«Per Whirlpool serviva una task force di competenti»

Solo un anno fa Di Maio esultava per il rilancio dell’azienda di Napoli, che ora chiude. Cosa è andato storto. Parla Colombini (Cisl)

whirlpool Napoli

«Whirlpool non licenzierà nessuno e, anzi, riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia. Questo è il frutto di una lunga contrattazione che siamo riusciti a chiudere al ministero dello Sviluppo economico. Sono quindi orgoglioso di dire che ce l’abbiamo fatta: stiamo riportando lavoro in Italia!». Così scriveva circa un anno fa l’allora ministro del Mise Luigi Di Maio, festeggiando l’accordo chiuso tra l’azienda statunitense e il governo. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente: Whirpool ha intenzione di chiudere lo stabilimento napoletano l’1 di novembre. I sindacati hanno annunciato due ore di sciopero.

L’impatto sociale sarà pesante: rimarranno a casa 410 operai, cui ne vanno aggiunti altri 534 legati all’indotto e altri 500 che lavorano in realtà satellitari alla fabbrica. Sembra così finire in malo modo la storia di una delle ultime grandi realtà industriali del Mezzogiorno che è presente a Napoli dal 1949, quando la Ignis della famiglia Borghi di Varese qui aprì la sua fabbrica di lavatrici.

Angelo Colombini, segretario confederale Cisl, spiega a tempi.it che «ancora qualcosa si può fare, almeno me lo auguro soprattutto per i lavoratori di Napoli e di tutto il gruppo. Ma serve la collaborazione di tutti e a tutti i livelli, anche tenendo conto della particolarità della situazione e del territorio in cui si è sviluppata questa crisi».

Alla Svizzera non ci crede nessuno

Il 15 ottobre fu firmato tra l’azienda e il Mise un accordo con un investimento di 250 milioni per il sito di Napoli. In realtà, l’accordo era ancor più sostanzioso perché riguardava anche gli altri siti produttivi di Whirlpool che sono a Caserta, Ancona, Ascoli Piceno e Varese. Tranne quest’ultimo, c’è da osservare che in tutti sono attivi i contratti di solidarietà. Perché un dato di fatto con cui si deve fare i conti è che il mercato delle lavatrici è in crisi. È un prodotto che, in questo momento, vende poco. E poiché dopo un anno non ci sono stati segnali in controtendenza rispetto a questo andamento, l’azienda ha deciso di mettere in discussione quell’accordo.

Ora Whirpool ha annunciato che cederà lo stabilimento di Napoli a una società con sede a Lugano, la Passive refrigeration solutions (Prs). L’amministratore delegato dell’azienda americana, Luigi La Morgia, ha dichiarato che l’unica soluzione per mantenere gli attuali livelli occupazionali è una conversione della produzione. Semplificando: dalle lavatrici ai frigoriferi. «Mi lasci essere perplesso, per usare un eufemismo», dice Colombini. «A questa idea “Svizzera” non ci crede nessuno. Si tratta di una realtà finanziaria che non ha né la vocazione né le capacità per governare una re-industrializzazione. Il rischio concreto è, fra qualche anno, se non si verificheranno guadagni immediati, di essere punto a capo. Se si vuole dar credito a un’ipotesi del genere, come dicevo, occorre avviare un processo di re-industrializzazione, ma per farlo occorre coinvolgere il governo nazionale e anche quello territoriale per la riconversione del sito. Per non parlare poi di un piano di investimenti sulla salute e sicurezza, sui temi ambientali, come le bonifiche e, soprattutto, di un prodotto sostenibile, che garantisca il rispetto del territorio».

Non c’è un Piano B

Gli operai si lamentano e dicono: «Vogliono chiudere tutto e spostare la produzione in Polonia perché lì costa meno». Nell’accordo dell’anno scorso era previsto che dalla Polonia si spostasse la produzione delle lavasciughe in Italia, un prodotto più costoso e che, con le nostre migliori tecnologie, avremmo potuto fare bene in Italia. Si sa che il costo del lavoro è più alto in Italia che in Polonia ma, così si ragionava, la vendita delle lavasciughe avrebbe compensato questo gap. Così non è andata e Whirlpool ha fatto marcia indietro.

Ieri Repubblica scriveva che «Whirlpool ha vinto perché il Governo non ha mai avuto un Piano B». Di Maio conosceva già da aprile (guarda caso: prima del voto) le intenzioni dell’azienda, ma ha fatto finta, a luglio, di «cascare dalle nuvole». Nel gestire la crisi, l’esecutivo ha sempre «balbettato», finendo per capitolare davanti alla ferma opposizione della multinazionale. «Anche il decreto anti-delocalizzazioni varato da Di Maio», scriveva sempre il quotidiano, è risultato «tardivo e insufficiente, perché le sanzioni sono incommensurabili con le gigantesche convenienze economiche che spingono un gruppo a spostare la produzione da un Paese all’altro».

«È vero, un piano B non c’è mai stato», conferma Colombini. «Soprattutto, ed è un discorso che vale per questo caso ma anche in generale, al Mise bisogna creare una task force che affronti singole vertenze, dentro un’idea di reindustrializzazione sostenibile. Chiariamoci: la situazione è complessa ed è un misto di problemi atavici e situazioni contingenti. Ma proprio perché è così sarebbe stato necessario un gruppo di intervento composto da persone competenti che sappiano interloquire con tutti gli attori in campo: la multinazionale, i sindacati, i lavoratori, le istituzioni locali e nazionali. Il problema è che si interviene sempre dopo, quando ormai certe situazioni si sono incancrenite. Il tema è anticipare le “crisi” industriali e ambientali, non subirle».

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