazzurro), di Suarez (finalmente a disposizione dopo una serie di infortuni che lo avevano colpito l’anno precedente), di Guarneri e Picchi (mastini della retroguardia). L’anno successivo vale la prima Coppa Campioni, vinta in finale contro il mitico Real Madrid. Herrera consegna a ogni giocatore la foto del proprio avversario. Così, finisce che che Tagnin annulla Di Stefano, Guarneri blocca Puskas, Mazzola segna una doppietta e Milani un bel gol per la vittoria finale.

«Nel calcio chi non dà tutto non dà niente», scrive il Mago sul muro dello spogliatoio. Nel 1964/1965 la grande Inter conquista la Coppa Intercontinentale contro l’Independiente e chiude la stagione con la conquista del secondo scudetto dopo una lunga rincorsa sul Milan. La ciliegina sulla torta arriva nella finale di Coppa Campioni contro il sontuoso Benfica di Eusébio. La rete di Jair porta un’altra Coppa dalle grandi orecchie a Milano. «Taca la bala» è il motto del Mago. Non solo un invito al pressing asfissiante che caratterizza la sua formazione, è soprattutto uno stile di vita che fa grande l’Inter. Nel 1965/1966, dopo la vittoria dell’Intercontinentale, ancora contro gli argentini dell’Independiente, l’Inter conquista il suo decimo scudetto, quello della stella sul petto. Unico rimpianto di quell’anno è la sconfitta in semifinale di Coppa Campioni contro il Real Madrid.

La stagione 1966/1967 segna la crisi del settimo anno: fuori dai giochi in campionato dopo una sconfitta contro il Mantova, in finale di Coppa Campioni l’Inter si arrende agli scozzesi del Celtic. È la fine di un ciclo e l’anno successivo Herrera arriva quinto in campionato. Moratti capisce che ci vorrebbe un rinnovamento radicale della rosa, ma non se la sente: è troppo legato ai suoi ragazzi. Così, pur di non dover cacciare i suoi campioni, preferisce lasciare la presidenza. Dopo di lui arriva Ivanoe Fraizzoli e poi Ernesto Pellegrini. Fino al 1995, l’anno del grande ritorno della famiglia Moratti. È Massimo il nuovo presidente, il figlio del grande Angelo.

E la storia si ripete: anni di insuccessi, brutte figure, campionati persi all’ultima giornata, miliardi di lire e milioni di euro buttati al vento. Fino a Calciopoli. Mancini vince i primi scudetti, fino all’arrivo di Mourinho, il nuovo Mago, lo Special One. Scudetto il primo anno, triplete il secondo (campionato, Coppa Italia, Champions League), tagliando un traguardo che nemmeno il padre e il suo Mago erano riusciti a raggiungere. Era lì che Massimo doveva lasciare, sul più bello, all’apice del successo, in vetta al mondo. Ma non ha avuto il coraggio del padre e ha toccato un fondo che Angelo non aveva mai sfiorato: non ha venduto i suoi campioni quando ancora valevano qualcosa (Milito, Maicon …), ha mandato via gli unici che doveva tenere (Balotelli, Eto’o …), e ora non compra più nessuno. Peggio, è tornato a scommettere sui giocatori sbagliati. Risultato: 4 esoneri in due anni dopo l’addio di Mourinho (che aveva capito in anticipo come sarebbe andata a finire) e ora una posizione in campionato che fa tremare i tifosi. Avanti così e l’Inter l’anno prossimo non giocherà nemmeno in Europa League. Non gli conveniva seguire le orme del padre Angelo e lasciare ai tifosi nerazzurri la speranza di non dover tornare a patire le più tremende umiliazioni?

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