Cuffaro: «Abolire carceri, sono come la pena di morte»

«Ho chiuso con la politica. Ho chiuso definitivamente perché ho pagato il mio prezzo. Voglio stare con mia moglie, con i miei figli, con mia madre, che non mi hanno fatto vedere. Ma se tornassi indietro, io non abiuro a quello che ho fatto. Perché la parte più bella della mia politica è stata tutto il tempo che ho dedicato alla gente che ha parlato con me». Lo ha detto Totò Cuffaro nell’ultima intervista in carcere rilasciata alla fine di novembre ad Alessandro Sortino, conduttore del programma “Beati Voi” su Tv2000. Un lungo e serrato faccia a faccia, che l’emittente della Cei trasmetterà martedì 15 dicembre (ore 21) nella prima puntata del ciclo “70 volte 7”, sui temi del perdono tema cardine del Giubileo della Misericordia. Tra gli ospiti della puntata anche Luciano Violante, ex presidente della Camera ed ex presidente della Commissione Antimafia.

Cos’è il potere per lei? gli domanda Sortino. Risponde Cuffaro: «Io stavo un’intera giornata ad incontrare le persone, a baciare, abbracciarle, a stare con loro. E stavo sino alle due notte lì a ricevere persone che arrivavano la mattina e aspettavano dodici, tredici ore per parlare con me. Il potere per molti è il governo, le nomine, la distribuzione di prebende, di soldi. Per molti il potere è la possibilità di abbracciare la moglie e i figli e dire: “Sono stato con Totò, nella stanza dove c’è il potere e mi ha offerto il caffè”. E questa cosa mi ha arricchito umanamente».

Però non crede che proprio questa definizione che lei dà sia proprio il problema nostro italiano? Tutto ciò che nei paesi democratici si vive come diritto, lì invece viene vissuto come un’intermediazione personale che produce uno scambio di voti, no? La mafia è la malattia di questo sistema di relazioni, il cancro, no? Lei crede di aver sbagliato qualcosa? Lei e la classe dirigente che la rappresenta, non solo lei. Insiste Sortino. Replica Cuffaro: «Capiamoci su alcune cose. La disponibilità a parlare con la gente, la voglia di parlare con la gente, di incontrarla, abbracciarla, baciarla, tutto questo non possiamo immaginare sia una cosa sbagliata. Tutto questo è stare con le persone, stare tra la gente. È il senso vero del rapporto con la gente. Perché la gente vuole avere il rapporto con la persona a cui ha dato il voto e che lo rappresenta dentro le istituzioni. Deve conoscerla, deve capirla. Se questo poi si lega al fatto che il politico che lo fa, lo fa per avere un suo tornaconto personale perché deve chiedere il voto e perché utilizza la persona che abbraccia e bacia non per la sua disponibilità ma per pretendere di avere, in cambio di dare qualche cosa, questa è la degenerazione. Ma non buttiamo via tutto solo perché c’è un pezzo di generazione. Non è che perché ci sia una moltitudine di peccatori quel pezzo, per rimanere in chiave di Tv2000 diventa peccato…».

«La mia speranza», ha proseguito Cuffaro, è che «un giorno le carceri vengano abolite. È giusto che chi ha sbagliato paghi un prezzo alla società, ma un prezzo che gli consenta di continuare a vivere e alla società di essere ripagata. Facciamo lavorare ma non sbattiamolo in carcere e ci scordiamo di lui».

«Nelle carceri italiane – ha sottolineato l’ex governatore della Sicilia – ogni anno muoiono, perché si suicidano, più detenuti di quanti se ne ammazzano negli Stati dove c’è la pena di morte. È una falsità che non c’è la pena di morte. È un’ipocrisia. Perché quando la gente la sbatti in carcere perché ha l’ergastolo e non deve più uscire, non ha motivazioni per vivere e si ammazza».

Cuffaro ha chiesto inoltre di «essere perdonato, perché avrei potuto fare molto di più. Io mi prendo per intero tutte le mie responsabilità. Ne ho fatti tanti di errori, non è vero che non me li prendo, me li prendo. E per questo, ad alcuni chiedo perdono perché ho sbagliato. Io non farò più politica».

La mafia, ha infine ribadito Cuffaro, è «una cosa che fa schifo. Lo continuo a dire anche perché quando l’ho detto qualcuno ci ha riso sopra, ma la mafia fa schifo. Ed é il più grande cancro che abbiamo in Sicilia. Un cancro complicato. Perché è un cancro metastatizzato, nel senso che si insidia e arriva dappertutto dove ci sia da lucrare, da fare soldi, da fare economia. Ed è soprattutto un fenomeno che aggredisce le persone meno attrezzate culturalmente».


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