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Altro che tagli alla casta, il vero problema in Italia sono le tasse – Rassegna stampa/2

luglio 18, 2011 Redazione

La manovra non ha convinto i mercati perché (a) è tutta spostata su un futuro incerto, (b) la sua parte fiscale non è ancora stata decisa e (c) alza ancora di più la pressione fiscale, che è già al 68,6%. Chi produce in Italia a queste condizioni è un eroe, ma se non si affronta davvero il problema delle tasse anche i pochi eroi rimasti potrebbero soccombere

Sembra che la manovra finanziaria approvata venerdì scorso non sia sufficiente a calmare i mercati, con Piazza Affari ancora in rosso in apertura di giornata. La manovra “non è piaciuta innanzitutto per la sua iniquità, ossia per la sua incapacità di distribuire in modo razionale e selettivo i sacrifici richiesti (…). Ma non è piaciuta nemmeno sotto il profilo della sua capacità di calmare i mercati e rassicurare gli investitori” (La Stampa, p. 33). I punti deboli sono tre: “Primo: è di entità risibile nel 2011-2012, mentre diventa draconiana solo nel 2013-2014, il che significa che i suoi effetti certi sono minimi, mentre gli effetti significativi non sono certi. (…) Secondo: una componente della manovra, quella fiscale, non solo è spostata avanti nel tempo, ma è di contenuto sconosciuto, in quanto affidata a una delega fiscale. Terzo: la manovra è troppo incisiva dal lato delle entrate (tasse), e lo è troppo poco dal lato delle uscite (spesa pubblica)” (La Stampa, p. 33).

“Non sono particolarmente ottimista sulla reazione dei mercati, (…) quanto al rischio che la manovra soffochi del tutto la crescita il mio pessimismo è invece totale, e discende da un fatto (incontestabile) e da un’opinione, ovviamente discutibilissima. Il fatto è che nessun Paese sviluppato ha una pressione fiscale sui produttori alta come la nostra (il Total Tax Rate è al 68,6%), una circostanza aggravata dagli elevatissimi costi dell’energia e dalla doppia zavorra degli adempimenti burocratici e dell’inefficienza della giustizia civile. L’opinione è che il fardello che un Paese impone ai produttori – lavoratori e imprese – sia di gran lunga la causa più importante del suo ristagno” (La Stampa, p. 33). Come continua Luca Ricolfi, questo elemento è di gran lunga più importante di tutti gli altri, come ad esempio i cosiddetti tagli ai privilegi della casta politica, “da cui a mio parere ci si aspetta troppo”.

“Vista da questa angolatura, quella della permanente mortificazione di chi produce ricchezza, la storia delle ultime settimane è semplicemente agghiacciante. (…) Nei giorni scorsi, ci si è arresi al fatto che le tasse non solo non potranno essere diminuite, ma dovranno salire. (…) A queste condizioni ci vuole una dose spropositata di coraggio per operare in Italia, come del resto mostra al di là di ogni ragionevole dubbio il livello risibile degli investimenti diretti dall’estero” (La Stampa, p. 33).

Davanti alla mancanza di richieste nella direzione dell’abbassamento delle tasse anche da parte del Sole 24 Ore, quotidiano vicino al mondo delle imprese, Ricolfi conclude: “La mia sensazione è che spesso anche chi fatica, compete, e si batte ogni giorno per non far affondare la barca sia ormai da molti anni assuefatto a questo ceto politico, a questo Stato, e non percepisca fino in fondo il tasso di eroismo che oggi è richiesto in Italia a chi intende lavorare e produrre nella legalità, senza scorciatoie e protezioni politiche. Né mi sembra si possa escludere che la severità dei mercati nei confronti dell’Italia abbia anche qui una delle sue radici. Pensare che il debito pubblico si possa abbattere senza crescita, semplicemente azzerando il deficit, è già alquanto azzardato, ma pensare che la crescita possa ripartire con questo livello di pressione fiscale sui produttori lo è forse ancora di più” (La Stampa, p. 33).

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