Yanukovich torna a parlare dalla Russia: «Tornerò»

Il presidente deposto dai manifestanti pro Europa di piazza Maidan, riappare dopo giorni in cui gli si dava la caccia a Rostov sul Don: «Non sono stato rovesciato. Io continuerò a lottare. Non ho ancora incontrato Putin»

È tornato a parlare da Rostov sul Don, in Russia dove ora si è rifugiato, l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich. Oggi ha tenuto una conferenza in stampa, nella prima apparizione pubblica dalla sua deposizione il 22 febbraio. Nemmeno le più alte rappresentanze mondiali sapevano dove si trovasse, proprio ieri persino il segretario di Stato Usa John Kerry aveva spiegato ai giornalisti che la Casa Bianca aveva provato inutilmente a contattare Yanukovich per giorni, senza mai avere risposta o sapere dove si trovasse. Oggi l’ex presidente si mostra battagliero: «Io continuerò a lottare» ha detto aprendo la conferenza stampa.

«UCRAINA NELLE MANI DI NEOFASCISTI». Yanukovich ha proseguito nella linea di attacco ai suoi oppositori, tenuta sino all’ultimo giorno della sua presidenza: «Chiedo il rispetto dell’accordo firmato il 21 febbraio tra me, i leader dell’opposizione e tre ministri europei, presente anche un rappresentante russo. L’Ucraina è nelle mani di giovani neofascisti. Non sono stato rovesciato, ma costretto a lasciare il Paese dopo le minacce subite».

LA FUGA. Il governo ucraino negli scorsi giorni aveva spiccato un mandato di cattura per Yanukovich, che si era reso introvabile. Oggi l’ex presidente ha raccontato anche la sua fuga. Ha detto che scappato da Kiev si è diretto inizialmente con un corteo di auto verso la zona sud est del paese, a Kharkov. Lì però Yanukovich ha raccontato che la sua auto è stata colpita da proiettili, e che non è riuscito a imbarcarsi su un aereo come aveva inizialmente programmato. A quel punto l’ex presidente ha prima preso un elicottero, poi proseguito il suo viaggio in auto sino alla Crimea (la regione dove ora si tengono manifestazioni secessioniste filorusse, era il bacino dei suoi voti). Da lì ha quindi passato la frontiera con la Russia e si è diretto a Rostov dove è ospite «di un vecchio amico». Yanukovich si è quindi scusato «di fronte ai veterani e poi al popolo ucraino per ciò che è accaduto. Mi sono mancate le forze per mantenere la stabilità ed evitare il caos».

LA CRIMEA E PUTIN. Yanukovich ha anche risposto alle domande dei numerosi giornalisti presenti. A chi gli chiedeva se il presidente russo Putin lo riconosca ancora come presidente, ha replicato: «Io sono un presidente legittimamente eletto in elezioni libere e democratiche, e tale resto, non ho avuto ancora un incontro con Putin, appena lo avrò potrò capire il suo atteggiamento e discutere la situazione, solo allora potrò rispondere a questa domanda». Riguardo alle sollevazioni popolari in corso in Crimea, Yanukovich ha quindi spiegato che la regione «Deve continuare a fare parte dell’Ucraina. Escludo di voler chiedere l’aiuto militare della Russia».

LE ACCUSE ALL’UE, POI LA DIFESA DEL BAGNO DI SANGUE. Per Yanukovich «La crisi e i morti in Ucraina sono il risultato della politica irresponsabile dell’Occidente». L’ex presidente è fuggito da Kiev nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, dopo che le forze speciali “Berkut” il 20 febbraio, giorno dell’assalto ai palazzi del potere da parte dei manifestanti di piazza Maidan, avevano causato un vero e proprio bagno di sangue, lasciando 100 morti e 700 feriti tra i manifestanti, disarmati e costretti a proteggersi con mezzi di fortuna. Per Yanukovich però non ci sono dubbi, i Berkut sarebbero «Gente coraggiosa, che stava lì disarmata e contro la quale sparavano, lanciavano molotov». Riguardo al nuovo corso dell’Ucraina Yanukovich ha definito «illegali» le prossime elezioni indette per maggio, mentre sulla storica avversaria Yulia Timoshenko, l’ex presidente ha spiegato: «Non so quale sarà il suo destino, se vorrà candidarsi o meno, penso che il popolo ucraino risponderà a questa domanda, se c’è posto o meno per lei in politica. Nulla di personale contro di lei, non le auguro nulla di male ma è stata riconosciuta colpevole da un tribunale per aver firmato un contratto per le forniture di gas russo costato 20 miliardi di dollari alle casse dello Stato».