Vivere il Venerdì Santo a Erbil nel campo profughi cristiano

Il nostro inviato è nel Kurdistan iracheno. «Come ha detto il Papa ai profughi: “voi siete la carne di Cristo”»

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DAL NOSTRO INVIATO A ERBIL (IRAQ) – Alle 15 e 30 la chiesa prefabbricato dell’insediamento per profughi interni di Ozal è affollata fino all’ultima sedia di plastica, e posto per stare in piedi non ce n’è. Il piccolo piazzale d’ingresso si riempie di giovani, il gruppo più numeroso fra i ritardatari. Ovunque vadano, gli sfollati cristiani della Piana di Ninive cacciati dalle loro case e terre dall’Isis nel luglio-agosto di due anni fa si ritrovano sempre ammassati. Nei villini di questa frazione del borgo di Kasnazan, che fa parte del comune di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, sono ammucchiati a gruppi di 3 o 4 famiglie dentro a case di 4 locali. Di sotto c’è un ampio soggiorno, per la famiglia più numerosa, e la cucina; di sopra altre tre stanze più piccole. Questo significa 15-20 persone che vivono sotto lo stesso tetto e che devono dividersi i due bagni, spesso una sola doccia. Ma questa davvero è gente paziente, maestra nel sopportare.

La liturgia del Venerdì Santo è debordante per i caldei come per i siriaci (le due Chiese orientali cattoliche irachene che celebrano la Pasqua in contemporanea coi latini). Per questi ultimi inizia la mattina con la ripetizione del processo e della condanna di Gesù, quindi una processione della croce che quando i profughi vivevano a Qaraqosh, nella piana di Ninive, si faceva per strada, ora si fa all’interno con un breve passaggio sul sagrato della chiesa. Alle tre del pomeriggio, ora della morte di Gesù, si riprende la liturgia, che va avanti fino alle 18 circa. Le pareti spoglie e il sottotetto insignificante non aiutano certo a creare un’atmosfera sacrale. Ma ci pensano il silenzio denso del popolo (donne a sinistra dell’altare e uomini a destra, ma siccome le donne sono più degli uomini anche nella navata di questi ultimi si scorgono molte figure femminili), i canti di una gravità più nobile che triste, le letture bibliche pronunciate con voce stentorea e impostata.

Nell’insediamento di Ozal non ci sono solo 850 famiglie di Qaraqosh, tutte siriache ma ripartite fra cattolici e ortodossi (che quest’anno celebrano la Pasqua in maggio). Ci sono anche yazidi della Piana di Ninive e addirittura musulmani sciiti e sunniti di Tikrit, Fallujah e della provincia dell’Anbar: tutte le tessere del mosaico iracheno mandato in pezzi dall’Isis, e qui ricomposte alla meno peggio. Dall’ottobre di quest’anno funziona una scuola pubblica del governo regionale curdo dove si ritrovano in classe bambini e ragazzi figli degli sfollati. Ma sta aperta solo tre giorni alla settimana (il governo regionale curdo, in perenne lite con Baghdad, dispone di pochi fonti).

Ecco allora che negli altri tre giorni gli studenti frequentano un centro socio-pedagogico aperto dal Jesuit Refugees Service dove lavora personale proveniente dalle file dei profughi, coordinato dal gesuita maltese padre John. I due sacerdoti siriaci iracheni guidano la celebrazione della Liturgia del Venerdì Santo, ma l’omelia tocca a lui. La pronuncia in italiano e la traduce in aramaico (suroyo) frate Wissam, religioso redentorista locale. «Come ha detto il Papa ai profughi nella chiesa del Santissimo Nome di Gesù a Roma, “voi siete la carne di Cristo”», dice padre John. «Ma non dobbiamo mai dimenticare che il male non è solo fuori di noi, non è solo Daesh (il nome arabo dell’Isis): Cristo è morto per noi, ma è morto anche a causa di noi; a causa della nostra vanità, pigrizia, ira orgoglio, ingiustizia, parole dietro le spalle delle persone, insensibilità verso i poveri». Ma alla fine torna da dove era partito: «Dio si manifesta nei poveri, deboli, affamati, oppressi, vittime di ingiustizia, perseguitati. Nella misura in cui siamo perseguitati, siamo il riflesso del volto di Dio. Siete stati provati nella fede e siete rimasti fedeli: beati voi!».

Anche dopo la traduzione i presenti rimangono impassibili. Non hanno abiurato la fede, ma tanti vivono quotidianamente la tentazione di partire, di emigrare all’estero. Quasi tutti hanno parenti in giro per il mondo, che costantemente li invitano a partire e a raggiungerli. Resiste ai richiami chi non ha abbastanza denaro per partire, chi ha paura del viaggio (due famiglie cristiane di questo insediamento hanno avuto 7 vittime in un naufragio nell’Egeo qualche mese fa) e chi è motivato a restare dalla sua fede e identità cristiane, a volte riscoperte.

È il caso del Cammino Neocatecumenale, presente da un quarto di secolo in Iraq, ma “esploso” soprattutto dopo il drammatico esodo di cristiani del luglio-agosto 2014. Le catechesi condotte fra gli sfollati dagli aderenti del Cammino che già si trovavano nel Kurdistan iracheno hanno quasi raddoppiato l’entità delle comunità dalle 300 unità di prima della crisi. E il tratto più caratteristico di chi si è coinvolto è lo sguardo positivo su quello che è loro accaduto. Hanna Salem è fuggita alla disperata da Qaraqosh nel luglio 2014 insieme al marito e all’unico figlio rimasto in Iraq con loro: altri tre, due femmine e un maschio, erano già emigrati in Germania e in Svezia dopo essersi sposati. Ha incontrato il Cammino qui nell’insediamento di Ozal: «Le catechesi prima e la convivenza comunitaria poi hanno cambiato la mia vita. Prima insieme a mio marito mi preoccupavo solo di come erano sistemati i miei figli. Adesso ho imparato ad amare i fratelli, a essere umile, ho smesso di piangere e lamentarmi nella preghiera e ho cominciato a ringraziare. Sono arrivata persino a ringraziare Daesh perché facendomi fuggire dalla mia città mi ha permesso di scoprire il vero volto di Dio, di riscoprire cosa vuol dire essere cristiani!».

Sembra incredibile, ma è un discorso che anche altri ripetono. Thaer e Huwaida, una coppia con tre figli ancora ragazzi, erano benestanti. Ora non hanno più nulla. Sono emigrati in Libano ma poi hanno deciso di tornare qui. «Dio ci chiama a rendere la nostra testimonianza qui, ci ha dato questo compito. La catechesi del Cammino ce lo ha fatto riscoprire. Anche noi non possiamo fare a meno di ringraziare sia Dio che ci ha riservato questo, sia il Daesh che indirettamente ci ha permesso di scoprire una vita che non immaginavamo nemmeno che potesse esistere. Siamo diventati catechisti, e quando evangelizziamo sentiamo la presenza inconfondibile dello Spirito Santo». Il vescovo caldeo di Erbil il vescovo siriaco cattolico di Mosul e Qaraqosh e il patriarca caldeo Louis Sako sono contenti e incoraggiano. Meglio di così non si potrebbe.


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