Voleva tornare alla Rivoluzione culturale e cantare le “canzoni rosse”. È stato epurato

Alla fine l’hanno fatto fuori. Bo Xilai, membro del Politburo del Partito comunista cinese, in pole position per uno dei sette posti vacanti della Commissione permanente, è stato estromesso dalla corsa per colpa del suo braccio destro, della propaganda maoista e delle “canzoni rosse”.

«Il comitato del Partito e il governo di Chongqing devono riflettere molto seriamente e imparare la lezione dall’incidente Wang Lijun». Le parole pronunciate ieri dal premier cinese Wen Jiabao avevano già fatto scattare l’allarme. «Ogni decisione che prendiamo deve basarsi sull’esperienza e su quello che la storia ci ha insegnato per servire il bene del popolo». Solo il giorno prima, invece, aveva dichiarato che «c’è il rischio che scoppi una nuova Rivoluzione culturale». A conferma che le alte sfere del Partito comunista cinese non si lasciano scappare mai frasi senza un motivo, che notizia è stata diramata questa mattina dall’agenzia statale Xinhua? Che il segretario del Partito a Chongqing, Bo Xilai, astro nascente del regime comunista, candidato a diventare in autunno membro della commissione permanente del Politburo, il vero organo decisionale della Cina, colui che inneggiava alla Rivoluzione culturale, al ritorno al maoismo duro e puro, che adottava slogan come chang hong, cantare canzoni rosse, è stato «rimosso dall’incarico».

È il degno finale del “caso Wang Lijun”, che aveva scosso il Partito comunista facendogli fare una pessima figura agli occhi di tutto il mondo. Wang Lijun, braccio destro di Bo Xilai, un mese fa ha abbandonato il suo incarico di vicesindaco, ufficialmente per «prendersi un periodo di riposo dopo l’eccessivo lavoro» che gli avrebbe causato «stress mentale ed esaurimento fisico». In realtà Wang, che in passato ha condotto una delle operazioni contro la mafia più dure di sempre, venendo a conoscenza che un’indagine contro di lui stava per partire, aveva cercato asilo politico all’ambasciata americana portando con sé alcuni “documenti”. L’ambasciata, proprio alla vigilia della visita negli Usa del vicepresidente del Partito (e presidente designato) Xi Jinping, gliel’ha negato. Wang è stato così portato a Pechino dalla polizia cinese e da allora non se ne sa più nulla.

Tutti hanno parlato dello scandalo e della sua genesi. L’ipotesi più accreditata è che l’indagine che stava per essere aperta contro Wang Lijun fosse un modo per colpire e far fuori proprio Bo Xilai da parte di rivali politici che volevano essere eletti al suo posto nella Commissione permanente, che verrà rinnovata in autunno. Ora che Bo Xilai è stato «licenziato», l’ipotesi di un conflitto interno a diverse anime del Partito si fa sempre più strada. Al suo posto, a Chongqing, è stato nominato il vicepremier Zhang Dejiang. «Le possibilità di Bo di ottenere un posto al sole nel 18mo Congresso sono finite, si può scordare la Commissione permanente» dice Chen Ziming, osservatore politico di Pechino. Che aggiunge: «Il fatto che il comunicato dell’agenzia Xinhua non specifichi se Bo sarà trasferito a un altro impiego, significa che verrà indagato e che il suo futuro sarà deciso dal risultato dell’indagine».

«Questa è un purga in piena regola» spiega Cheng Li, membro del Brookings Institution. «Bo si è fatto molti nemici. Ha usato il metodo della Rivoluzione culturale, che lo ha portato al fallimento, perché quella è stata una tragedia, Bo l’ha trattata come una farsa invece». Secondo Susan Shirk, vicesegretario di Stato con Bill Clinton, «il suo problema è stata la campagna pubblicitaria che si fa da anni attraverso i giornali e l’appoggio popolare. Dai tempi di Piazza Tiananmen la Cina ha cercato di chiudere la leadership e i suoi movimenti in una scatola nera. Bo invece ha posto davanti a tutti le divisioni esistenti all’interno dei piani alti del Partito. Per questo l’hanno fatto fuori».
twitter: @LeoneGrotti