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«Solo Dio è ateo. Il diavolo è il più grande credente, e ha le proprie ragioni». Il diario inedito di Flannery O’Connor

novembre 14, 2013 Francesco Amicone

Pubblicato negli Stati Uniti “A prayer journal”, il diario-libro di preghiere che la scrittrice vergò a soli 21 anni. «Caro Dio, questa notte non sono delusa, perché mi hai dato una storia»

flannery-o-connor«Caro Dio, questa notte non sono delusa, perché mi hai dato una storia». È una delle frasi che la giovane Flannery O’Connor annotò nel suo diario, quando ancora studiava per diventare scrittrice. Il libretto di cinquanta pagine, pubblicato l’altro ieri dall’editore Farrar Straus and Giroux, negli Stati Uniti, per più di mezzo secolo è rimasto inedito e sconosciuto a lettori e critici. Composto fra il 1946 e il 1947, quando la O’Connor aveva ventuno anni e frequentava un corso di scrittura creativa nello Iowa, A prayer journal, precede di pochissimo la stesura del suo primo romanzo, La saggezza del sangue, e assume una notevole rilevanza nella lettura della sua opera.

A JOURNAL PRAYER. «C’è una linea diretta che collega il diario al romanzo La saggezza del sangue», spiega in un’intervista alla rivista Traces, il curatore della pubblicazione, William Sessions, professore di inglese dell’Università della Georgia. Secondo il curatore, la religiosità di O’Connor si sviluppa «dopo aver concluso il diario, attraverso le storie stesse, fino a culminare con l’ultimo trittico di racconti: “Apocalisse”, “Il giorno del giudizio”, e “La schiena di Parker”». Nelle sue preghiere, spiega Sessions, emerge «la speranza un po’ stravagante della totale consacrazione a questo Assoluto, a questo amore», che è Dio, e alla quale la scrittrice si rivolge con la passione di un’amante. E forse è proprio la speranza di consacrazione totale, suggerisce Sessions, ad aver spinto la famiglia a non rendere noto il diario, dopo la morte della scrittrice: «Voglio darmi a te» (concedermi totalmente), è una cosa che le belle ragazze del sud non dicevano negli anni ’40, spiega Sessions. Intrecciato a questa speranza, ci sono considerazioni, richieste di soddisfare proprie ambizioni – quella letteraria e quella mistica (non vuole «diventare una suora», precisa).

LE PREGHIERE. «Il tentativo della giovane scrittrice di conciliare le sue ambizioni mondane con la sua comprensione celeste», scrive in una recensione il New Yorker, «coincide con la ricerca di una propria voce narrativa». E ciò avviene attraverso «la deliberata pratica contemplativa di pregare con parole sue». «Non solo O’Connor trova il modo di trasformare la sua scrittura una pratica religiosa» ma lo fa per avvicinarsi a Dio, per vederlo, scrive il giornale americano. Allo stesso tempo, la scrittrice invoca Dio per avere le parole, perché esse diventino storie da raccontare e perché le storie che racconta siano strumento della salvezza divina. «Non lasciarmi mai pensare, caro Dio, di essere tutto – scrive O’Connor -, a parte lo strumento per la Tua storia, come è per me la mia macchina da scrivere». Il desiderio di essere strumento di Dio e di formarsi come scrittrice e di diventare una mistica sono vissuti dalla O’Connor alternativamente complementari o in lotta fra loro, accomunati in ogni caso da uno scontro con una realtà che, così riteneva allora, in qualche modo la separa dal suo amore.

PIÙ ANACORETA CHE PASCAL. «Nessuno può essere ateo se non chi conosce tutte le cose. Solo Dio è ateo. Il diavolo è il più grande credente, e ha le proprie ragioni». Da questa considerazione, che secondo Sessions avvicina O’Connor «più a Pascal che a Teresina di Lisieux, più agli anacoreti che a Pascal», emerge la consapevolezza della scrittrice dell’impossibilità di conoscere completamente l’Assoluto, nonostante il desiderio. Rivolta a Dio, all’inizio del diario, esprimeva così quella speranza di conoscenza: «Tu sei la falce sottile della luna e il mio Io è l’ombra della terra che mi impedisce di vederla tutta». «Se non ti conosco Dio è perché io sono in mezzo. Ti prego, aiutami a spingere me stessa da parte».
L’Io che impedisce la conoscenza dell’Assoluto è ricorrente nelle parole di O’Connor, la quale teme che «crescerà a tal punto da oscurare tutta la luna» e che finirà per farle giudicare se stessa «dall’ombra, che è nulla». Il diario finisce con una definizione che è il trionfo di questo timore. La scrittrice si ritiene «una golosa di biscotti all’avena e di pensieri erotici – e conclude – non c’è null’altro da dire di me». Curiosamente, è nel momento dell’apparente trionfo dell’ombra, che O’Connor concepisce il suo primo romanzo.

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1 Commenti

  1. Stefano scrive:

    ANOCORETA???

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